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di Giorgio Linguaglossa Libro che segna la maturità della poetessa di adozione romana, felice anche nel titolo, nelle immagini del tonfo e del sonno dei candidi volti di marmo della copertina che richiamano, per anamnesi, l'heideggeriano «oblio dell'essere» e il tramonto come trionfo (e caducità) del «mondo del si». Oltrepassare l'epoca della metafisica per Fortuna Della Porta non consiste nella celebrazione e nel rimpianto della fine dei fondamenti e le rovine del senso (come presso gli elegiaci), quanto nell'albergare in mezzo a queste rovine, questi frammenti (filamentosi) intesi quali occasioni per una liberazione della condizione umana libera dagli dèi e dalla imposizione delle strutture perentorie dell'essere («Gli dei sono fuggiti dal mondo /e nessuno insegue gli dei»). Adesso, è chiaro lo svolgimento: il discorso portato avanti dalla poetessa romana, fin dal Diario di minima quiete (LietoColle, 2005), passando per le stazioni intermedie di Io confesso (Lepisma, 2006) e Mulinare di mari e di muri (LietoColle, 2008) consisteva nel dare voce all'epicedio di un mondo di visibilia e di minuterie quotidiane per andare oltre il quotidiano e la cronaca del quotidiano («La mia maturità / -arduo dirla vecchiaia - / oramai disfatta / in un campo di stoppie / ha solo paletti per sostenere / ancora un giorno»), dare voce ai miti per andare oltre i miti (verso il nuovo quotidiano letto attraverso quei miti), è qui il momento più alto del libro, nelle poesie «Icaro», «Minotauro», «Cassandra», eppure in quella libera e metaironica affabulazione che risponde al titolo di «Principio», a mezzo tra discorso introduttorio e definitorio delle cose «prime» (una sorta di discorso intorno alle cose prime) del nostro universo, con tanto di diorama del Principio biblico e fantasmagoria delle cose «ultime» le quali, in fin dei conti, siamo il «noi» (il post-moderno) della contemporaneità. Il complesso discorso metaironico e conviviale di Fortuna Della Porta si snoda così in un piacevole «parlato» che si dirama in un delta linguistico attraverso le frattaglie e le minuterie, i risvolti della cronaca e i richiami al tempo mitico, il tutto emulsionato e agitato all'interno della clessidra della contemporaneità. Due sono gli schemi possibili: 1) quello di chi attende che il «senso» si sveli, e allora la scrittura diventa il ricettacolo, la preparazione della rete entro la quale (la scrittura - quel senso) dovrà impigliarsi; 2) di chi invece considera la scrittura come un esperienziare le esperienze di ciò che è possibile esperire, lasciando al di fuori del proprio demanio il non esperibile (il wittgensteiniano non dicibile). La scrittura della poetessa romana procede così per contaminazione e commistione, immersione-emersione nelle (e dalle) faglie del «parlato», adottando ed ereditando di questo il calco mimetico, con tutto ciò che di irregolare e di transitorio ne consegue, il balzello che un tale procedere necessariamente comporta.
