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Diario di minima quiete

Ed. LietoColle, 2005
ISBN: 978-88-7848-780-0

Prezzo: € 10 (Acquista)

di Chiara Moimas

Le parole della poesia sono difficili, al primo impatto sfuggono.
Ripercorse attanagliano e, quando sono parole di poesia, inebriano.
Quelle parole dei tizzi di crepuscolo scostano il drappeggio del banale che soverchia il nostro affanno quotidiano come polvere stantia e aprono ad immagini inconsuete.
Uno spazio di luce, una sconfinata brughiera; ma non si cada nell'inganno della felicità delle corse a perdifiato, il drappeggio apre alla gioia della sofferenza, allo sforzo supremo del coniare parole, all'effimero senso di appagamento nell'accatastarle.
E' lo spazio del poeta che si delinea infinito e perciò terrificante.
Un'immensità di dati ai quali attingere, innumerevoli possibilità di combinazioni e la libertà di qualsiasi gioco, di ogni forzatura affinché rimanga una codificazione capace di graffiare l'anima.
Imbrattata di carminio e lacerata dalle spine la poesia si abbatte su di noi e ci ferisce là dove dovevamo essere feriti per lenire il male che ci logora.
Brutali devono essere le parole della poesia per scalfire la crosta di indifferenza che noi crediamo ci ripari ed invece ci espone al pericolo più grande.
Grazie, Fortuna.



di Monica Cito

Letto oggi, 1/02/2006 in Ceglie Messapica (BR)
Una silloge che porta con sé il richiamo ad una poesia antica e dimenticata, e reca il germe d'una contemporaneità che pare lasciare lentamente il passo ad una inquietudine/quiete, che possa sbocciare come un fiore, per dipanare il costrutto dell'Essere e dell'universo attraverso cruente parabole, composte da scomodi versi impiantati in scale di lenta ascesa della conoscenza.
 
E si tratta di silloge, non di mera raccolta, laddove si tenga conto della programmaticità artistica, segnante i punti di attuanda teorizzazione.
La prima lirica, "Qui i tizzi del crepuscolo", indica la via che la poesia seguirà. Si dice che essa sarà dissonante e brutale: Poesia ti rifarò dissonante e brutale/Arrovesciata su bacche di sterpi (pag.11).
E la programmaticità è anche e soprattutto risoluzione alchemica; infatti non si usa il verbo fare, ma rifare: fare nuovamente. E il nuovo è il minimale da esso stesso recato: tizzi con crepuscolo; sterpi; conoide; delirio; occhio querulo, bulino; catena...
Si è nel dominio del dipanarsi di un crescendo drammatico, di un attenuarsi lento del gesto massimo ed un innalzarsi obliquo, e infine folgorante, del gesto estremo, minimale in senso crimino- genetico; ossia minimo:
l'oppressione del respiro che volge al freddo (pag.11)
Delimitato da un suono, come fulmine conoide (pag.12).
 
Lo scenario unitario (lento) svela il dramma del particolare: La mia claudicante vicina stropicciata (pag.13); e dell'universale rintracciabile in più di una lirica, e riconducibile sempre all'io cogitante del poeta, che non dimentica il canto, ma non può (pur volendo) compiutamente musicarlo.
L'universo è tavola geometrica, ma anche big bang; ed è all'opposto dei formicolii e del calare lento d'un timbro artistico, che cede sotto sferzate d'usurpazione (che cela dietro la conoscenza).
Il poeta scrive, si esprime, eppure trema all'idea, e per l'idea, della possibile perdita- sconfitta dell'espressione. La voce manca in più punti; e non si rintraccia luogo di riscoperta:
Ah, la mia voce (pag.42);
Delle utopie tradite / E una penna un abito senza memoria (pag.40);
Lacero i miei codicilli (pag.38);
QUI SUFFICIT MIA GOLA- PAROLA AL DIRE (pag.36);
AL LOGOS MI AVVICINA COSTANTE (pag. 32);
QUI IL TACERE RIMBOMBA (pag.26).
 
Pare esserci un andare e un tornare, un cerchio di grecità da seguire e, in contemporanea, sullo stesso schermo (e scherno) un ritorno ai primordi della gnosis, composta da ciò che "secondo chi vive e scrive" debba essere il verso.
Perciò, quella dissonanza e brutalità annunciate si rispecificheranno ancora e sempre nella nudità promessa (vale a dire: nella mancanza di veli):
Nuda poesia. Ti inciderò ignuda e violenta/Altera come il giunco alla piena/Audace come la chiglia in tormenta/Che emerge con escoriazioni dal flutto/E l'oppressione del respiro che volge al freddo/Ma pure il furore e l'onore:/Te le ho cantate, tempo.
 
