![]() |
| Photogallery | Contatti | Siti amici |
|
|
|
di Chiara Moimas Le
parole
della poesia
sono difficili, al primo impatto sfuggono. di Monica Cito Letto
oggi, 1/02/2006 in
Ceglie Messapica (BR) [1] Da: David Dvorkin "I figli della montagna lucente", Edizioni Sonzogno Fantascienza, Milano, 1978; pag.7. di Ilaria Dazzi Ho
camminato molto tra i sentimenti,/ i miei e quelli
degli altri,/ ed è rimasto sempre spazio tra loro /per far
passare
l'ampio
tempo.
(Sono passata, Kiki Dimulà in «L'adolescenza dell'oblio»). ‘Poesia' è il vocabolo che apre Diario di minima quiete, raccolta di trenta poesie di Fortuna Della Porta e ‘qui' è l'avverbio che la conclude. Lasciando scorrere lo sguardo sui titoli dei componimenti, si nota una caratteristica ricorrente: essi sono per lo più introdotti da articoli determinativi o dallo stesso avverbio che chiude l'intera operazione. Il ‘gioco' linguistico suggerisce un intenso labor limae, una costruzione dosata e attenta, volutamente non comune perché fondata parallelamente sia sulla ricerca del sinonimo, sia sulla creazione dell'immagine spesso inconsueta. La centralità dell'esperienza dell'io non impedisce l'adozione di un punto di vista oggettivo: l'idea è quella di creare un equilibrio anche estetico oltre, naturalmente, ad indagare l'universalità del paradigma poetico come esperienza umana. Il viaggio di Fortuna Della Porta è un percorso attraverso le radici della poiesis: un cammino guidato dalla poesia «Nuda», da incidere «ignuda e violenta», «altera come il giunco alla piena»; seminare versi è seguire il canto della vita, scoprirne gli effetti, sondarne le sfumature mettendosi in gioco e scoprendosi rassegnati a «vivere di vento». Mista al gioco linguistico, al divertimento (e all'abilità) dell'autrice, c'è la verità di chi scrive: il punto di vista si espande facendosi forza sulla propria singolarità, sulla consapevolezza che se gli uomini non sono portatori di una verità assoluta sono comunque portatori di una propria verità che la poesia, come strumento, ha il compito di portare alla luce. Per raccontarsi e raccontare l'esperienza umana, Della Porta usa «forbici a doppia lama»: «acciuffa le parole», si pone in punta di piedi sulla pagina quasi per osservare un percorso da una postazione incontaminata, sulla soglia di una nuova scoperta da accarezzare, da fare propria per poterla elaborare; le parole «crepitano tra le mani», le immagini che esse si portano dietro prendono forma, delimitate da suoni, portatrici di vita, dei suoi frammenti afferrabili o meno. Si percepisce un senso di attesa, un'incolmabile necessità di raccogliere l'esistenza nelle sue svariate manifestazioni per convogliare l'energia prodotta (e, soprattutto, percepita) sulla pagina bianca: al lettore non resta che partecipare al movimento dei fiori e delle foglie, all'oscillazione cromatica dei chiaroscuri stagionali, all'«angoscia della metafora» di un appuntamento atteso eppure ancora incerto. E' evidente e- talora sublimata- una sorta di fusione tra passato e presente: l'adolescenza di un «bacio fragile e frugale trepido e rimpianto» scivolata in prossimità dell'atto adulto di «strapazzare versi e alzare la posta». Il poetare non è costituito di rime, (a cui l'autrice preferisce morbide assonanze, mai troppo insistite), né di similitudini o di facili enjambément: oserei dire che ella preferisce azzardare rapide metafore, oniriche talora, «a ranghi serrati» o, per i lettori più coraggiosi, a vele spiegate, fingendo che la scrittura avvenga quasi «per dispetto». Reminiscenze di Ezra Pound e di Eliot, nonché del Dante dell'Inferno, allusioni frequenti alla letteratura contemporanea (penso a Zanzotto soprattutto, ma un certo ‘giocare' senza falsi pudori mi ricorda pure Quenau, anche se in una diversa prospettiva), fanno di questa breve raccolta realmente un diario di immagini e di situazioni, una fotografia personale, come un fiore che protende i petali verso l'esterno per mostrarsi alla luce del sole. L'urgenza alla vita, nonostante gli spigoli, l'urgenza al tempo, malgrado la sua tirannia, lasciano sulle palpebre l'ebbrezza di una corsa giovanile verso l'essenza delle cose, «Mille respiri a scalare la groppa», «la mia spugna che sboccia d'azalea», la curiosità insomma di scoprire la realtà, anche divorandola. Lettura interessante, femminile per una certa capacità di dosare la parola e di porla, maliziosamente oserei, oltre la consueta ‘architettura' del verso poetico: abbiamo davanti un'operazione che richiede vivace partecipazione da parte del lettore, nella fusione continua fra immagine vissuta e pensiero. Un viaggio a piedi nudi e a cuore aperto verso le stagioni della mente e della vita, in compagnia dei sensi e, soprattutto, del senso delle cose.
