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L'essere,
il suo destino e
in mezzo la metafora del
mare come rappresentazione di una dimensione spazio temporale
ineffabile, del
troppo vasto per essere compreso ma che tuttavia viene intuito come
destino
ultimo che ci assorbe e in lui ci discioglie: questa mi pare essere
l'idea di
fondo che viene problematizzata in questa raccolta, certo senza ansia,
ma come
accoglimento di una intuizione o una verità misteriosa e
cangiante, così come è
profondo e cangiante il mare che è protagonista, in queste
liriche. L'autrice
ha dunque affidato a questo grande archetipo (così come lo
sono
la montagna, il
cielo e gli altri elementi immutabili nella natura) il compito di
rendere per
simboli il messaggio perché "non
si trova una frase a
descrivere
l'inesprimibile" e anche l'Io
poetico cerca di uscire dal suo
annichilimento proprio cercando di immedesimarsi nell'archetipo stesso,
di
assumerne i caratteri, il personaggio, di trasformarsi in
lui....
In questo
modo il mare
viene quasi
antropomorfizzato e l'Io poetico finisce col con-fondersi, anche
fisicamente,
con il mare stesso, in una sorta di continui rimandi, quasi una fusione
o una
con-fusione che ruota intorno a domande anch'esse cangianti,
inafferrabili,
inesprimibili. Il risultato è come una sospensione, un sogno
da
svegli. Una
specie di altro-mondo,
dal quale il mondo vero, che peraltro si
affaccia
in pochissime occasioni, viene violentemente estromesso (in Rotta
cieca ad
esempio) o stigmatizzato. È un mondo vuoto, sguaiato,
incapace
di ispirare
senso. Restano le lunghe ombre della sera della vita,
nella
loro dura
inconsistenza, che paiono alterare la percezione stessa, in una sorta
di
bizzarra deformazione del reale, avvertita nella dimensione spirituale
e anche
in quella sensoriale.
dalla prefazione
di Gianmario Lucini
Prologo
Mare dalle lunghe ombre
mi affretto.
Sciolgo i piedi e la piena
quieto del mio respiro.
Discendendo
l'ultimo ricciolo della vita,
in partenza saluto
gli alberi, la nube che si fece ricordo
e i gigli fratelli
che sfidano la vorticosa estate
prima che l'inverno bruci.
Abbraccio i fiati altrui
gli animali e le costellazioni
e le pietre che servirono
a lastricare un passo e poi subito l'ultimo.
Cenere
del tempo,
di me neanche la mano si salva,
nemmeno uno dei miei capelli.
Oh, piccole onde di saliva che salite tra i denti
dove misi la parola amore e il primo bacio
dite al mondo che ho ancora labbra tenere
che il cuore ruggisce...
Ormeggi
A tornare dal vessillo del sole
al rogo della mia anima
nulla è più vaporoso del volo delle rondini
e tutto più grave del mio sangue.
Continuo a vivere a dispetto
del sentirmi tranquillamente meteora
tranquillamente straniera.
La vendemmia esala su pere e noci
il canto di una bocca dai morsi autunnali
ai quali nessuna equazione vale più di un'altra.
Ma finché il petto s'apre all'aria
prima che si perda ogni traccia
delle orme eroiche
mi atterrò al passo accordato.
Sulle costole dei meridiani
getterò le arance rosse della tenacia
e come il pescatore avrò le mie battaglie.
Continuerò a picchiare sulla volta del cielo
fino a scrivere: sono stata qui. Ho respirato.
Bonaccia
Abitare la fatica della vita
gettando lampi nella gelida calma
i pensieri coperti di polvere.
La materia, nella sua tenebra,
vibra, scola e sbatte
orribilmente alla fine.
Col fiato tra i denti, il piede oscilla.
Ma qui radicati, o Fato,
sulla terra assennata di vento
che stacca le foglie morte
e già culla in boccio le gemme,
oziando nella furia dell'alba
torna ogni volta uno sprazzo
ad appropriarsi del cielo
e le guance del tramonto
inchiodarsi all'aria con un sorriso.
Respirare nelle pietre
che sanno di storia e leggende
fin dove succhia la radice il nettare
e fa capolino un fiore
nelle albealbe, bianche spume,
al corteo della luna, la sorella notturna
che cuce con la passione la garza dei corpi:
qui ogni rosa o merlo o amore parla
a labbra tumide il linguaggio del ristoro.
Celeste meraviglia è la trappola dei sensi
e sia pace al pungiglione dell'etere.
Rete a
strascico
Marinaio,
nel giardino del mio diletto
un spiritello
scorrazza in mari fatati
e le onde si bordano
di grinze fugaci
o si spaccano
in mareggiate tuonanti
ove la mente s'esalta
e spalanca stupori
abissali
incantati
avvinghiata ai coralli calcarei
alle cianoficee filanti.
Negli umani vincoli della carne
nuotano
pesci dalle livree forestiche
purpuree
come sbocchi di sangue.
Sono tali i pensieri
all'orlo della sera:
neri, azzurri, lattescenti
rinchiusi di orrore
o aperti di avventura
creati dalla fantasia nel cuore
per fortuna, per mia consolazione,
non finiscono mai.
Mari del
mondo
Veraci
querce le mie sorelle di oro e di ferro
le incontro spesso a piluccare il cuore del bosco
nei loro visi di pietra, acuti e appassionati,
la furia della vita. Inadatte solo alla guerra,
raccattano erbe per la cena, arbìtri e abusi,
sugellate nelle lande della barbarie
in pepli di prevaricata ignoranza.
Così vi penso, solo così vi amo, disassuefatte
alla riuscita illecita, piegate e respiranti
cure materne sul prato verde della propria zolla:
motilità da banderuola e perizia di conti.
Ogni gigante del bosco è conforme alle donne.
Le ime radici figurano lo spasmo all'azione,
la controvento criniera del salice, per esempio,
la fermezza al sacrificio, o gocce del mio mare,
mentre mai dome versano chicchi e sorrisi intorno.
La vostra casta saldezza è un albero nella burrasca,
solo i miei piedi da sempre al precetto irriverenti.
Risacca
Il
viaggiatore ha il piglio, mi pare, impetuoso
di una barca che risale la corrente tra le schiume.
La chiglia saetta i riverberi dei fulmini
mentre spacca l'acqua come solcasse i campi.
Ogni piede fiero sospinge le sue ambizioni
quasi il gambo della stella sincera
che gira la notte pomposa priva di peso.
La felicità di andare ai propri talenti
è il tratto incendiario della festa iniziale
prima che il disincanto zavorri la casa
costruita su fango di palude.
Vivere rimpiangendo i miraggi che
hanno perso la voluttà di compiersi
fidando che un guizzo torni all'antico fervore.
Nessuno sa dove ormeggiano i progetti inconclusi
e quando comincia la tristezza
a indicare i cimiteri delle attese del mondo.
L'oceano consumato della disillusione lavora
ai polmoni come il fumo all'incallito fumatore
fuori lasciando l'involucro stremato e la rinuncia.
Opere di Stefano
Busonero
Segnalato al Premio Lorenzo Montano, 2010
Premio per la poesia Ombre in Osmosi, 1° classificato, 2010
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