E rileggiamo il tutto, adesso, pieno d'innumerevoli altre suggestioni, che portano la fruibilità ad personam di un'opera difficilmente ripetibile e contra res naturæ, che è delirante trasporto emotivo per chi ha da pensare: Bevo alla catena [...] Del bruciato deserto (pagg.17-19).
 
Grazie, Fortuna! È con fortuna, che accolgo la lettura di un libro così denso e studiato, così rovente; dal sapore classico, e che pure relega il classicismo alla nota appena diafana, da nascondersi subito nello strepitio di suoni e immagini da riverenza alle verità infinite, cui l'anima cogitante debba prestare ascolto.
Questo lavoro profonde osservazione, ma mai osservanza.
 
I libri di storia ne parlano, ma dall'esterno. Io preferisco raccontarvi quello che ho pensato e sentito - cosa che non fanno i libri di storia - e descrivere accuratamente i risvolti umani della vicenda - cosa che non fanno le leggende -.[1]
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Fortuna Della Porta (Nocera Inferiore, Salerno), poetessa italiana.
 
Fortuna Della Porta "Diario di minima quiete", Lietocolle Libri, Falloppio (Como), 2005. Collana editoriale Erato
L'edizione esaminata ha una bella fattura di stampo "vecchia tipografia" ed è corredata da una prefazione d'indubbio interesse e fine scrittura, stilata da Giorgio Linguaglossa. Il pregevole libro s'avverte essere stato impresso in tiratura limitata.
 


[1] Da: David Dvorkin "I figli della montagna lucente", Edizioni Sonzogno Fantascienza, Milano, 1978; pag.7. 




di Ilaria Dazzi

Ho camminato molto tra i sentimenti,/ i miei e quelli degli altri,/ ed è rimasto sempre spazio tra loro /per far passare l'ampio tempo.
(Sono passata, Kiki Dimulà in «L'adolescenza dell'oblio»).
 
‘Poesia' è il vocabolo che apre Diario di minima quiete, raccolta di trenta poesie di Fortuna Della Porta e ‘qui' è l'avverbio che la conclude. Lasciando scorrere lo sguardo sui titoli dei componimenti, si nota una caratteristica ricorrente: essi sono per lo più introdotti da articoli determinativi o dallo stesso avverbio che chiude l'intera operazione. Il ‘gioco' linguistico suggerisce un intenso labor limae, una costruzione dosata e attenta, volutamente non comune perché fondata parallelamente sia sulla ricerca del sinonimo, sia sulla creazione dell'immagine spesso inconsueta. La centralità dell'esperienza dell'io non impedisce l'adozione di un punto di vista oggettivo: l'idea è quella di creare un equilibrio anche estetico oltre, naturalmente, ad indagare l'universalità del paradigma poetico come esperienza umana.
Il viaggio di Fortuna Della Porta è un percorso attraverso le radici della poiesis: un cammino guidato dalla poesia «Nuda», da incidere «ignuda e violenta», «altera come il giunco alla piena»; seminare versi è seguire il canto della vita, scoprirne gli effetti, sondarne le sfumature mettendosi in gioco e scoprendosi rassegnati a «vivere di vento».
Mista al gioco linguistico, al divertimento (e all'abilità) dell'autrice, c'è la verità di chi scrive: il punto di vista si espande facendosi forza sulla propria singolarità, sulla consapevolezza che se gli uomini non sono portatori di una verità assoluta sono comunque portatori di una propria verità che la poesia, come strumento, ha il compito di portare alla luce.
Per raccontarsi e raccontare l'esperienza umana, Della Porta usa «forbici a doppia lama»: «acciuffa le parole», si pone in punta di piedi sulla pagina quasi per osservare un percorso da una postazione incontaminata, sulla soglia di una nuova scoperta da accarezzare, da fare propria per poterla elaborare; le parole «crepitano tra le mani», le immagini che esse si portano dietro prendono forma, delimitate da suoni, portatrici di vita, dei suoi frammenti afferrabili o meno.
Si percepisce un senso di attesa, un'incolmabile necessità di raccogliere l'esistenza nelle sue svariate manifestazioni per convogliare l'energia prodotta (e, soprattutto, percepita) sulla pagina bianca: al lettore non resta che partecipare al movimento dei fiori e delle foglie, all'oscillazione cromatica dei chiaroscuri stagionali, all'«angoscia della metafora» di un appuntamento atteso eppure ancora incerto.
E' evidente e- talora sublimata- una sorta di fusione tra passato e presente: l'adolescenza di un «bacio fragile e frugale trepido e rimpianto» scivolata in prossimità dell'atto adulto di «strapazzare versi e alzare la posta».
Il poetare non è costituito di rime, (a cui l'autrice preferisce morbide assonanze, mai troppo insistite), né di similitudini o di facili enjambément: oserei dire che ella preferisce azzardare rapide metafore, oniriche talora, «a ranghi serrati» o, per i lettori più coraggiosi, a vele spiegate, fingendo che la scrittura avvenga quasi «per dispetto».
Reminiscenze di Ezra Pound e di Eliot, nonché del Dante dell'Inferno, allusioni frequenti alla letteratura contemporanea (penso a Zanzotto soprattutto, ma un certo ‘giocare' senza falsi pudori mi ricorda pure Quenau, anche se in una diversa prospettiva), fanno di questa breve raccolta realmente un diario di immagini e di situazioni, una fotografia personale,  come un fiore che protende i petali verso l'esterno per mostrarsi alla luce del sole.
L'urgenza alla vita, nonostante gli spigoli, l'urgenza al tempo, malgrado la sua tirannia, lasciano sulle palpebre  l'ebbrezza di una corsa giovanile verso l'essenza delle cose, «Mille respiri a scalare la groppa», «la mia spugna che sboccia d'azalea», la curiosità insomma di scoprire la realtà, anche divorandola.
Lettura interessante, femminile per una certa capacità di dosare la parola e di porla, maliziosamente oserei, oltre la consueta ‘architettura' del verso poetico: abbiamo davanti un'operazione che richiede vivace partecipazione da parte del lettore, nella fusione continua fra immagine vissuta e pensiero.
Un viaggio a piedi nudi e a cuore aperto verso le stagioni della mente e della vita, in compagnia dei sensi e, soprattutto, del senso delle cose.


