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Una
raccolta di venticinque racconti impreziositi da illustrazioni di
Roberto Di Costanzo.
Un
assaggio:
Ipotesi
per un suicidio
Di solito fluttuo. I miei piedi non si appoggiano.
Chi ha sperimentato il tragico distacco da se stessi, che rende
estranei persino i propri pensieri, sa cosa significa trovarsi di notte
davanti allo specchio del bagno con un coltello sulla gola pronto a
tagliarla.
Oppure scoprire due ferite sanguinanti sull'avambraccio sinistro, senza
sapere perché siano lì.
Di tanto in tanto conto i piani che separano il mio terrazzo dal suolo
e a quel punto mi attacco al telefono, chiamo a caso dicendo che parto,
perché quando accadrà non vorrò essere
trovato.
Imbrattare l'asfalto col proprio sangue, mostrare le viscere esplose
nel ruzzolone non mi sembra un buon servigio da rendere a me stesso.
Non vorrei che qualcuno storcesse il naso o peggio si appartasse per un
conato di vomito.
Non mi ucciderò in maniera fragorosa, insomma, sebbene debba
ancora trovare la maniera raffinata che merita il tempo che ho dedicato
a nutrire la mia angoscia. Sarà un atto tanto privato che
gli altri finiranno con l'immaginarmi su un'isola del Pacifico con una
bibita alla menta sotto uno di quei ridicoli ombrellini. Mi considerano
abbastanza strambo da attribuirmi capitomboli esistenziali
così audaci, come se sapessero qualcosa di me e io di loro.
Come se potessimo entrare nelle teste altrui.
Io per esempio non vedo nulla intorno a me, se non esseri che blaterano
senza parlare e si trascinano da un appuntamento ad un altro, da una
cravatta ad un'altra, con un telefonino all'orecchio e un orologio che
ticchetta troppo in fretta e precipita il tempo nella sua fine.
Mi vengono bizzarre considerazioni sul tempo, come fosse
un'entità con faccia, barba e capelli e uno scudiscio per
spingerci avanti. Un tiranno. Il suo ingranaggio possiede una
perversione dalla quale mi tengo alla larga con i mezzi di cui
dispongo.
Dovrei dire che ci provo.
Intanto non so mai in che punto del giorno, del mese e delle stagioni
collocarmi. L'anestesia emotiva per fortuna mi protegge da un computo
troppo raffinato e dall'appartenere a un punto preciso dell'anno.
Tapparelle abbassate, tende spesse per impedire alla luce di filtrare:
ecco, così mi vendico. Mi tiro fuori, mi astraggo, almeno
fino a che non lancerò la mia sfida e avrò deciso
a modo mio, a dispetto di quanto il carnefice ha stabilito sul mio
primo vagito.
Gettarmi da una scogliera quando il mare appartiene solo alle onde,
potrebbe essere un modo per lasciarlo a bocca asciutta. L'anno scorso
avevo anche individuato dove, magari col buio, quando neanche io vedrei
la conclusione del volo, dopo la fluttuazione.
Conosco uno strapiombo sotto il quale il mare impazza giorno e notte,
mugola di bianca schiuma, con pinnacoli cangianti. Costituirebbe una
culla tanto insondabile da essere perfetta.
Si trova in cima all'elenco delle possibili alternative, domina le
sorelle che la seguono e mi addormento, per quel poco che chiudo gli
occhi sul divano, con la sensazione dell'assenza di peso, cercando di
immaginare cosa si pensi in tali frangenti.
...continua...
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