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Gramaglie e frattaglie
Ed. LietoColle, 2011 - Collana Aretusa
ISBN: 978-88-7848-674-4

Prezzo: € 15 (Acquista)
volume con CD audio e 12 tavole colore
 

di Sergio Gabriele

Vulgata d’amore
Quella di Fortuna non può essere definita riduttivamente poesia in vernacolo, in questo caso partenopeo, anche se abbonda, ne è l’architrave, la magmatica e umorale onomatopea di questo lessico unico, “arravugliato .. sfasulando”, e nemmeno aulica per le ricorrenti citazioni in latino, che poi citazioni non sono ma incastonate nel verbo parlato. Viene da pensare ad una sorta di gramelot, ovvero quel misto di fonemi che la gente umile, sottomessa, di sempre è stata costretta a maneggiare, ritorcendoli come emigrati non tanto la lingua o le lingue di accoglienza, ma il misto di slangs portavoce delle cose da dire, quelle vere, irrinunciabili, ineludibili.
Il rimaneggiamento di Fortuna è però di classe, inappuntabile, preciso nei riferimenti e nel senso, come chi vuol mostrare che l’imbonimento della lingua del potere, volta per volta, è stato analizzato nel dettaglio per conoscenza delle armi del nemico, del suo codice, della sua orripilante tracotanza, “Mine, bombe.. anticarro, missili, bazooka, mitra, miccia.. spoletta.. di quanta consorteria di voci triviali ha bisogno la guerra?”. Un vocabolario conosciuto, sondato, come il nemico spesso non sa fare, non sa inquadrare, mirare, la sua vera spina nel fianco, “tremmo comme strega rognosa, appresso a tanta ammuina, e allora io mi voglio strazzià, strappandomi diente e capille, co’ fegato niro ‘e rapille”. Apparentemente il nemico esulta di fronte al suicidio delle idee di rivalsa, di rivoluzione, ignorante e ignorando che è proprio nella energia che l’anima nobile introietta, incapace ad assistere a tanto oltraggio, menomata a lenire siffatto dolore, il tallone d’achille dell’abominio, della tracotanza, “Fino al cuorecupo rimbomba l’in-civiltà, nei vicoli abbandonati, scozzano fame e lacrime dai piedi scalzi”. E’ questo la poesia, altrimenti il grido è vano, e autoreferenziato. Bisogna muovere le viscere, indipendentemente dalla probabilità di potervi abbattere il nemico, mettere in circolo energia, sempre, comunque, “Voglio un’ora per ancora una volta assunare, delle vele che si stregnene ‘o puorto .. delle vocche rorate dai baci, dei ventri che abbagnano orgasmi, dei papagni orgogliosi che nascosero, la furia degli amplessi, allora che le scummesse del cuore, canuscettero l’età dell’oro, l’ecumenico bacio fra terra e criature..” . Le scummesse del cuore. E’ qui la poesia, ricordare alla morte che non è la sola ad azzerare l’origine, e che non è neanche necessario che qualcuno lo sappia, ma che qualcuno lo senta. “In un lampo si struzziò Raggione, annichilì il glossario dell’Altrui, roussoviani pampini di natura, s’arravugliarono all’interesse e sfasulando in vaniloquio .. visuarono le abbuggìe e gli abusi, l’assuefazione all’iniquo .. assurgere al potere et corrumpere, il patto comune, in somnium et insanguinata pace..”
Fortuna docet, giungere alla determinazione del Male non basta, la poesia svilisce nella semplice istantanea, occorre sì percorrere come Bellerofonte il campo Aleio, ma oltre al maiora delle idee straziate, comporre il canto, prendere per mano la Ragione e condurla all’incanto, “..in lotta con l’ignoto, vocche sempre pronte a canoscere, melograni sgranati, lengua che trase e jesce..”. Quindi la poesia di Fortuna si distacca, reseca, paradossalmente dai fronti contrapposti, dall’individuazione, constatazione, fatale al verso, e così facendo sprigiona l’eclettismo del vivere che non è solo linguaggio al riuso, equo e solidale, ma epos, quello stesso che malamente duchi e marchesi hanno appiccicato alla loro velleità di bonaria fratellanza culturale, mostrandone in tal modo la vera cifra, facendosi “sciamano nello scurìo, aprendosi a un sorriso, i monconi infantili delle mine antiuomo”, rendendo semplice e fonica l’impresa assurda di porre l’uomo di fronte alla sua nullità.
L’uomo. Ma anche la donna. “Il corpo delle donne, allisciato con carta a smeriglio, assaturato, svuotato, stinnicchiato.. addimostra ipsofacto il funerale dell’epoca, certe volte da scranni legulei appizzicati ‘ncielo”. Questo dimostra che Fortuna è donna dentro, trasversale per l’io diviso che ricompone nelle costellazioni dell’avvenire, quel passato dell’essere umano che ha fatto a pezzi la Storia. Ora è, qui è, non sui libri. E guardatevi bene, eroi d’ignominia, perché questa risata, vi seppellirà.
Il corpus della poetica di Fortuna non è politico, ma enfatico linfatico, ubiquità del verso, che rende imprendibili e all’occorrenza nocivi per l’ingiusto. E’ la maestria del codex srotolato, mostrato e restituito al mittente perché ormai assolto. “Fuit verbum olim. Una sola parola nei tempi dicunt scripta, d’inchiostro incancellabile”. Il resto è goduria, “treglie, tremmole, trotte e tunne .. purpe, secce e calamare ..vongole, cocciole e patelle”. Non è un caso che la tradizione popolare, da cui derivano le streghe, ha posto i veri confini della conoscenza, il limite d’abbrivio verso forme superiori, che dall’apparente melma stanano la sostanza, guidano all’ineffabile e porterebbero alla vittoria se questa non fosse la giusta allitterazione del perdente. La verità è. Punto. Puoi anche uccidermi, non è questa la svolta, avrò sempre di più la parola semplice, l’unica, “tra blindati troppo blindati, per contenere davvero la pace, scianca passi inediti e sorrisi, il futuro della gioventù dimezzata”.
Annientata, Fortuna, annientata.

