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di Sergio Gabriele
Vulgata d’amore
Quella
di
Fortuna non può essere definita riduttivamente poesia in
vernacolo, in questo caso partenopeo, anche se abbonda, ne è
l’architrave, la magmatica e umorale onomatopea di questo
lessico unico, “arravugliato .. sfasulando”, e
nemmeno aulica per le ricorrenti citazioni in latino, che poi citazioni
non sono ma incastonate nel verbo parlato. Viene da pensare ad una
sorta di gramelot, ovvero quel misto di fonemi che la gente umile,
sottomessa, di sempre è stata costretta a maneggiare,
ritorcendoli come emigrati non tanto la lingua o le lingue di
accoglienza, ma il misto di slangs portavoce delle cose da dire, quelle
vere, irrinunciabili, ineludibili.
Il
rimaneggiamento di Fortuna è però di classe,
inappuntabile, preciso nei riferimenti e nel senso, come chi vuol
mostrare che l’imbonimento della lingua del potere, volta per
volta, è stato analizzato nel dettaglio per conoscenza delle
armi del nemico, del suo codice, della sua orripilante tracotanza,
“Mine, bombe.. anticarro, missili, bazooka, mitra, miccia..
spoletta.. di quanta consorteria di voci triviali ha bisogno la
guerra?”. Un vocabolario conosciuto, sondato, come il nemico
spesso non sa fare, non sa inquadrare, mirare, la sua vera spina nel
fianco, “tremmo comme strega rognosa, appresso a tanta
ammuina, e allora io mi voglio strazzià, strappandomi diente
e capille, co’ fegato niro ‘e rapille”.
Apparentemente il nemico esulta di fronte al suicidio delle idee di
rivalsa, di rivoluzione, ignorante e ignorando che è proprio
nella energia che l’anima nobile introietta, incapace ad
assistere a tanto oltraggio, menomata a lenire siffatto dolore, il
tallone d’achille dell’abominio, della tracotanza,
“Fino al cuorecupo rimbomba
l’in-civiltà, nei vicoli abbandonati, scozzano
fame e lacrime dai piedi scalzi”. E’ questo la
poesia, altrimenti il grido è vano, e autoreferenziato.
Bisogna muovere le viscere, indipendentemente dalla
probabilità di potervi abbattere il nemico, mettere in
circolo energia, sempre, comunque, “Voglio un’ora
per ancora una volta assunare, delle vele che si stregnene ‘o
puorto .. delle vocche rorate dai baci, dei ventri che abbagnano
orgasmi, dei papagni orgogliosi che nascosero, la furia degli amplessi,
allora che le scummesse del cuore, canuscettero
l’età dell’oro, l’ecumenico
bacio fra terra e criature..” . Le scummesse del cuore.
E’ qui la poesia, ricordare alla morte che non è
la sola ad azzerare l’origine, e che non è neanche
necessario che qualcuno lo sappia, ma che qualcuno lo senta.
“In un lampo si struzziò Raggione,
annichilì il glossario dell’Altrui, roussoviani
pampini di natura, s’arravugliarono all’interesse e
sfasulando in vaniloquio .. visuarono le abbuggìe e gli
abusi, l’assuefazione all’iniquo .. assurgere al
potere et corrumpere, il patto comune, in somnium et insanguinata
pace..”
Fortuna docet, giungere alla determinazione del Male non basta, la
poesia svilisce nella semplice istantanea, occorre sì
percorrere come Bellerofonte il campo Aleio, ma oltre al maiora delle
idee straziate, comporre il canto, prendere per mano la Ragione e
condurla all’incanto, “..in lotta con
l’ignoto, vocche sempre pronte a canoscere, melograni
sgranati, lengua che trase e jesce..”. Quindi la poesia di
Fortuna si distacca, reseca, paradossalmente dai fronti contrapposti,
dall’individuazione, constatazione, fatale al verso, e
così facendo sprigiona l’eclettismo del vivere che
non è solo linguaggio al riuso, equo e solidale, ma epos,
quello stesso che malamente duchi e marchesi hanno appiccicato alla
loro velleità di bonaria fratellanza culturale, mostrandone
in tal modo la vera cifra, facendosi “sciamano nello
scurìo, aprendosi a un sorriso, i monconi infantili delle
mine antiuomo”, rendendo semplice e fonica
l’impresa assurda di porre l’uomo di fronte alla
sua nullità.