di Cosimo Campanelli Vi
è sempre una emozione, quando si avvicina una voce di poeta
che per noi è
nuova. Una emozione che diventa più profonda quando,
leggendo a
mano a mano, ci
accorgiamo che non ci eravamo sbagliati e che, ancora una volta, una
esperienza
esistenziale si è fatta forma - quella
forma - nel senso che quei contenuti se fossero espressi in un'altra
forma
sarebbero altra poesia
- e forse apparterrebbero ad un'altra persona.
Nel nostro caso, dunque, non vi è dubbio che le impressioni e le immagini, appartenenti a Fortuna Della Porta si trasformano in forma, diventano espressione poetica - una espressione poetica che, nel passaggio dalla prima raccolta (Rosso di sera) alla seconda (Diario di minima quiete) diventa sempre più concentrata, essenziale, disposta al «sacrificio di sé». «La poesia - dice Thomas Stearns Eliot - è sacrificio di sé» ovvero di tutti quei contenuti (impressioni, stati d'animo, emozioni) che non sono in grado di mettersi al servizio della forma, cioè di trasporsi di trasfigurarsi in essa. L'intuizione lirica della nostra poetessa, con sempre più ferma lucidità nel Diario, tende appunto a intus ire, ossia ad andare in profondità e, allo stesso tempo, anche gli strumenti retorici e stilistici si affinano sempre di più. Da questo punto di vista, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio work in progress, in cui gli scenari dell'infanzia e della giovinezza costituiscono - più e meglio dei luoghi della maturità - un pregnante mondo immaginario. In altre parole, quei primi scenari tendono a farsi altrettanti paesaggi interiori, nei quali la fantasia prende ad abitare con crescente dimestichezza, togliendo ad essi tutto il superfluo. Quella rete di riferimenti allotri, estranei, che permettono una comprensione anche immediata dei testi poetici, e quindi, per così dire, un facile accesso al «paesaggio interiore» del poeta, si fa sempre meno agevole. Si ha così un processo duplice e, allo stesso tempo, inverso, nel senso che, mentre il poeta si muove a suo agio nel proprio mondo interiore, che ha ormai un linguaggio funzionale ad esso, tanto più diventa ostico, quasi inaccessibile agli altri (anche alle persone più vicine e care). Quando avviene ciò - come è manifesto in Diario di minima quiete, tutto diventa più difficile, ma proprio perché il cd. vissuto è trasposto, trasfigurato in una misura più alta e pura. La poesia, quando è veramente tale, impegna la personalità in una esperienza che è sempre più aspra e solitaria, in quanto il poeta, adoperando senza risparmio gli strumenti tecnici di cui dispone, sacrifica tutto se stesso alla FORMA della poesia. Non è tanto strano osservare che ogni poeta autentico trova il suo Muzot, (ovvero il rifugio eremitico delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo di Rilke) e ciò avviene dovunque egli, senza subire l'influenza del luogo che lo ospita, possa assorbire tutto se stesso nel formare, figurare le istanze che veramente gli stanno a cuore. Come avviene a Della Porta che, in una incalzante sequenza di immagini del nostro Sud, compone un indimenticabile microcosmo, che, per economia di discorso, non si può citare per intero : «Come quando in terra di limoni / Cantavano il corredo le donne / Del bruciato deserto del sud / E i cani beccavano alla strada / Come quando a mela cotogna / O pannocchie si mangia nel sud / I ragazzi inseguivano il cerchio / E battevano le figurine del calcio / Precipitosamente abbruniti d'aprile / Negli scampoli del deserto del sud / Il sole si stanca sul mare del sud / L'arsura ha radici negli occhi del sud / E mulina la polvere nel deserto del sud / Le donne cucivano e cantavano / Dietro le proprie sbarre nel deserto del sud / I denti di perla gli occhi di pece / Cantavano l'amore le donne del sud / Nella ruggine succosa d'arancio / Nutrivano sogni le donne del sud [...]