Come appare, e si è detto chiaramente, si azzardano parole insolite accanto a un ripescaggio di terminologia più antica, per un amore che si estende globale. Tuttavia, non c’è elegia, niente paesaggi risaputi. “E non so affacciarmi al meriggiare”, dice. Piuttosto, paesaggi d’arte figurativa, visioni d’autore. Da lingue morte, da lingue straniere occhieggiano, con conseguente sottopensiero scrittorio, giganti letterari, Dante (“Pape Satàn…”), forse John Donne (prese le dovute distanze) per certi atteggiamenti di parola “sensuosa”, Dylan Thomas (“And death shall have no dominion”) . Si cerca oltre, e dalla tradizione, qualcosa di forte e di diverso - l’alternativa a ciò che non si è avuto, o che non si è dato - che certo esiste, la parola perfetta, più in là, all’orizzonte, uscendo allo scoperto, dal limite visionario che “al logos mi avviticchia costante”. Parola come luogo, per sostare, per trasferirsi, ritrovarsi. Così, con i suoi attrezzi, forbice e martello, coltello e cucchiaio - gambe alla maratona - , F.D.P. può illuminare un quadretto di paese in un tempo passato dove “il mare schiude il suo lume”: un testo a tamburo che echeggia ritmi di Garcia Lorca. Come in fotogrammi, un microcosmo di civiltà, memoria di appartenenza, per certe inquadrature riporta al film di Battiato, “Perduto amor..”, ed esprime quella musica. (Capoverso, Giuliana Lucchini)
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