 

 

di Cosimo Campanelli

Vi è sempre una emozione, quando si avvicina una voce di poeta che per noi è nuova. Una emozione che diventa più profonda quando, leggendo a mano a mano, ci accorgiamo che non ci eravamo sbagliati e che, ancora una volta, una esperienza esistenziale si è fatta forma - quella forma - nel senso che quei contenuti se fossero espressi in un'altra forma sarebbero altra poesia - e forse apparterrebbero ad un'altra persona.
Nel nostro caso, dunque, non vi è dubbio che le impressioni e le immagini, appartenenti a Fortuna Della Porta si trasformano in forma, diventano espressione poetica - una espressione poetica che, nel passaggio dalla prima raccolta (Rosso di sera) alla seconda (Diario di minima quiete) diventa sempre più concentrata, essenziale, disposta al «sacrificio di sé».
«La poesia - dice Thomas Stearns Eliot - è sacrificio di sé» ovvero di tutti quei contenuti (impressioni, stati d'animo, emozioni) che non sono in grado di mettersi al servizio della forma, cioè di trasporsi di trasfigurarsi in essa.
L'intuizione lirica della nostra poetessa, con sempre più ferma lucidità nel Diario, tende appunto a intus ire, ossia ad andare in profondità e, allo stesso tempo, anche gli strumenti retorici e stilistici si affinano sempre di più.
Da questo punto di vista, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio work in progress, in cui gli scenari dell'infanzia e della giovinezza costituiscono - più e meglio dei luoghi della maturità - un pregnante mondo immaginario. In altre parole, quei primi scenari tendono a farsi altrettanti paesaggi interiori, nei quali la fantasia prende ad abitare con crescente dimestichezza, togliendo ad essi tutto il superfluo. Quella rete di riferimenti allotri, estranei, che permettono una comprensione anche immediata dei testi poetici, e quindi, per così dire, un facile accesso al «paesaggio interiore» del poeta, si fa sempre meno agevole. Si ha così un processo duplice e, allo stesso tempo, inverso, nel senso che, mentre il poeta si muove a suo agio nel proprio mondo interiore, che ha ormai un linguaggio funzionale ad esso, tanto più diventa ostico, quasi inaccessibile agli altri (anche alle persone più vicine e care). Quando avviene ciò - come è manifesto in Diario di minima quiete, tutto diventa più difficile, ma proprio perché il cd. vissuto è trasposto, trasfigurato in una misura più alta e pura.
La poesia, quando è veramente tale, impegna la personalità in una esperienza che è sempre più aspra e solitaria, in quanto il poeta, adoperando senza risparmio gli strumenti tecnici di cui dispone, sacrifica tutto se stesso alla FORMA della poesia.
Non è tanto strano osservare che ogni poeta autentico trova il suo Muzot, (ovvero il rifugio eremitico delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo di Rilke) e ciò avviene dovunque egli, senza subire l'influenza del luogo che lo ospita, possa assorbire tutto se stesso nel formare, figurare le istanze che veramente gli stanno a cuore. Come avviene a Della Porta che, in una incalzante sequenza di immagini del nostro Sud, compone un indimenticabile microcosmo, che, per economia di discorso, non si può citare per intero : «Come quando in terra di limoni / Cantavano il corredo le donne / Del bruciato deserto del sud /  E i cani beccavano alla strada /  Come quando a mela cotogna / O pannocchie si mangia nel sud /  I ragazzi inseguivano il cerchio / E battevano le figurine del calcio / Precipitosamente abbruniti d'aprile / Negli scampoli del deserto del sud /  Il sole si stanca sul mare del sud / L'arsura ha radici negli occhi del sud / E mulina la polvere nel deserto del sud /  Le donne cucivano e cantavano / Dietro le proprie sbarre nel deserto del sud / I denti di perla gli occhi di pece / Cantavano l'amore le donne del sud / Nella ruggine succosa d'arancio / Nutrivano sogni le donne del sud [...].
 