. La Della Porta «acciuffa le parole», che appartengono al proprio mondo fantastico, perché sa che non vi sono parole neutre, ma solo quelle a cui diamo un nostro spessore interiore, creativo: parole che sono state segnate da fatti della nostra vita, ma che ormai sono al di là di essi. E ciò perché la poesia si attua attraverso una continua negazione e trasposizione di cose e di vicende. La Della Porta, però, non cade nell'errore di ritenere che prima dell'intuizione niente è determinato e che dopo di essa tutto è determinato. La Della Porta, al contrario, sa che vi è ancora molto da fare e - con chiara indicazione di poetica - specifica che «usa forbici a doppia lama per ritagliare [le parole] sulle sagome», le quali peraltro non tutte si adattano. E a questo punto il poeta si fa poietès, artefice e, adoprandosi nella propria officina, «rabbercia la sua espirazione», ossia emette suoni e li aggiusta destreggiandosi «tra simili e contrari», mentre «gli crepita tra le mani un neologismo o un'anticaglia»; sì che il poeta sembra veramente «un burattinaio della moltitudine salvifica» - non «di una moltitudine salvifica», perché quella moltitudine è soltanto del poeta - e solo a lui chiede di salvarsi - e questi, coltivando «assonanze e traslati» traccia fili d'inchiostro su un foglio, i quali, simili alle note sulle righe di un pentagramma, producono suoni... Il poeta, dunque, acciuffa a volo le parole, che gli vengono dall'ispirazione, mutuata dai propri ricordi, ma poi, lungi dal ritenere tutto determinato, lavorando nel suo laboratorio, compie, esplicita il testo, che ha avuto il suo incipit nella intuizione. Il titolo - Diario di minima quiete - in nessun modo deve far pensare a un approdo minimalista, a una scelta di poetica debole, che rifiuta di affrontare il rischio della «voragine della passione», sempre insidiosamente presente nello «spazio della vita», né tanto meno [deve far pensare] alla decisione di mettere tra parentesi i grandi problemi i quali - si accetti o non di prenderli in considerazione - sono per ognuno di noi basilari. Nulla di tutto ciò si rileva nella poesia di Della Porta che, anche nella trasposizione poetica, non è persona che si tiri indietro; anzi sembra di poter dire che, pronta com'è a sopperire alla «debolezza del giunco» con la «tenacia» e alla chiarezza del cristallo con la durezza del diamante, prediliga la sfida avventurosa. «Non ti voglio saggio» - scrive in un testo, dedicato al figlio, in Rosso di sera - perché la saggezza disillude - e quindi rende inabili all'azione. «Ti voglio - continua indomita - curioso e stupíto / col cuore esploratore». L'osmosi madre-figlio, derivante dall'essere stati «abitanti dello stesso corpo / e alimentati dallo stesso respiro», getta luce non solo in spe sul figlio ma anche (qui soprattutto per noi) sulla madre, per la quale momenti di minima quiete, simili a oasi di refrigerio, servono a riconquistare «sorriso» e «leggerezza», tanto necessari anche negli intervalli dell'agone poetico. Fin dal primo testo del Diario la Della Porta mostra con tagliente nettezza le sue intenzioni: «Poesia ti rifarò dissonante e brutale [...] Ti inciderò