L’uomo. Ma anche la donna. “Il corpo delle donne,
allisciato con carta a smeriglio, assaturato, svuotato, stinnicchiato..
addimostra ipsofacto il funerale dell’epoca, certe volte da
scranni legulei appizzicati ‘ncielo”. Questo
dimostra che Fortuna è donna dentro, trasversale per
l’io diviso che ricompone nelle costellazioni
dell’avvenire, quel passato dell’essere umano che
ha fatto a pezzi la Storia. Ora è, qui è, non sui
libri. E guardatevi bene, eroi d’ignominia, perché
questa risata, vi seppellirà.
Il corpus della poetica di Fortuna non è politico, ma
enfatico linfatico, ubiquità del verso, che rende
imprendibili e all’occorrenza nocivi per
l’ingiusto. E’ la maestria del codex srotolato,
mostrato e restituito al mittente perché ormai assolto.
“Fuit verbum olim. Una sola parola nei tempi dicunt scripta,
d’inchiostro incancellabile”. Il resto è
goduria, “treglie, tremmole, trotte e tunne .. purpe, secce e
calamare ..vongole, cocciole e patelle”. Non è un
caso che la tradizione popolare, da cui derivano le streghe, ha posto i
veri confini della conoscenza, il limite d’abbrivio verso
forme superiori, che dall’apparente melma stanano la
sostanza, guidano all’ineffabile e porterebbero alla vittoria
se questa non fosse la giusta allitterazione del perdente. La
verità è. Punto. Puoi anche uccidermi, non
è questa la svolta, avrò sempre di più
la parola semplice, l’unica, “tra blindati troppo
blindati, per contenere davvero la pace, scianca passi inediti e
sorrisi, il futuro della gioventù dimezzata”.
Annientata, Fortuna, annientata.
di Aky Vetere
Come
salvare un pensiero.
La
terapia combinata in: Gramaglie
e Frattaglie di
Fortuna Della Porta
Parole
dialettali, caricaturali, che raccolgono qua e là echi
antichi che una nave sanza nocchiere
in gran tempesta, ha
sciacquato (troppo) in Arno. Sono parole di una donna,
che al dogma
del sacro ha scelto l'”eresia” della mischia
lessicale, per ritrovare le canoscenze
dantesche, dialettali e latine senza far sbiadire il pensiero in acque
troppo toscane. E per fortuna. Con attenzione sensibile qualcosa ancora
sfugge all'imbarbarimento, se si osserva un debole linfatismo noetico
che trasuda dalle radici dei dialetti e dalle lingue antiche; radici
nascoste nelle profondità più australi del
pensiero, che portano in foglia gli zuccheri clorofilliani verso la
luce del sapere. Tutte queste parole compongono quadri caricaturali
come i ritratti di Arcimboldo, fatti di maschere dalle vocche
antropomorfe sempre pronte a
canoscere
melograni sgranati, lengua che trase e jesce
fuori, messe in scena hic et nunc,
quindi estemporanee ed effusive. Se le disponi e le scegli suggeriscono
nuove forme perchè sono parole fatte coi cinque sensi
più uno, quello partenopeo. E' il senso principale, frutto
di grande fantasia che lega con mano sicura i nodi di un
teatro-tappeto, dove la tristezza endemica di un popolo si inscena con
disegni fatti di parole tonne tonne
come un bacio, parole che
mascherano la tristezza con rimandi apotropaici e la presentano
allegra. Per questo la plaquette: Gramaglie e Frattaglie di Fortuna
Della Porta non deve essere letta ma recitata in un teatro dove al davanzale dell'ovest
una volta la Luna ricolse il suo pianto e le stelle sorelle,
accumpagnate da Venere, sul far del mattino sciallarono dai setati
capelli dorate gocce di acquazza.
In queste parole- forma vivono suoni Oschi che vocalizzano emozioni
ancor prima di uscire come parole, sciamano come un tempo di valle in
valle, di villaggio in villaggio e contagiano la forza di uomini per,
come dice Lino Angiuli, contrastare
in qualche
modo questi tempi così narcotici, ma così
narcotici, da aver ridotto pesantemente il numero di chi dovrebbe
avvertire l'obbligo di “prendere la parola”, anzi
brandirla.
di Giorgio Linguaglossa
Ormai ogni
nuova pubblicazione di Fortuna Della Porta aggiunge una
novità all’orizzonte delle sue opere fin dal suo
esordio che ebbe luogo nelle pagine della rivista che curavo nel 2004,
«Poiesis». Non mi era sfuggito allora il valore
della scrittura poetica della autrice, che mostrava un profilo di
sicura originalità nell’ambito della poesia
femminile senza avere nulla in comune con la coeva poesia «al
femminile» che da almeno due decenni imperversa con
l’esposizione di ferite fiammanti e di stigmate preziose da
mostrare come orpelli o medaglie di un dolore inflitto e conflitto ab
origine da non si sa chi o
quale Ente del malaugurio o rito tribale
apotropaico.