di Marco Scalabrino A pieni voti superati gli esami di facciata (seducente, in copertina, l’immagine del mitico Endimione in drappo rosso che, addormentato, attende la visita della Luna), penetriamo senza indugi la sostanza del volume, che consta di circa centodieci pagine e di sedici testi. Lucio Zinna, con l’acutezza che gli riconosciamo, in prefazione scrive che la sonnolenza delle cose appare intesa a misurarsi con i grandi temi della poesia di ogni epoca e latitudine. E soggiunge: “Delle cose la poetessa mira a percepire le essenze. E mira soprattutto a cogliere il senso di noi stessi. Comprendere chi siamo è l’obiettivo. E la poesia, in cui il significante si pone ad substantiam acti, si fa sentiero a tale ricerca, secondo i parametri che la poetessa chiama “le vie dell’anima.” Colpisce, in Fortuna Della Porta, il modo di risolvere liricamente argomentazioni e narrazioni, in un variegato, spesso inconsueto gioco di metafore. Immagini della realtà di ogni giorno sono investite da bordate surreali trasfigurandole e facendole apparire come in sospensione. In un singolare capovolgimento dell’asse, non è il soggetto a vedere scorrere il tempo, ma è questo che, impietoso nella sua acredine, “guarda passare” quegli. Dalla contemporaneità giunge l’istanza di una attualizzazione di mitologie bibliche, greco-romane, orientali: l’Eden, Icaro, il Minotauro, Cassandra.” Giorgio Linguaglossa, nella sua recensione del libro, osserva: “Il complesso discorso metaironico e conviviale di Fortuna Della Porta si snoda in un piacevole “parlato” che si dirama in un delta linguistico attraverso le frattaglie e le miniature, i risvolti della cronaca e i richiami al tempo mitico, il tutto emulsionato e agitato all’interno della clessidra della contemporaneità. La scrittura procede per contaminazione e commistione, immersione-emersione nelle (e dalle) faglie del “parlato”, adottando ed ereditando di questo il calco mimetico, con tutto ciò che di irregolare e di transitorio ne consegue.” E Ivano Mugnaini, dal canto suo, soppesa: “C’è il gusto serio e divertito, profondo senza mai risultare pedante o artificioso, dell’invenzione e della variazione sul tema. Alterna versi brevi e lunghi, metafore piane e accostamenti estremi, acrobatici, mai per il gusto della scena, ma piuttosto per dare forma di parole e di suono ad una esuberanza che è ricerca di quel significato ulteriore che si trova nella magia arcana delle cose, in quello spazio fra sonno e veglia, comprensione e meraviglia.” Per darvi
riscontro della bontà delle affermazioni degli illustri
letterati appena
evocati, andiamo a ricercare ed estrarre dal testo, invitandovi magari
a
scovarli in seno ad esso, taluni degli esiti maggiormente felici per
formulazione, per estro inventivo, per suggestione: il tempo: / giorni
/ che
stramazzano; la falce della notte … procede a ritroso, / col
nero ai fianchi /
che infittisce in continuazione; il sogno è
l’interregno /
che … tarda a calare
sui gesti / che non vorrebbero concludersi mai; le stazioni
…
dividono il
pianto, / separano dita intrecciate. / Talora rubano un soldato;
l’autunno
delle giunture / ha il medesimo passo ferroso / della luce che si
accorcia; È
l’ago / delle cose avute e date, / attimi o anni di cristallo
o
di sale, / a
cucire l’abito da viaggio; Prima di morire, almeno capire
… il significato di
me così inutile e cieca / ostinata al respiro; Doppia: /
come
l’albero / culla
e bara, / il fuoco, insieme, / rosso e nero; soprattutto il poeta /
veglia sul
mondo; la parola del poeta diffonde, talora commuove, / ma di rado
è lega dura
/ da spezzare le catene e convertire; Icaro si libra negli aghi del
sole che lo
perderanno. Fascinosi,
altresì, certi passaggi onirici: scalza / su un deserto
pulito
come uno spillo
/ sto per raggiungere / in questa notte fatata / ogni accampamento, /
col lungo
viaggio del cammelliere ... la sera muore ignorandosi … e la
mia
ovatta … ha
peripli cremisi, occhi di bistro / ove la conduce la fantasia. Tra le
architetture messe in campo, poi, da Fortuna Della Porta, fa capolino
un argot
italiano-francese, che sfoggia espressioni e termini quali: hors du
temps, au
cheval, rien!, déjeuneur,
l’homme
m’a vue, sous la
rue
étrangère, s’il
vous plaît, je braille. Ma la
poesia
di Fortuna Della Porta dispiega altri contenuti e corrispondenti altre
soluzioni che vale la pena di vagliare, al fine di appurarne
l’ampio spettro