ignuda e violenta, Altera come il giunco alla piena / Audace come la chiglia in tormenta / Che emerge con escoriazioni dal flutto [...] Ma pure tra il furore e l'onore [...]». Ma l'irreparabile iato che vi è tra arte e vita - tra cose e parole sembra per un attimo disorientare la nostra poetessa: «Io semino versi / Rassègnati a vivere di vento»), ma questo indugio (rassegnato) trova súbito un sontuoso riscatto: «Si vive bene dentro in un quadro di Chagall»! Nel Diario di minima quiete, si manifesta in pieno la poetessa, che non solo ha vissuto con carattere e passione, ma che ha anche assimilato letture e libri. I pensieri - si sa - debbono a lungo purificarsi prima di farsi poesia. E ciò avviene anche a Della Porta, i cui pensieri sull'«iperuranio», metafora della dimensione eterna, sono il frutto di un lungo «scandaglio» nel «rovere» ossia in un legno duro e difficile. Non dunque la fede ma la ragione - che ha cercato dio in tanti libri - la guida per gli aspri sentieri della metafisica, da cui - può forse dirsi - è stata tentata ma non conquistata! Ma, come è abituale in lei, ad un tratto, via libri e filosofemi, perché è la poesia ad avere l'ultima parola: «se il poeta [...] si fa lente / misura del gorgo all'etra celeste [abisso o cielo che sia ] / mente / per l'alfa e l'omega, il Verbo è latente». La parola dunque si nasconde, se deve esprimere il divino. Tuttavia, per Della Porta, «bisogna vedersela col silenzio di dio», forse perché quel silenzio non ci ha liberato (come si sperava) dall'insidia di altre parole in noi e fuori di noi! I versi di Della Porta hanno il loro Grund in forme che rivelano un estro esaltato più che elegiaco, dionisiaco più che apollineo: «[...] Giacché la farandola mi si scapiglia / Nell'uggioso iterato formicolio esistenziale / E non so affacciarmi al meriggiare / L'ecoesistente belvedere intorno [...] Sulla plancia colgo meglio Ulisse / Con la mia clessidra antitetica / e letale / I peripli mediterranei che visse / E il mare dell'esperienza [...]». Intanto «Giorni fuggono a vela dietro il vento, / Corni del dolore, pane impastato di ferro / Compendio del vortice eterno, marana ove urla / Dispendio di fiato, la mia apocalisse è scontata [...]. E, infine, al di là dell'apparente ordine «delle ferraglie del flutto-sterminio», «L'universo è scrollo di stelle collassate / E esplosioni di supernovae / Buco nero famelico di luce e materia / Che inghiotte in punta di spillo mentre / Asteroide precipita su una generazione o Atlantide». Qui e altrove, le immagini hanno una forza originaria, prepotente, sfrenata - sicché la poesia vera si impone e le algide ragioni della letteratura tacciono.
La
liminarità e l'apocalisse C'è
un tipo di
poesia lavica e infuocata, che parte dagli anfratti
dell'anima, si immette per dedali di viuzze, rallenta, esplode, come
scossa dal
baricentro di un metaforico sisma. E alla fine emerge alle plaghe aeree
della
luce. Tale è la poesia di Fortuna Della Porta, profondamente
magmatica,
vulcanica, implosiva, una poesia che si articola attraverso una
scrittura della
liminarità e dell'apocalisse. Tre concetti che saranno il
leit
motiv del mio
intervento. La
scrittura della
dissonanza. Partiamo dal primo
concetto e diciamo
subito, innanzitutto, che l'opera di Della Porta "Rosso
di sera" e
"Diario di minima quiete" sono
meta-poesia, cioè
una
poesia sul ruolo e sul senso della poesia, un interrogare la poesia su
come la
poesia stessa a sua volta si interroghi sulle grandi questioni
dell'esistenza.