 



di Aky Vetere

Come salvare un pensiero.
La terapia combinata in: Gramaglie e Frattaglie di Fortuna Della Porta
Parole dialettali, caricaturali, che raccolgono qua e là echi antichi che una nave sanza nocchiere in gran tempesta, ha sciacquato (troppo) in Arno. Sono parole di una donna, che al dogma del sacro ha scelto l'”eresia” della mischia lessicale, per ritrovare le canoscenze dantesche, dialettali e latine senza far sbiadire il pensiero in acque troppo toscane. E per fortuna. Con attenzione sensibile qualcosa ancora sfugge all'imbarbarimento, se si osserva un debole linfatismo noetico che trasuda dalle radici dei dialetti e dalle lingue antiche; radici nascoste nelle profondità più australi del pensiero, che portano in foglia gli zuccheri clorofilliani verso la luce del sapere. Tutte queste parole compongono quadri caricaturali come i ritratti di Arcimboldo, fatti di maschere dalle vocche antropomorfe sempre pronte a canoscere melograni sgranati, lengua che trase e jesce fuori, messe in scena hic et nunc, quindi estemporanee ed effusive. Se le disponi e le scegli suggeriscono nuove forme perchè sono parole fatte coi cinque sensi più uno, quello partenopeo. E' il senso principale, frutto di grande fantasia che lega con mano sicura i nodi di un teatro-tappeto, dove la tristezza endemica di un popolo si inscena con disegni fatti di parole tonne tonne come un bacio, parole che mascherano la tristezza con rimandi apotropaici e la presentano allegra. Per questo la plaquette: Gramaglie e Frattaglie di Fortuna Della Porta non deve essere letta ma recitata in un teatro dove al davanzale dell'ovest una volta la Luna ricolse il suo pianto e le stelle sorelle, accumpagnate da Venere, sul far del mattino sciallarono dai setati capelli dorate gocce di acquazza. In queste parole- forma vivono suoni Oschi che vocalizzano emozioni ancor prima di uscire come parole, sciamano come un tempo di valle in valle, di villaggio in villaggio e contagiano la forza di uomini per, come dice Lino Angiuli, contrastare in qualche modo questi tempi così narcotici, ma così narcotici, da aver ridotto pesantemente il numero di chi dovrebbe avvertire l'obbligo di “prendere la parola”, anzi brandirla.  


