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Io confesso

 Ed. Lepisma, 2006 - Collana I girasoli
ISBN: 978-88-7537-039-8

Prezzo: € 14 (Acquista)

Già da questo attacco di Umiliata, Fortuna Della Porta fa quasi una perentoria dichiarazione di poetica e indica i sentieri dove sparpaglia il sangue in tumulto, la carne che rifiuta l’oltraggio delle piaghe, l’offesa delle rughe, muovendo l’ars poetica su forme misurate, ritmi armoniosi e sicuri e immagini ben intonate alla sua misura di donna e di poeta, in un impressionismo autobiografico che nulla concedente né alla retorica della confessione sregolata né alle trappole sfumate del bozzetto. La poesia di Fortuna Della Porta ingloba in sé i valori dello spirito e della idealità: scava nei recessi oscuri dell’animo umano e rivela - senza risparmio di forze né smarrimenti, ma in un’accettazione montaliana della fragilità del nostro destino terragno incentrato sul male di vivere- i nostri limiti, le nostre miserie, le piccole nostre morti quotidiane, spesso senza riscatti né resurrezioni. Questa poesia, così, riesce a farsi unguento e resistenza contro la violenza universale, lo sgomento cosmico, la corruzione della coscienza (i mali più crudeli dell’uomo di ogni cielo e d’ogni condizione) perché essa varca i confini della nostra finitudine, sostenuta com’è da un’ansia d’eterno e d’assoluto e forte di quella capacità di mostrare lo stupore che s’alza da ciò che ci sta intorno (Gino Rago).


 

Premessa

 

Quando accoccolo il sangue a scrivere rime
Mi colgo rabdomante al mio sentire
E nella radice dell’anima appiglio la vena
O esploratore estatico dipano il filo
Nella foresta inviolata all’alito della vita.
Se non scrivo di poesia perdo me e le ore
Che si torcono in un mazzo di pruni
Goccia il mio soffio romito nella scultura
Dei tasti incolonnati sul vassoio dei pixel
Allora s’aprono gli occhi colmi di grazia
Perché se non scrivo di poesia non penso.
Non mi trovo.
Ma, presunto poeta senza una scuola
Quando nego i sensi al groppo del mondo
Ho solo amici, a dimora, di tempo consunto
Che bevono con me caffè di liquirizia
Racchiusi in epitaffio ornato di allori.
All’orlo della pagina, di giorno e di notte,
Quando sanguina il sole e abbacina gli occhi
O sosta dietro il barlume degli astri
Ospito cori a sfogliare un canto dal nulla della tomba
Impigliati nella tela di una raccolta
Con traduzione a fronte dove incipia l’eterno
E io insieme, pur in pasto a un esercito di mostri,
Riccardo Reis ride e io inseguo a consolarmi.

 

Trasognata


Ah, immagini capovolte,
Il miraggio nell'acqua
Vado vestita di bianco
E una cintura di vie.
L'oste mesce sensato la sera
E la pezzuola lunare
Concia al mio passo niveo
Provvisoriamente mi tiene
L'orecchio fluttua compreso
E vorrei ascoltare una sirena:
Scalami adesso che lo stallo
Mio molle soccombe di allegorie.



Intrinsa

Amore, ti ricordi
Quando cademmo nei giorni
E nelle mutue parole
E l'impronta della luna 
Capriolando
Colse gli occhi opalescenti
Sulle tue cosce vitree
E il grillo che si sgolava
A perdifiato, la lucciola
Concentrica e bighellona
Le strade senza peso
Gli spazi conclusi
nei nostri perfettissimi piedi
E il vortice del sangue
Nel suo serpente di rosa

I sensi scoppiati dal soma
Le cascate di tutte le luci

La nostra intangibilità
E il sincrono volo proteso
A sfida e onnipotenza.
Amore, ti ricordi
Quando si persero i giorni
Come s'ammutò parola.

 

  

 

Pensiero bianco su una croce di lenta alba
il tuo piede canuto risale la veglia, io che
stamani sul tuo prato mi sono corrugata

 

 

Sonetto napoletano

Aggio cugliute sciure e pecuntrie
pe carattere schivo non per sventura mia.
Aggio sempre scansate battaglie e cunsiglie
in compagnie e nu micille zinghere
nu libre e tanti piezze e carte scritte,
mentre l’occhie s’incagliavane ‘nta neglie
A generazione mie comme e falene
Pipiavano appriesse ‘e tovaglie do currede
E rote e nu traine portavano o suonne
Na cicoria nto piatte, ‘na mezza pummarola
Nu cavalle scunucchiate nta sagliute
Che zuoccole da pene che frieveno a via
Attuorne a me, insomma, tutte era fatica
E bellezze che s’addurmevane senze mai d’aprirse.

 

 

Ho colto fiori e malinconia/per carattere schivo non per sventura mia./ Ho sempre scansato consigli
e battaglie/Mi ha fatto compagnia un gattino zingaro/ un libro e tanti pezzi di carta con una
scritta/mentre gli occhi s’incagliavano nella nebbia./ Tutte le mie coetanee come falene/ pigolavano
intorno agli asciugamani del corredo./ Le ruote di un carro portavano il sonno,/ una cicoria nel
piatto, mezzo pomodoro/ un cavallo stramazzato nella salita/con gli zoccoli della pena che
friggevano la via./ Intorno a me, insomma, tutto era fatica/ e bellezze che si addormentavano senza
mai aprirsi.

 




Opere di Roberto Di Costanzo


 


Segnalato al Premio Lorenzo Montano, 2008

 

 

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