"Scrittura" è una delle parole chiave delle due raccolte:
parola
nobile e terribile, che significava per gli Indoeuropei "graffiare", incidere.
E, infatti, la poesia di
Fortuna Della Porta si incide a
lettere di fuoco
nell'anima di chi scrive e di chi legge ( "Poesia, ti
inciderò
ignuda e
violenta" in "Qui i tizzi del crepuscolo"). "Non sarò mai
poeta/ -scrive in apertura di "Rosso di sera" - quelli che conosco/
hanno nodi di fuoco/intorno al cuore/ esalano armonia/hanno i sensi
incantati/del fanciullo". Lei no, non è così; e
la sua
scrittura è
"dissonante e brutale", dunque - aggiungiamo noi- non è
dinamica, ma
eccentrica, anomala, ex lege: è una nave che va con la sua
chiglia nella
tempesta dell'esistere.
Fortuna Della Porta insegue la sirena della poesia, mostruosa eppur ammaliante, sperando di agguantare significati, simboli, metafore. "Acciuffo parole" lei dice: per ritagliarle e dare loro un senso sulle sagome del non senso. La scommessa è, dunque, disegnare parole sulla pagina vuota e riempirla di colori: il rosso della passione, il verde della speranza, il nero della melanconia. "Colori " e, dunque, "vedere": la poesia di Fortuna Della Porta è visionaria nel senso dantesco e leopardiano del termine ("idillio" vuol dire proprio "visione"). E, in questo vedere, i suoi sensi - come capita alle mistiche- sono potenziati: la luce che ella esalta in "Battesimo la luce che canta" è vista da quello che lei chiama il suo "terzo occhio". Spesso - diciamolo - non c'è bisogno di un mondo nuovo, ma di occhi nuovi per guardare il mondo. La liminarità tra il Nulla e il Tutto. E il ‘vedere' di Della Porta è il trans-figurare la realtà e sottolineo il prefisso per indicare un ‘passaggio' oltre un limite, un confine, una sogliaper lei esiste un limite oggettivo (Hai sussurrato il mio nome/al di qua della linea d'ombra') ed è un limite soggettivo 8Offro all'infinitp/il limite della mia imperfezione). E il limite per eccellenza è quello tra il nulla e il tutto: Mi siedo in questo limite/ e mi riconosco, scrive nella medesima lirica e grazie a questo limite ‘ F.D.L. afferma il coraggio di ‘ex-sistere' dal Nulla ( ‘Ho penato due vite/prima di osare che sono'). Solo, infatti chi ha il coraggio di guardare il meduseo Nulla può comprendere che esiste il Tutto, solo chi guarda nella voragine infera può sapere che esiste una voragine ‘altra' e speculare: quella dell'infinito superiore (‘Se non fossi stata il Nulla / apparterrei alle Origini/, come infinito) L'infinito di una religione non pacata né olimpica, ma ctonia, sotterranea luminosa. Il suo dio sospeso nei suoi silenzi, di fronte al caso che inventa le sue tragiche variabili, vede il baratro del Nulla, che egli vuole popolare di creature a loro volta creatrici:'Il mio dio, ella scrive, si è profuso in rugiada / affinché un pittore provasse/ anche lui ad inventare un fiore'. Un deus absconditus, eppur presente nelle sue epifanie e nelle sue ierofanie (il Sole, l'Acqua e la roccia eterna del Monte, tre simboli del profano che rappresentano il Sacro). L'Apocalisse come rivelazione e ri-velazione. In tal modo, la realtà superiore si rivela. La ‘rivelazione' è indicata dalla tremenda parola ‘Apocalisse' (da apocalypto=io rivelo): ‘la mia apocalisse è scontata ‘ scive Della Porta. La sua -abbiamo ora scoperto anche questo- è una poesia iniziatica, in quanto passa da ciò che è occulto (le lucreziane ‘occultae res ‘ dell'epigrafe) a ciò che è chiaro, andando oltre il velame della Storia, una storia che -dice F.D.P.