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Il sonno
della lingua genera mostri, soprattutto se si abitua ad
addormentarsi dentro la dimensione soporifera della telescatola, dove
è costretta a frequentare una popolosa corte di nani
ballerine pennivendoli saltimbanchi piazzisti che se la spupazzano, la
povera lingua, impoverendola vieppiù a proprio piacimento
uso consumo, così da farne uno strumento (lo strumento) per
capovolgere i termini della realtà (come la pensa il nostro
Guido Oldani) e per convincerci che la vita vera si compie
là, dentro la scatola di prestigio, mentre a noi tocca
restare nell’aldiquà, costretti a imparare il
mestiere di voyeur, un mestiere che ci rende spettatori ascoltatori di
discorsi precotti aventi per oggetto il passaporto verso il balordo
paese dei balocchi. Tra noi e la realtà parole che fanno
finta di dire, il che dovrebbe bastare a fare della poesia un diffuso
antidoto all’incombente alzheimer socio-culturale.
dalla prefazione di Lino Angiuli
Gramaglie
e Frattaglie di Fortuna Della Porta non deve essere letta ma recitata
in un teatro dove al davanzale
dell'ovest
una volta la Luna ricolse il suo pianto e le stelle sorelle,
accumpagnate da Venere, sul far del mattino sciallarono dai setati
capelli dorate gocce di acquazza.
In queste parole-forma vivono suoni Oschi che vocalizzano emozioni
ancor prima di uscire come parole, sciamano come un tempo di valle in
valle, di villaggio in villaggio e contagiano la forza di uomini per,
come dice Lino Angiuli, contrastare
in qualche
modo questi tempi così narcotici, ma così
narcotici, da aver ridotto pesantemente il numero di chi dovrebbe
avvertire l'obbligo di “prendere la parola”, anzi
brandirla.
Aky
Vetere
L’uso
della lingua può diventare strumento di denuncia quando i
tempi si avviluppano e non vi è certezza dell’ora
della ripresa del cammino. Se la cultura si allontana dalle sedi e
dalle menti che dovrebbero custodirla, i modelli di comportamento e di
riuscita nella vita si adeguano ai messaggi impronunciabili della
maggior parte dei giornali e della televisione e le istituzioni
proteggono se stesse più che il cittadino e
l’ecosistema, il disagio genera il mostro di un lessico
alternativo, non condiviso, e l’amara constatazione che il
buio nella Storia tende a ripetersi.
F.D.P.
Quanno
dorme ‘a raggione
si scatenano lupi e faine
per questo m’esce sangue d’ ‘e dete
fele dai reni
tremmo comme strega rognosa
appriesso a tanta ammuina
e allora io mi voglio strazzià
strappandomi diente e capille
co’ fegato niro ‘e rapille
Vi domando solo ‘na mano
a transire ‘sta varca ‘ndo mare
Della nave
che affonna si racconta
Di tutte le navi che ‘nfradiciano
e affonnano si racconta
Di navi alla deriva rotto il timone
Dell’umanità senza umanità
quando la febbre sale
Di affetti traditi
Di mani che frugano carne aperta
Di piedi che scavallano serpi
Dei caveaux che allupano i cuori
d’allupata voracità
quasi sgrondassero i soldi contentezza
Della guerra la bulimia si narra
Della scuola che ignorantia
Dei fiumi straboccanti scuma
Della diossina nell’uovo
Del potere arrubbato che ‘o core s’arrobba
sbrodolandosi in coppe di cristallo
Fino al cuorecupo rimbomba l’in-civiltà
nei vicoli abbandonati
scozzano fame e lacrime dai piedi scalzi
Voglio un’ora per ancora una volta assunare
delle vele che si stregnene ‘o puorto
della staggione che con carnosi abbracci si torna
delle vocche rorate dai baci
dei ventri che abbagnano orgasmi
dei papagni orgogliosi che nascosero
la furia degli amplessi
allora che le scummesse del cuore
canuscettero l’età dell’oro
l’ecumenico bacio tra terra e creature
Non di dove devìa il sole
e si annacqua la lingua del mare
La Terra
di tutte le terre sulagna e carnale
sdraiata al sole
ammuinata dai venti
olim ospitava ligustri e agavi.
Con la fronte imperlata di neve
volgeva ‘n cielo l’azzurrità dello
sguardo.
Ma nella quietudine delle notti abbrunate
dall’imo impietroso dei monti
invocava un amante dalle labbra madide.
Da ogni crepa alluceva un lamento
abbrusiato come un torrente
desuliato come pelle arida.
Al davanzale dell’ovest una volta
la Luna ricolse il suo pianto
e le stelle sorelle, accumpagnate da Venere,
sul far del mattino sciallarono dai setati capelli
dorate gocce di acquazza.
Le forre allora si cummigliarono
di un mare spumiglioso
e la Terra si maritò con un compagno pescoso
di pesci ballerini
onde stormenti e scabre fantasmagorie di flutti
in un arco d’amore di baci e di spruzzi.
Che frenesia d’azzurri!
La Terra di tutte le terre trovò pace
nella rorezza dell’acqua
in quel tempo, quando ancora il mare cantava
e sulla sagliuta il sole si fermava tremulianno a mirare.
Mare
murenne, non siamo laudenti
portati in funno tutti i potenti
Cavalloni e temporali
propinque affonnano fatali le navi
ma gli uomini senza crianza
sono i pirati dell’ecomattanza
Veleno e scumpiglio cadono a spluvio
sembra ingrommato pure il Vesuvio
l’onna annàca e sustanzia il corallo
patelle e cozzeche a rrégne ‘o timballo
ma oggi a funno si buttan gli avanzi
talfiata ‘na nave che irraggia là innanzi.
- Uh, che guaio! Uh, che sfacelo! -
stanno impeciando il latte del gelo
‘o petrolio ogn’ora si spande
e l’alicella non trova più lande.
In abominio di squarti e di scarti
sono neglette le angeliche arti
senza diritto con solo rovescio
la nostra mente imparadisa a sghimbescio
e mo che le vene sono ormai lacere
licet insanire aut versus facere.
Il corpo
delle donne
allisciato con carta a smeriglio
assaturato, svuotato
stinnicchiato
impinguato con sacchette al silicone
sempre scummigliato
ialino
da criatura o che
ad ipsam in pepetuum
assomigli
abbramato con vava alla bocca
ciascuno
avvalutato, accatastato con voto
assignato
del tasso alcolemico
come Bordeaux
addimostra ipsofacto
il funerale dell’epoca
certe volte da scranni legùlei
appizzicati ‘ncielo.
CD
AUDIO:
Voce
recitante : Fortuna Della Porta
Improvvisazioni musicali: Carlo Lomanto
Coordinamento: Rita Pacilio
Registrato e mixato da Marco Colella
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