 

di Giorgio Linguaglossa

Ormai ogni nuova pubblicazione di Fortuna Della Porta aggiunge una novità all’orizzonte delle sue opere fin dal suo esordio che ebbe luogo nelle pagine della rivista che curavo nel 2004, «Poiesis». Non mi era sfuggito allora il valore della scrittura poetica della autrice, che mostrava un profilo di sicura originalità nell’ambito della poesia femminile senza avere nulla in comune con la coeva poesia «al femminile» che da almeno due decenni imperversa con l’esposizione di ferite fiammanti e di stigmate preziose da mostrare come orpelli o medaglie di un dolore inflitto e conflitto ab origine da non si sa chi o quale Ente del malaugurio o rito tribale apotropaico.
Quella, ritengo, era la caratteristica principale della poesia dellaportiana, quella inguaribile ostilità alla poesia del cuore, alla edulcorazione dell’anima bella e inferma, quella dei risvolti psicologici e delle ambasce «spirituali». Della Porta è rimasta sostanzialmente allergica a tutto ciò, a tutto un pendio declinante della poesia «al femminile» che privilegiava l’esposizione dei dolori del muscolo cardiaco e la messa in vetrina di anabasi anagogiche della bella interiorità infirmata. L’idea di Della Porta è semplice: quella di mixare espressioni del dialetto campano con frasari colti (della tradizione letteraria) e popolareschi (tratti dai proverbi e da modi di dire autenticamente popolari); intonazioni auliche e illustri con toni ironici e derisori propri dei parlati «bassi». Una miscela di sicuro effetto che l’autrice sa confezionare e ottimizzare impiegando espressioni gergali ed espressioni culte alla stregua di un indifferenziato stilistico, di un pastiche che vanta i suoi antenati migliori nel Laborintus di Sanguineti nel lontano 1956. Ma Della Porta non è affatto una epigona pedissequa della tradizione della neoavanguardia, è una autrice criticamente consapevole delle questioni oggi sottese all’impiego del dialetto (e la Della Porta lo fa con il contagocce) nel corpo dei testi poetici; è consapevole della mutata situazione e, direi, del mutato quadro «costituzionale» che oggi regola il traffico delle poesie in dialetto rispetto alla poesia in Lingua. Secondo un registro derisorio e meta ironico l’autrice fa rimare il plebeo con l’aristocratico, (il «timballo» con il «corallo», «Vesuvio» con «spluvio», «rovescio» con «sghimbescio»); il sardonico con l’ironico («creanza» con «ecomattanza»), il tono claustrale con quello solare («pescoso» con «spumiglioso»), secondo un procedimento che mina alla base qualunque ipotesi di costruire un discorso serio o serioso sul reale (ma di quale «reale» è qui questione?)... così anche i verbi declinati al passato remoto («sciallarono» con «scummigliarono» etc) portano un obolo alla fludificazione versale del discorso poetico visto come il luogo dello zapping lessematico e dello zoom morfematico, il luogo privilegiato di un conglomerato linguistico surrettizio e surrazionale, molto post-surreale, dal momento che anche il surrealismo è stato rottamato, atomizzato e ridotto a serbatoio di citazioni al quale attingere, tra un blog e un post, tra un commento e un memento, tra un ritaglio (di giornale) e un frattaglio di gramaglio (titolo tra l’altro azzeccatissimo per quel rimando semantico secondario agli azzeccagarbugli videocratici che pescano e ponzano tra gramaglie, frattaglie e frittaglie dei lessici gergo politici, dei lessici idiomatici delle subculture mediatiche).
Opera astuta e ingenua al tempo stesso questa di Fortuna Della Porta, in instabile equilibrio, priva di adeguate calzature, costretta a camminare (anzi a saltellare con i tacchi a spillo) sul pavimento sconnesso e vetrificato dei linguaggi poetici contemporanei con una andatura e un aplomb degni di migliore passerella.
Ecco, direi che la plaquette di Della Porta ci induce in buon umore, è una sorta di vaccino contro i virus dei vulnus al femminile (e al maschile) che rischiano di soffocare oggi il discorso poetico.