- per riprodursi si camuffa e deve essere demistificata nelle sue menzogne e nei suoi errori (‘siamo tutti in errore', in ‘Diario', pag,25), una storia attraversata dalla Morte (‘Oggi la morte / abbandona i campi elisi/ e s'inoltra nella strada..../ Al suo passaggio il mondo/ si ferma a guardare', in ‘Rosso di sera', pag.16. La rivelazione è conoscenza dell'orrore che permea le ossa della realtà (Appartengo al mondo/ di cui incontro la paura e la follia) e trovare la parola scavata nell'abisso (l'epigrafe di J. Rudel recita : Non sa trovar versi chi non usa parole, quelle rivelatrici). Ma ‘rivelare' significa anche ‘ri-velare' , cioè ‘rimettere il velo': ‘Non voglio èpiù vedere/ mi rifiuto/. Si vive bene /dentro un quadro di Chagal/ ci posso anche morire/ se mi pre, dove però il morire è ‘la morte iniziatica, è la morte all'errore' , la ‘morte al male', insomma morire per vivere, per rinascere a una nuova vita, frutto di un a più profonda, più intima, più autentica esistenza. E, proprio sorretta da questa tenera forza, la poetesa ci dischiude un camminamento, impervio come un fiordo, ma luminoso come un sentiero innevato, nel corso del quale apprendiamo che la parola, la scrittura, la preghiera, il grido, il disperato canto d'amor ci sono compagni in questa tragica e splendida avventura che è la vita.
di Giuliana Lucchini B. Materiale
vulcanico in
sembianza di
stelle e di farfalle che addensino una notte di pace: tale il
tono della
plaquette in questione, 42 pagine di poesia densa,
concentrata,
struttura moderna in cui la parola è quasi tutto. "Canto
il me.
Stono l'atletica del me
L'energia originaria. Le mie orecchie Otturate, io nazione del male, Me male tara e vento sono muta.." La voce
poetante , fissa al
suo pensarsi grido, espone verità coperte di velo.
I
sottotitoli sui testi,
già versi in sé compiuti, righi alti del
pentagramma
vocale, alitano di solida corteccia, come d'albero, che respira senza
sembrarlo
(" qui l'iperuranio scandaglio
di rovere").
"Se
dice il poeta che
si fa lente
Misura del gorgo all'etra celeste Mente Per l'alfa e l'omega, il Verbo è latente, .."
Per gran
parte, ciò
che a F.D.P.
interessa è appunto lo scandaglio della parola, da spingere
oltre, con
energia, in avanti, in profondità.
"Poesia
ti rifarò
dissonante e brutale
Arrovesciata su bacche di sterpi Da terrazze ingommate di brina.." Tuttavia,
"quando
crediamo di esserci immersi fino al fondo degli
abissi, e ritorniamo in superficie, la goccia d'acqua che resta sui
polpastrelli impalliditi delle dita non assomiglia più al
mare
da cui
proviene", scrive con pertinenza Maeterlinck. "...Ti
inciderò
ignuda e
violenta,
Altera come il giunco alla piena Audace come la chiglia in tormenta Che emerge con escoriazioni dal flutto E' l'oppressione del respiro che volge al freddo Ma pure tra il furore e l'onore:..." ("qui i tizzi del crepuscolo", titolo) Vocabolario sciorinato senza economia, F.D.P. sferza il discorso con la frusta, lo fa saltare a suono di tromba. Passione aperta, risentimento sordo. Più che al dire, è meglio adeguarsi al fare. "Acciuffo
parole. Per essere essenza acciuffo
parole
E uso forbici a doppia lama per ritagliarle sulle sagome. Rabbercio la mia espirazione tra simili e contrari Mi crepita tra le mani un neologismo o un'anticaglia Burattinaio della moltitudine salvifica, soffice Cultore di assonanze e traslati sul filo d'inchiostro Delimitato da un suono,..." E intanto
nel suo agire
prepara la mensa , distribuisce sul tavolo
le margherite. "Nil difficile volenti". Ritaglia spazi di
libertà fra prigionie quotidiane.