Quella, ritengo, era la
caratteristica principale della poesia
dellaportiana, quella inguaribile ostilità alla poesia del
cuore, alla edulcorazione
dell’anima bella e inferma, quella
dei risvolti psicologici e delle ambasce
«spirituali». Della Porta è rimasta
sostanzialmente allergica a tutto ciò, a tutto un pendio
declinante della poesia «al femminile» che
privilegiava l’esposizione dei dolori del muscolo cardiaco e
la messa in vetrina di anabasi anagogiche della bella
interiorità infirmata. L’idea di Della Porta
è semplice: quella di mixare espressioni del dialetto
campano con frasari colti (della tradizione letteraria) e popolareschi
(tratti dai proverbi e da modi di dire autenticamente popolari);
intonazioni auliche e illustri con toni ironici e derisori propri dei
parlati «bassi». Una miscela di sicuro effetto che
l’autrice sa confezionare e ottimizzare impiegando
espressioni gergali ed espressioni culte alla stregua di un
indifferenziato stilistico, di un pastiche
che vanta i suoi antenati
migliori nel Laborintus
di Sanguineti nel lontano 1956. Ma Della Porta
non è affatto una epigona pedissequa della tradizione della
neoavanguardia, è una autrice criticamente consapevole delle
questioni oggi sottese all’impiego del dialetto (e la Della
Porta lo fa con il contagocce) nel corpo dei testi poetici;
è consapevole della mutata situazione e, direi, del mutato
quadro «costituzionale» che oggi regola il traffico
delle poesie in dialetto rispetto alla poesia in Lingua. Secondo un
registro derisorio e meta ironico l’autrice fa rimare il
plebeo con l’aristocratico, (il
«timballo» con il «corallo»,
«Vesuvio» con «spluvio»,
«rovescio» con «sghimbescio»);
il sardonico con l’ironico («creanza» con
«ecomattanza»), il tono claustrale con quello
solare («pescoso» con
«spumiglioso»), secondo un procedimento che mina
alla base qualunque ipotesi di costruire un discorso serio o serioso
sul reale (ma di quale «reale» è qui
questione?)... così anche i verbi declinati al passato
remoto («sciallarono» con
«scummigliarono» etc) portano un obolo alla
fludificazione versale del discorso poetico visto come il luogo dello
zapping
lessematico e dello zoom
morfematico, il luogo privilegiato di
un conglomerato linguistico surrettizio e surrazionale, molto
post-surreale, dal momento che anche il surrealismo è stato
rottamato, atomizzato e ridotto a serbatoio di citazioni al quale
attingere, tra un blog
e un post,
tra un commento e un memento, tra un
ritaglio (di giornale) e un frattaglio di gramaglio (titolo tra
l’altro azzeccatissimo per quel rimando semantico secondario
agli azzeccagarbugli videocratici che pescano e ponzano tra
gramaglie,
frattaglie e frittaglie dei lessici gergo politici, dei lessici
idiomatici delle subculture mediatiche).
Opera astuta e ingenua al tempo stesso questa di Fortuna Della Porta,
in instabile equilibrio, priva di adeguate calzature, costretta a
camminare (anzi a saltellare con i tacchi a spillo) sul pavimento
sconnesso e vetrificato dei linguaggi poetici contemporanei con una
andatura e un aplomb
degni di migliore passerella.
Ecco, direi che la plaquette di Della Porta ci induce in buon umore,
è una sorta di vaccino contro i
virus
dei vulnus
al
femminile (e al maschile) che rischiano di soffocare oggi il discorso
poetico.
di Giuliana Lucchini
‘Non nova sed nove’.
Certo: non cose nuove, ma in modo nuovo. Questo cercano i poeti. Di
questo ha bisogno l’uomo. Ha bisogno di guadagnarsi sempre
nuovi traguardi. Altrimenti, come un bambino perspicace, si annoia: si
ottunde il suo senso sempre vivo di curiosità e di ricerca.
In poesia, come nelle altre arti, si accende il desiderio mai sopito
del poeta di perlustrare possibilità di linguaggio
accessibili al nucleo segreto del dire e del fare, quando lo stile del
suo ‘habitare’,
provvisorio sempre lungo il cammino, si evolve in architetture diverse
di dimora.
