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Mulinare di mari e di muri

Ed. LietoColle, 2008 - Collana Aretusa
ISBN: 978-88-7848-369-9

Prezzo: € 10 (Acquista)

L'essere, il suo destino e in mezzo la metafora del mare come rappresentazione di una dimensione spazio temporale ineffabile, del troppo vasto per essere compreso ma che tuttavia viene intuito come destino ultimo che ci assorbe e in lui ci discioglie: questa mi pare essere l'idea di fondo che viene problematizzata in questa raccolta, certo senza ansia, ma come accoglimento di una intuizione o una verità misteriosa e cangiante, così come è profondo e cangiante il mare che è protagonista, in queste liriche. L'autrice ha dunque affidato a questo grande archetipo (così come lo sono la montagna, il cielo e gli altri elementi immutabili nella natura) il compito di rendere per simboli il messaggio perché "non si trova una frase a descrivere l'inesprimibile" e anche l'Io poetico cerca di uscire dal suo annichilimento proprio cercando di immedesimarsi nell'archetipo stesso, di assumerne i caratteri, il personaggio, di trasformarsi in lui.... 

In questo modo il mare viene quasi antropomorfizzato e l'Io poetico finisce col con-fondersi, anche fisicamente, con il mare stesso, in una sorta di continui rimandi, quasi una fusione o una con-fusione che ruota intorno a domande anch'esse cangianti, inafferrabili, inesprimibili. Il risultato è come una sospensione, un sogno da svegli. Una specie di altro-mondo, dal quale il mondo vero, che peraltro si affaccia in pochissime occasioni, viene violentemente estromesso (in Rotta cieca ad esempio) o stigmatizzato. È un mondo vuoto, sguaiato, incapace di ispirare senso. Restano le lunghe ombre della sera della vita, nella loro dura inconsistenza, che paiono alterare la percezione stessa, in una sorta di bizzarra deformazione del reale, avvertita nella dimensione spirituale e anche in quella sensoriale. 


dalla prefazione di Gianmario Lucini





Prologo 



Mare dalle lunghe ombre
mi affretto.
Sciolgo i piedi e la piena
quieto del mio respiro.
Discendendo
l'ultimo ricciolo della vita,
in partenza saluto
gli alberi, la nube che si fece ricordo
e i gigli fratelli
che sfidano la vorticosa estate
prima che l'inverno bruci.
Abbraccio i fiati altrui
gli animali e le costellazioni
e le pietre che servirono
a lastricare un passo e poi subito l'ultimo. 

  

Cenere del tempo,
di me neanche la mano si salva,
nemmeno uno dei miei capelli.
Oh, piccole onde di saliva che salite tra i denti
dove misi la parola amore e il primo bacio
dite al mondo che ho ancora labbra tenere
che il cuore ruggisce...



Ormeggi 



A tornare dal vessillo del sole
al rogo della mia anima
nulla è più vaporoso del volo delle rondini
e tutto più grave del mio sangue.
Continuo a vivere a dispetto
del sentirmi tranquillamente meteora
tranquillamente straniera.
La vendemmia esala su pere e noci
il canto di una bocca dai morsi autunnali
ai quali nessuna equazione vale più di un'altra.
Ma finché il petto s'apre all'aria
prima che si perda ogni traccia
delle orme eroiche
mi atterrò al passo accordato.
Sulle costole dei meridiani
getterò le arance rosse della tenacia
e come il pescatore avrò le mie battaglie.
Continuerò a picchiare sulla volta del cielo
fino a scrivere: sono stata qui. Ho respirato. 





Bonaccia 



Abitare la fatica della vita
gettando lampi nella gelida calma
i pensieri coperti di polvere.
La materia, nella sua tenebra,
vibra, scola e sbatte
orribilmente alla fine.
Col fiato tra i denti, il piede oscilla.
Ma qui radicati, o Fato,
sulla terra assennata di vento
che stacca le foglie morte
e già culla in boccio le gemme,
oziando nella furia dell'alba
torna ogni volta uno sprazzo
ad appropriarsi del cielo
e le guance del tramonto
inchiodarsi all'aria con un sorriso.
Respirare nelle pietre
che sanno di storia e leggende
fin dove succhia la radice il nettare
e fa capolino un fiore
nelle albealbe, bianche spume,
al corteo della luna, la sorella notturna
che cuce con la passione la garza dei corpi:
qui ogni rosa o merlo o amore parla
a labbra tumide il linguaggio del ristoro.
Celeste meraviglia è la trappola dei sensi
e sia pace al pungiglione dell'etere. 









Rete a strascico



Marinaio,
nel giardino del mio diletto
un spiritello
scorrazza in mari fatati
e le onde si bordano
di grinze fugaci
o si spaccano
in mareggiate tuonanti
ove la mente s'esalta
e spalanca stupori
abissali
incantati
avvinghiata ai coralli calcarei
alle cianoficee filanti.
Negli umani vincoli della carne
nuotano
pesci dalle livree forestiche
purpuree
come sbocchi di sangue.
Sono tali i pensieri
all'orlo della sera:
neri, azzurri, lattescenti
rinchiusi di orrore
o aperti di avventura
creati dalla fantasia nel cuore
per fortuna, per mia consolazione,
non finiscono mai. 




Mari del mondo 



Veraci querce le mie sorelle di oro e di ferro
le incontro spesso a piluccare il cuore del bosco
nei loro visi di pietra, acuti e appassionati,
la furia della vita. Inadatte solo alla guerra,
raccattano erbe per la cena, arbìtri e abusi,
sugellate nelle lande della barbarie
in pepli di prevaricata ignoranza.
Così vi penso, solo così vi amo, disassuefatte
alla riuscita illecita, piegate e respiranti
cure materne sul prato verde della propria zolla:
motilità da banderuola e perizia di conti.
Ogni gigante del bosco è conforme alle donne.
Le ime radici figurano lo spasmo all'azione,
la controvento criniera del salice, per esempio,
la fermezza al sacrificio, o gocce del mio mare,
mentre mai dome versano chicchi e sorrisi intorno.
La vostra casta saldezza è un albero nella burrasca,
solo i miei piedi da sempre al precetto irriverenti. 



Risacca 



Il viaggiatore ha il piglio, mi pare, impetuoso
di una barca che risale la corrente tra le schiume.
La chiglia saetta i riverberi dei fulmini
mentre spacca l'acqua come solcasse i campi.
Ogni piede fiero sospinge le sue ambizioni

quasi il gambo della stella sincera
che gira la notte pomposa priva di peso.
La felicità di andare ai propri talenti
è il tratto incendiario della festa iniziale
prima che il disincanto zavorri la casa

costruita su fango di palude.
Vivere rimpiangendo i miraggi che
hanno perso la voluttà di compiersi
fidando che un guizzo torni all'antico fervore.
Nessuno sa dove ormeggiano i progetti inconclusi

e quando comincia la tristezza
a indicare i cimiteri delle attese del mondo.
L'oceano consumato della disillusione lavora
ai polmoni come il fumo all'incallito fumatore
fuori lasciando l'involucro stremato e la rinuncia. 






Opere di Stefano Busonero 

 

  Segnalato al Premio Lorenzo Montano, 2010
Premio per la poesia Ombre in Osmosi, 1° classificato, 2010



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