"Dalla
Libertà
passo alla libertà
Ove impossibile il di e il da E per quanto scali la elle Ambito da lacchè. Ma se mi cadranno i capelli La quotidiana decenza Giuro che acquisto un tupé. ("qui una guerra scoppia di gemme") Come si
può vedere,
il lessico è danzante. Si parla musicalmente, la battuta in
levare.
E intanto "Giorni
fuggono a vela
dietro il vento,
Corni del dolore, pane impastato di ferro Compendio del vortice eterno, marana ove urla Dispendio di fiato,.." ("qui il tacere rimbomba")
Come
appare, e si è
detto
chiaramente, si azzardano parole insolite accanto a un ripescaggio di
terminologia più antica, per un amore che si estende
globale. Tuttavia,
non c'è elegia, niente paesaggi
risaputi. "E
non so affacciarmi al meriggiare",
dice.
Piuttosto,
paesaggi d'arte figurativa, visioni d'autore. "Come
quando in
terra di limoni
Cantavano il corredo le donne Del bruciato deserto del sud E i cani beccavano alla strada Come quando a mela cotogna O pannocchie si mangia nel sud I ragazzi inseguivano il cerchio E battevano le figurine del calcio Precipitosamente abbruniti d'aprile Negli scampoli del deserto del sud Il sole si stanca sul mare del sud L'arsura ha radici negli occhi del sud E mulina la polvere nel deserto del sud
Le donne cucivano e cantavano
Dietro le proprie sbarre nel deserto del sud
Volano e imparano i mestieri
Come
quando si scorcia la scuola
Come quando ieri alla fine del sud
Come quando non
piove nel deserto del sud
Come quando si copre di spine il deserto del sud Come quando la fuga è preclusa dal deserto del sud. Alla fine,
quando tutto
è stato
posato, quanto premeva, in quiete,
bisogna
riconoscersi nel
volo, prima di sparire, "stanco
uccello crudelissimo,
cuore di pietra".
Fra i
libri che da anni
ormai ho sul tavolo e che non riesco a leggere, c'è
questo Diario di minima quiete. Alla prima lettura
l'ho
trovato
ostico e quasi scostante, probabilmente perché non sono
più abituato a leggere
questo tipo di linguaggio e soprattutto (ma questo è un
fatto
personale) trovo
fastidiosa questa moda garzantiana di anteporre ad ogni prima parola di
un
verso la lettera maiuscola che rende ancora più difficili ed
ermetici quei
testi che usano una lingua di per sé già
complicata da
arcaismi, da costruzioni
sintattiche particolari se non prese tout court dal latino classico, da
omissioni di particelle come le preposizioni semplici e articolate, gli
articoli, ecc. La lingua, insomma, che ho sempre
definito
come
"letteraria" nel senso di alta-a-tutti-i-costi. Per
chiudere l'argomento con una battuta o una facile ironia:
c'è
una funzione in
Word che evita l'inconveniente della correzione automatica, un giorno o
l'altro
ci scriverò un piccolo trattato, magari illustrato,
così
farò un servizio a
questi scrittori.