La Della Porta «acciuffa le parole», che appartengono al proprio mondo fantastico, perché sa che non vi sono parole neutre, ma solo quelle a cui diamo un nostro spessore interiore, creativo: parole che sono state segnate da fatti della nostra vita, ma che ormai sono al di là di essi. E ciò perché la poesia si attua attraverso una continua negazione e trasposizione di cose e di vicende.
La Della Porta, però, non cade nell'errore di ritenere che prima dell'intuizione niente è determinato e che dopo di essa tutto è determinato. La Della Porta, al contrario, sa che vi è ancora molto da fare e - con chiara indicazione di poetica - specifica che «usa forbici a doppia lama per ritagliare [le parole] sulle sagome», le quali peraltro non tutte si adattano. E a questo punto il poeta si fa poietès, artefice e, adoprandosi nella propria officina, «rabbercia la sua espirazione», ossia emette suoni e li aggiusta destreggiandosi «tra simili e contrari», mentre «gli crepita tra le mani un neologismo o un'anticaglia»; sì che il poeta sembra veramente «un burattinaio della moltitudine salvifica» - non «di una moltitudine salvifica», perché quella moltitudine è soltanto del poeta - e solo a lui chiede di salvarsi - e questi, coltivando «assonanze e traslati» traccia fili d'inchiostro su un foglio, i quali, simili alle note sulle righe di un pentagramma, producono suoni...
Il poeta, dunque, acciuffa a volo le parole, che gli vengono dall'ispirazione, mutuata dai propri ricordi, ma poi, lungi dal ritenere tutto determinato, lavorando nel suo laboratorio, compie, esplicita il testo, che ha avuto il suo incipit nella intuizione.
 
Il titolo - Diario di minima quiete - in nessun modo deve far pensare a un approdo minimalista, a una scelta di poetica debole, che rifiuta di affrontare il rischio della «voragine della passione», sempre insidiosamente presente nello «spazio della vita», né tanto meno [deve far pensare] alla decisione di mettere tra parentesi i grandi problemi i quali - si accetti o non di prenderli in considerazione - sono per ognuno di noi basilari.
Nulla di tutto ciò si rileva nella poesia di Della Porta che, anche nella trasposizione poetica, non è persona che si tiri indietro; anzi sembra di poter dire che, pronta com'è a sopperire alla «debolezza del giunco» con la «tenacia» e alla chiarezza del cristallo con la durezza del diamante, prediliga la sfida avventurosa. «Non ti voglio saggio» - scrive in un testo, dedicato al figlio, in Rosso di sera - perché la saggezza disillude - e quindi rende inabili all'azione. «Ti voglio - continua indomita - curioso e stupíto / col cuore esploratore».
L'osmosi madre-figlio, derivante dall'essere stati «abitanti dello stesso corpo / e alimentati dallo stesso respiro», getta luce non solo in spe sul figlio ma anche (qui soprattutto per noi) sulla madre, per la quale momenti di minima quiete, simili a oasi di refrigerio, servono a riconquistare «sorriso» e «leggerezza», tanto necessari anche negli intervalli dell'agone poetico.
Fin dal primo testo del Diario la Della Porta mostra con tagliente nettezza le sue intenzioni: «Poesia ti rifarò dissonante e brutale [...] Ti inciderò ignuda e violenta, Altera come il giunco alla piena / Audace come la chiglia in tormenta / Che emerge con escoriazioni dal flutto [...] Ma pure tra il furore e l'onore [...]».
Ma l'irreparabile iato che vi è tra arte e vita - tra cose e parole sembra per un attimo disorientare la nostra poetessa: «Io semino versi / Rassègnati a vivere di vento»), ma questo indugio (rassegnato) trova súbito un sontuoso riscatto: «Si vive bene dentro in un quadro di Chagall»!
 