delle realizzazioni. Ne segnaliamo, qui, alcuni su questioni di natura personale, sentimentale e sociale, sottolineando che non necessariamente l’io poetico e l’io autobiografico debbono coincidere: un amante segnò su di me / il suo piacere / ripetutamente / come una vittoria o un diritto. / Non domandò: io piansi. / Mi fece scorrere sulla nuca cera bollente; d’improvviso un frullo / nella mia testa avanza / che lascio a sgranare / il tempo acre che in solitudine / mi guarda passare; ancora oggi / sottomessa / al peso dell’incerto / al pessimismo della ragione / alla finitudine; di Cettina e Maria mi coglie un rimpianto tardivo / in punta di penna / ma non so immaginarle se non segnate da rovinose maternità / e mani consunte dalle asperità del dovere; l’umanità negletta o sfruttata / possiede solo quelle spine, / ha scarpe di cartone / per vedersela con gli scogli / e di solito si abbevera di acqua salata; che si dica / clochard, homeless, barbone / si parla di fughe; riprendere la strada / almeno / per portare in salvo / la fame di un bambino. Accanto a tali avanzate esecuzioni sono parimenti presenti, nel segno viceversa della tradizione letteraria, filastrocche, cantilene, scioglilingua, con rimbalzi di rime, di assonanze, di omofonie, con le quali si cerca, giusto nella apparente lievità, di ottenere l’attenzione dell’altro, di veicolare il proprio messaggio, di attrarre il lettore sul terreno di argomenti nondimeno estremamente seri: erba-caverna / caverna-magenta / magenta-lucente / magma e semente; dolcetti scherzetti fumetti … labia visi rifatti / bigotti nel pozzo dei matti / botox per rughe di ratti … e abiti per mondi di fiaba / in vendita un tot la pelle / nella terra delle cose belle … Pizie pizzi pazzi pizze / banchetta chi è sazio / digiuna chi ha fame / in terra a furor di reclame. / Nella Casa del Parapiglia / si ciarla a tutta briglia / dietro viene chi arranca / e ciurli chi me ne striglia. Una speciale menzione meritano due testi, entrambi assai belli: il primo dedicato ad Ana Politkovskaja (peraltro laureatasi con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva), la giornalista russa assassinata nel 2006 nota per il suo impegno in favore dei diritti civili; il secondo ad Assunta Finiguerra, una tra le autrici dialettali italiane più amate dell’ultimo decennio, scomparsa nel 2009. I testi meriterebbero ambedue di essere riprodotti per intero; valgano tuttavia per essi, solo a mo’ di esempio, dei concisi rispettivi stralci: Anna dimostrò … che un cencio di denuncia / aiuta ad asciugare una piaga … ma neanche una volta / un fucile uccide la verità e l’onore; Certe bocche parlano col fuoco. / Hanno nella parola braci / nella penna lume di torcia / nel cuore / il giuramento indissolubile all’incendio dell’arte / asservito all’umiltà. / A tale fuoco si struggono i poeti. Quattro testi dell’opera sono preceduti da una iscrizione. Eccone degli scampoli: “Per quanto tu possa andare, viaggiatore delle sette lune, delle sette tuniche, delle sette fiasche di lacrime … neanche … canuto e il piede carico d’anni … neanche allora giungerai ai confini della terra”. Campeggia il rimando al numero sette, cifra che ha una spiccata accezione simbolica; tra il sacro e il profano, alludiamo solo: ai peccati capitali, ai veli della danza di Salomè, alle meraviglie del mondo antico, ai giorni della settimana, alle vite di un gatto, agli anni di studio “matto e disperatissimo” di Giacomo Leopardi, ai nani di Biancaneve, alle note musicali, eccetera eccetera; “La morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c’è e quando essa sopravviene noi non siamo più”. Epicuro libera così l’uomo dalla paura della morte; “Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh! Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei”. Questa iscrizione sovrasta il tempio dell’oracolo di Delfi, l’oracolo più importante di tutto il mondo greco, il cui santuario era chiamato “ombelico del mondo”; “I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo” è una asserzione di Aldous Leonard Huxley, scrittore britannico, 1894 – 1963 (il 22 Novembre, lo stesso giorno in cui morì John F. Kennedy), famoso per i suoi romanzi di fantascienza, da molti reputato “il padre spirituale” del movimento hippie. Sembrerebbero adombrarsi, specie da queste ultime notazioni, degli intenti pedagogici nella produzione della Nostra. Probabilmente, sì, in parte essi vi sono. Ma lo spirito vero, profondo, non crediamo sia quello di prevaricare il lettore, di calare dall’alto un monito perché questi ne tragga pedissequamente una lezione, di far scivolare fra le righe la sua mission; prevale piuttosto il sano proposito di trasferire al lettore quelle esperienze, unicamente perché questi possa compiutamente e liberamente meditare su di esse. Raffinata accumulazione di esiti, accurata scelta lessicale, ampio potenziale semantico, elevato spessore lirico: una sorta di rincorrersi di immagini, alla quale non è estranea la propensione filosofica dell’Autrice, che vanno a comporre il puzzle screziato della nostra esistenza. Sonnolenza è, per definizione, lo “stato di torpore provocato da bisogno e voglia di dormire”; per estensione, lo “stato di inerzia, di torpore spirituale, di inattività.” E, cioè, la svogliatezza, la pigrizia, l’abbandono. E allora, per quanto sopra esposto, il titolo, siamo convinti, è da intendersi quale una bella e buona provocazione, che mira giusto ad ottenere l’effetto contrario alla sonnolenza e si ricollega dunque direttamente alle fondamenta del suo pensiero, ovvero al riscatto dell’arte, a quel prossimo Rinascimento che, lei agogna, verrà.