L'autrice proviene dagli studi classici (è laureata in lettere, e lo si vede) e questa sua raccolta ha tutta l'aria di essere una specie di rivolta avanguardista verso la scrittura minimalista che caratterizza la maggior parte della ricerca poetica contemporanea. Il verso è dunque molto attentamente costruito, abbondano le composizioni a struttura chiusa come il sonetto, l'ottava, la quartina - c'è però il ripudio della rima, che qua e là occhieggia ma non sembra cercata di proposito, e questa mi sembra una cosa saggia a tutto vantaggio della libertà semantica. Abbondano i lemmi desueti (per esemplificare, nella prima poesia troviamo: arrovesciata, ingrommate, rabattarsi, infratelli, ignuda) che ovviamente ognuno è libero di usare (peraltro in alcuni casi, come ad esempio nel verso "da terrazze ingrommati di brina", il desueto coincide con l'esatto: credo che questa sia proprio la parola che ci voleva, non così in altri casi, come in "Calma nicchia di vento mi figuro di fuori", dove quell'ungarettiano "mi figuro di fuori" ha un che di manierato. Il filo conduttore della raccolta, annunciato senza esitazioni nella prima poesia, è appunto il fastidio che l'autrice prova per la poesia dei "musicanti / della rima baciata", i "benpensanti", "coloro che si adornano di strati e mantelli / anime troppo leziose a rabattarsi / di sangue e di fango": la poesia minimalista, ci par di capire, la poesia che a parere dell'autrice è decaduta, la poesia senza contenuto, quella non impegnata a proporre una visione del mondo, che non si preoccupa di parlare all'uomo ma parla solo a se stessa. A farla breve, la poesia di Della Porta ha tutto: carattere, musicalità (da vendere, a volte persino carducciana), contenuti, eleganza, cultura, una certa maestria nell'uso del linguaggio, tutto, tant'è che persino il cattivissimo Linguaglossa ne parla bene e con molta competenza nella sua acuta introduzione. Perché allora non mi prende? Qui purtroppo è l'estetica, che è sempre soggettiva, a causare la differenza. Trovo che ci siano due punti di personale dissenso verso questa scrittura: il primo è che per varie ragioni (non ultima la fatica nel leggere un linguaggio che viene da altri tempi - e non ne vedo la ragione) questa lingua non riesce a scaldarmi, non mi fa vibrare qualcosa dentro, la sento distaccata, cerebrale, in certi passaggi vatica e perentoria. La seconda ragione è che anche in questa autrice non si esce dal barocco (non tanto letterario quanto concettuale) e anzi c'è la proposta di ritorno a un barocco ancora più radicale e più pesante di quello del ‘900, che in qualche modo cercava di nascondere con mille trucchi questa sua figliolanza. Trovo insomma che sia fallita la spinta avanguardistica che anche Linguaglossa avverte nella sua presentazione. Ciò detto, perché se si fa una critica bisogna dire anche i punti di dissenso (almeno quello che non si può tacere per essere fedeli a se stessi) e non soltanto quelli di consenso, bisogna riconoscere anche i meriti di questo lavoro. Il primo è senza dubbio quello di tentare (almeno qualcuno ha il coraggio di farlo!) una via diversa per la scrittura poetica che torni alla tradizione. Non importa, in questo caso, se poi lo sviluppo non ci soddisfa: quello che conta è l'aver capito e proporre con forza l'ipotesi che per andare avanti in qualche modo bisogna tornare indietro e riflettere, tentare. Il secondo punto di apprezzamento è la cura del verso e insieme del linguaggio. Nonostante la vena sperimentalista infatti, il verso è molto curato, fin troppo a volte (se si può ravvisare un "troppo" laddove la sonorità del verso sembra essere sopra le righe, volare alto anche dove non servirebbe, ecc. - ma qui siamo di nuovo nel terreno insidioso del soggettivo), il linguaggio è attentamente soppesato, analizzato con cura, con rispetto. Ci sono dunque tante cose da imparare da questa scrittura che vuole (e ci riesce) essere una provocazione e, come tutte le pro-vocazioni chiama a una risposta e una attenta considerazione per i suoi limiti ma anche per gli indubbi pregi.
|
|
|