Nel Diario di minima quiete, si manifesta in pieno la poetessa, che non solo ha vissuto con carattere e passione, ma che ha anche assimilato letture e libri. I pensieri - si sa - debbono a lungo purificarsi prima di farsi poesia. E ciò avviene anche a Della Porta, i cui pensieri sull'«iperuranio», metafora della dimensione eterna, sono il frutto di un lungo «scandaglio» nel «rovere» ossia in un legno duro e difficile. Non dunque la fede ma la ragione - che ha cercato dio in tanti libri - la guida per gli aspri sentieri della metafisica, da cui - può forse dirsi - è stata tentata ma non conquistata! Ma, come è abituale in lei, ad un tratto, via libri e filosofemi, perché è la poesia ad avere l'ultima parola: «se il poeta [...] si fa lente /  misura del gorgo all'etra celeste [abisso o cielo che sia ] / mente /  per l'alfa e l'omega, il Verbo è latente». La parola dunque si nasconde, se deve esprimere il divino. Tuttavia, per Della Porta, «bisogna vedersela col silenzio di dio», forse perché quel silenzio non ci ha liberato (come si sperava) dall'insidia di altre parole in noi e fuori di noi!
 
I versi di Della Porta hanno il loro Grund in forme che rivelano un estro esaltato più che elegiaco, dionisiaco più che apollineo: «[...] Giacché la farandola mi si scapiglia / Nell'uggioso iterato formicolio esistenziale / E non so affacciarmi al meriggiare / L'ecoesistente belvedere intorno [...] Sulla plancia colgo meglio Ulisse /  Con la mia clessidra antitetica / e letale / I peripli mediterranei che visse / E il mare dell'esperienza [...]». Intanto «Giorni fuggono a vela dietro il vento, / Corni del dolore, pane impastato di ferro / Compendio del vortice eterno, marana ove urla /  Dispendio di fiato, la mia apocalisse è scontata [...]. E, infine, al di là dell'apparente ordine «delle ferraglie del flutto-sterminio», «L'universo è scrollo di stelle collassate / E esplosioni di supernovae / Buco nero famelico di luce e materia / Che inghiotte in punta di spillo  mentre / Asteroide precipita su una generazione o Atlantide».
 
Qui e altrove, le immagini hanno una forza originaria, prepotente, sfrenata - sicché la poesia vera si impone e le algide ragioni della letteratura tacciono.



 

 

La liminarità e l'apocalisse 
di Prof. Franco Salerno

C'è un tipo di  poesia lavica e infuocata, che parte dagli anfratti dell'anima, si immette per dedali di viuzze, rallenta, esplode, come scossa dal baricentro di un metaforico sisma. E alla fine emerge alle plaghe aeree della luce. Tale è la poesia di Fortuna Della Porta, profondamente magmatica, vulcanica, implosiva, una poesia che si articola attraverso una scrittura della liminarità e dell'apocalisse. Tre concetti che saranno il leit motiv del mio intervento.