Distaccarsi dalla monotonia del monocorde, diventare
‘plurimi’ (lo suggeriva già Roland
Barthes).
Ecco che Fortuna Della Porta con questo libro,
‘Gramaglie e Frattaglie’, fresco di stampa,
già nel titolo e nella figurazione di copertina evocando
assiepati mondi di Arcimboldo, che per programma a questo aspetto di
eccezionalità di visione apertamente si dichiara, innalza il
suo personale ‘monumento’ alla parola.
Parola
assiepata, parola costruita nel flusso istintivo
dell’inconscio, posata sulla pagina e data dalla voce sonora
ai ritmi che muove.
Già temperamento di veloce andare, la poetessa si
è un poco fermata, per costruire qualcosa che apparisse in
altezza, sopra il largo raggio di respiro orizzontale. Non come una
nota di lingua classica, voce soprano. Più come un suono di
lingua nuova o ‘diversa’, d’eccezione,
magari sofisticata, di castrato.
F.D.P. ha
abbandonato l’atteggiamento della
normalità discorsiva, di ripiegamento speculare del proprio
io, sempre comunque in cerca di intensità, per cavare in
strutture inattese una spremuta di sostanza invasiva, da viscere
interne, ai margini dello sconosciuto. Ha indagato e sperimentato terre
e acque fertili, vi ha lavorato per ricavarne germogli di natura mai
visti prima.
Questo fa parte del creare: ex-novo.
“Gramaglie e frattaglie”: segnali di rito, lutto e cibo
(quotidiano
intimo consolatorio). Serietà e ironia in alternanza. Lingua
morta per una resurrezione dello spirito vitale.
Questa
scrittura di F.D.P., scrittura inedita, non assomiglia neppure a
se stessa, nel senso che tutto ciò che era apparso prima, da
lei prodotto, fa da apristrada a questo sciogliersi e
‘aprirsi di pista nella neve del sensibile’,
sgominando ostacoli. Un libro che sembra uscito dagli scaffali della
Biblioteca di Babele secondo auspici Luis Borgesiani.
Parole in movimento pullulano avvoltolate, le une tinte alle altre,
corpo compatto deciso a sciogliere il gelo esterno che vi preme. Lingua
difficile. Parola non di comunicazione comune, strutture complesse
della forma nella scelta del dialetto. Armonioso dialetto. Solo con
questo ‘malto’ di base F.D.P. poteva cementare,
dalla confusione intraverbale degli idiomi, la sua costruzione di
lingua ‘babelica’. Con mezzi soliti, in lingua
italiana, non avrebbe potuto raggiungere questo risultato di linguaggio
estraniante (in fondo, tutto sommato, comprensibile). Anche se questo
comporta uno sforzo ulteriore per il lettore che voglia captarne il
senso musicale. Ne vale la pena. La voce di lettura sul CD, che
accompagna il libro, diventa indispensabile, chiarifica tutto. La forma
compatta della lingua in corso di espressione si concentra nello sforzo
di afferrarne lo spirito fuggitivo, il timbro di voce da comunicare.
Non è essenziale capirne le significazioni. Diventa
importante non tanto ‘quello’ che si dice, ma
‘come’ lo si dice.
*
Lingua difficile, dunque,
per concludere. Oscure parole
d’oracolo. Mescolanza di termini estranei al linguaggio noto,
dialetto, latino, parole d’invenzione, connessioni
intraverbali allacciate alla normalità di risorse
dialettiche individuali. Struttura insolita, disegno complicato, con
effetto finale chiaro da tutti i lati. Non ci sono dispersioni
d’immagine. Ogni punto della costruzione, ogni segno, con il
soccorso dell’arte nei quadri che accompagnano i testi,
è rilevante in funzione dell’insieme. Tutto
fruibile. Niente si perde. Nell’agglomerato del linguaggio,
spesso di gusto accumulativo, quasi esoterico, o fanatico, la materia
di ciò che è esclusivo, o privato, si massifica,
si rende solida al durare. Niente più da erodere, niente da
tagliare fuori. Strofe compatta, parola fiera. Dura come pietra.
Così,
encomiasticamente, F.D.P. si è slacciata
dal suo ‘io’ personale per darsi tutta in
consistenza di natura nutrice. La sua lingua parla per lei.
-‘Eccomi qui, mangiatemi’.
Una semplice
‘plaquette’, questa, non
più di tanto poteva dilungarsi tale concentrazione. Un
esempio di piccolo capolavoro della memoria fattrice.
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