di Gino Rago La letteratura, in generale, la poesia, in particolare, sono davvero un continuo viaggio fra “scrittura diurna” e “scrittura notturna”, (riprendendo un’idea cara a Claudio Magris), in cui l’autore tende a ripetere ciò che sussurrano o gridano i suoi “demoni” palpitanti al fondo del suo cuore, ancorché suggeriscano perfino parole pronte a smentire valori e dèi presenti nella voce diurna del poeta. Ogni poeta ha il suo alfabeto, asserisce Fortuna Della Porta nel magnifico Le vie dell’anima, uno dei migliori componimenti della sua recentissima raccolta poetica, offerta come un dono ai suoi fedelissimi lettori col titolo La sonnolenza delle cose, per i tipi e sotto le cure LietoColle, a suggellare oramai una lunga fedeltà a una poesia come luogo insostituibile, ineludibile di elaborazione di strumenti interpretativi della presenza dell’uomo nel mondo. Nasce un fiore nel cosmo e la chiamano terra…così Della Porta in Principio, in cui sfatta dal tempo, reca nel sangue la sua genealogia, quasi a proporre una poesia capace di guardare osservare, declinare il suo stesso dolore, svelando la luce rappresa nelle cose: Mi preparo dal primo vagito, / quando il dolce fiato mi cadde /di schianto sulla pietra della terra / imparai l’arte del commiato (Tregua pag. 71), è lo sguardo che tocca il proprio apice nel puro evento anche quotidiano dal quale si alza la metafora sulla pietà di sé, nel desiderio di parlarne. Poesia moderna ma dal respiro antico questa di F.D.P. che si è fatta avara anche di punteggiatura, come se fosse superflua, superata, persino inutile a catturare il suono della vita sempre più imprendibile e sfuggente. Cassandra è maledetta. Erba strinata e livide occhiaie/ abitano il mio castigo. / Nessuno mi intende. Un monologo drammatico nel quale la poetessa ausculta la psiche, ma nella speranza ardente di coglierne il ritmo, il rimbombo, la musica da ri-proporre al logos per farsi parola, chiara e diretta. Un dardo d’oro nell’occhio dell’uomo. di Vincenzo D'Alessio (Montoro, dic. 2010) Nella
collana “Aretusa”, delle edizioni LietoColle,
è stata inserita e pubblicata la
raccolta di poesie di Fortuna Della Porta, salernitana, che vive a
Roma, dal
titolo: ”La sonnolenza delle cose”. Una potente
trasposizione, mito-filosofica,
in versi. Più di cento pagine pregne di riferimenti ai miti
greci e latini e a
fonti ancora più antiche. La poetica è densa di
una maturità che conforta il
lettore agguerrito: “ (…) La mia
maturità / (arduo dirla vecchiaia) / oramai
disfatta / in un campo di stoppie / ha solo paletti per sostenere /
ancora un
giorno.” (pag.53) |
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