 

di Giuliana Lucchini

Non nova sed nove’. Certo: non cose nuove, ma in modo nuovo. Questo cercano i poeti. Di questo ha bisogno l’uomo. Ha bisogno di guadagnarsi sempre nuovi traguardi. Altrimenti, come un bambino perspicace, si annoia: si ottunde il suo senso sempre vivo di curiosità e di ricerca. In poesia, come nelle altre arti, si accende il desiderio mai sopito del poeta di perlustrare possibilità di linguaggio accessibili al nucleo segreto del dire e del fare, quando lo stile del suo ‘habitare’, provvisorio sempre lungo il cammino, si evolve in architetture diverse di dimora.
Distaccarsi dalla monotonia del monocorde, diventare ‘plurimi’ (lo suggeriva già Roland Barthes).
Ecco che Fortuna Della Porta con questo libro, ‘Gramaglie e Frattaglie’, fresco di stampa, già nel titolo e nella figurazione di copertina evocando assiepati mondi di Arcimboldo, che per programma a questo aspetto di eccezionalità di visione apertamente si dichiara, innalza il suo personale ‘monumento’ alla parola.
Parola assiepata, parola costruita nel flusso istintivo dell’inconscio, posata sulla pagina e data dalla voce sonora ai ritmi che muove.
Già temperamento di veloce andare, la poetessa si è un poco fermata, per costruire qualcosa che apparisse in altezza, sopra il largo raggio di respiro orizzontale. Non come una nota di lingua classica, voce soprano. Più come un suono di lingua nuova o ‘diversa’, d’eccezione, magari sofisticata, di castrato.

F.D.P. ha abbandonato l’atteggiamento della normalità discorsiva, di ripiegamento speculare del proprio io, sempre comunque in cerca di intensità, per cavare in strutture inattese una spremuta di sostanza invasiva, da viscere interne, ai margini dello sconosciuto. Ha indagato e sperimentato terre e acque fertili, vi ha lavorato per ricavarne germogli di natura mai visti prima.
Questo fa parte del creare: ex-novo.
“Gramaglie e frattaglie”: segnali di rito, lutto e cibo (quotidiano intimo consolatorio). Serietà e ironia in alternanza. Lingua morta per una resurrezione dello spirito vitale.

Questa scrittura di F.D.P., scrittura inedita, non assomiglia neppure a se stessa, nel senso che tutto ciò che era apparso prima, da lei prodotto, fa da apristrada a questo sciogliersi e ‘aprirsi di pista nella neve del sensibile’, sgominando ostacoli. Un libro che sembra uscito dagli scaffali della Biblioteca di Babele secondo auspici Luis Borgesiani.
Parole in movimento pullulano avvoltolate, le une tinte alle altre, corpo compatto deciso a sciogliere il gelo esterno che vi preme. Lingua difficile. Parola non di comunicazione comune, strutture complesse della forma nella scelta del dialetto. Armonioso dialetto. Solo con questo ‘malto’ di base F.D.P. poteva cementare, dalla confusione intraverbale degli idiomi, la sua costruzione di lingua ‘babelica’. Con mezzi soliti, in lingua italiana, non avrebbe potuto raggiungere questo risultato di linguaggio estraniante (in fondo, tutto sommato, comprensibile). Anche se questo comporta uno sforzo ulteriore per il lettore che voglia captarne il senso musicale. Ne vale la pena. La voce di lettura sul CD, che accompagna il libro, diventa indispensabile, chiarifica tutto. La forma compatta della lingua in corso di espressione si concentra nello sforzo di afferrarne lo spirito fuggitivo, il timbro di voce da comunicare. Non è essenziale capirne le significazioni. Diventa importante non tanto ‘quello’ che si dice, ma ‘come’ lo si dice.

*

Lingua difficile, dunque, per concludere. Oscure parole d’oracolo. Mescolanza di termini estranei al linguaggio noto, dialetto, latino, parole d’invenzione, connessioni intraverbali allacciate alla normalità di risorse dialettiche individuali. Struttura insolita, disegno complicato, con effetto finale chiaro da tutti i lati. Non ci sono dispersioni d’immagine. Ogni punto della costruzione, ogni segno, con il soccorso dell’arte nei quadri che accompagnano i testi, è rilevante in funzione dell’insieme. Tutto fruibile. Niente si perde. Nell’agglomerato del linguaggio, spesso di gusto accumulativo, quasi esoterico, o fanatico, la materia di ciò che è esclusivo, o privato, si massifica, si rende solida al durare. Niente più da erodere, niente da tagliare fuori. Strofe compatta, parola fiera. Dura come pietra.

Così, encomiasticamente, F.D.P. si è slacciata dal suo ‘io’ personale per darsi tutta in consistenza di natura nutrice. La sua lingua parla per lei. -‘Eccomi qui, mangiatemi’.

Una semplice ‘plaquette’, questa, non più di tanto poteva dilungarsi tale concentrazione. Un esempio di piccolo capolavoro della memoria fattrice.


 














(c) 2007 Fortuna Della Porta