La scrittura della dissonanza. Partiamo dal primo concetto e diciamo subito, innanzitutto, che l'opera di Della Porta "Rosso di sera" e "Diario di minima quiete" sono  meta-poesia, cioè una poesia sul ruolo e sul senso della poesia, un interrogare la poesia su come la poesia stessa a sua volta si interroghi sulle grandi questioni dell'esistenza. "Scrittura" è una delle parole chiave delle due raccolte: parola nobile e terribile, che significava per gli Indoeuropei "graffiare", incidere. E, infatti, la poesia di Fortuna Della Porta si incide a lettere di fuoco nell'anima di chi scrive e di chi legge ( "Poesia, ti inciderò ignuda e violenta" in "Qui i tizzi del crepuscolo"). "Non sarò mai poeta/ -scrive in apertura di "Rosso di sera" - quelli che conosco/ hanno nodi di fuoco/intorno al cuore/ esalano armonia/hanno i sensi incantati/del fanciullo". Lei no, non è così; e la sua scrittura è "dissonante e brutale", dunque - aggiungiamo noi- non è dinamica, ma eccentrica, anomala, ex lege: è una nave che va con la sua chiglia nella tempesta dell'esistere.
Fortuna Della Porta insegue la sirena della poesia, mostruosa eppur  ammaliante, sperando di agguantare significati, simboli, metafore.
"Acciuffo parole" lei dice: per ritagliarle e dare loro un senso sulle sagome del non senso. La scommessa è, dunque, disegnare parole sulla pagina vuota e riempirla di colori: il rosso della passione, il verde della speranza, il nero della melanconia. "Colori " e, dunque, "vedere": la poesia di Fortuna Della Porta è visionaria nel senso dantesco e leopardiano del termine ("idillio" vuol dire proprio "visione"). E, in questo vedere, i suoi sensi - come capita alle mistiche- sono potenziati:       la luce che ella esalta in "Battesimo la luce che canta" è vista da quello che lei chiama il suo "terzo occhio". Spesso - diciamolo - non c'è bisogno di un mondo nuovo, ma di occhi nuovi per guardare il mondo.
 
La liminarità tra il Nulla e il Tutto. E il ‘vedere' di Della Porta è il trans-figurare la realtà e sottolineo il prefisso per indicare un ‘passaggio' oltre un limite, un confine, una sogliaper lei esiste un limite oggettivo (Hai sussurrato il mio nome/al di qua della linea d'ombra') ed è un limite soggettivo 8Offro all'infinitp/il limite della mia imperfezione).
E il limite per eccellenza è quello tra il nulla e il tutto: Mi siedo in questo limite/ e mi riconosco, scrive nella medesima lirica e grazie a questo limite ‘ F.D.L. afferma il coraggio di ‘ex-sistere' dal Nulla ( ‘Ho penato due vite/prima di osare che sono'). Solo, infatti chi ha il coraggio di guardare il meduseo Nulla può comprendere che esiste il Tutto, solo chi guarda nella voragine infera può sapere che esiste una voragine ‘altra' e speculare: quella dell'infinito superiore (‘Se non fossi stata il Nulla / apparterrei alle Origini/, come infinito)
 L'infinito di una religione non pacata né olimpica, ma ctonia, sotterranea luminosa. Il suo dio  sospeso nei suoi silenzi, di fronte al caso che inventa le sue tragiche variabili, vede il baratro del Nulla, che egli vuole popolare di creature a loro volta creatrici:'Il mio dio, ella scrive, si è profuso in rugiada / affinché un pittore provasse/ anche lui ad inventare un fiore'. Un deus  absconditus, eppur presente nelle sue epifanie e nelle sue ierofanie (il Sole, l'Acqua e la roccia eterna del Monte, tre simboli del profano che rappresentano il Sacro).
 
L'Apocalisse come rivelazione e ri-velazione. In tal modo, la realtà superiore si rivela. La ‘rivelazione' è indicata dalla tremenda parola ‘Apocalisse' (da apocalypto=io rivelo): ‘la mia apocalisse è scontata ‘ scive Della Porta. La sua -abbiamo ora scoperto anche questo- è una poesia iniziatica, in quanto passa da ciò che è occulto (le lucreziane ‘occultae res ‘ dell'epigrafe) a ciò che è chiaro, andando oltre il velame della Storia, una storia che -dice F.D.P.- per riprodursi si camuffa e deve essere demistificata nelle sue menzogne e nei suoi errori (‘siamo tutti in errore', in ‘Diario', pag,25), una storia attraversata dalla Morte (‘Oggi la morte / abbandona i campi elisi/ e s'inoltra nella strada..../ Al suo passaggio il mondo/ si ferma a guardare', in ‘Rosso di sera', pag.16.
La rivelazione è conoscenza dell'orrore che permea le ossa della realtà (Appartengo al mondo/ di cui incontro la paura e la follia) e trovare la parola scavata nell'abisso (l'epigrafe di J. Rudel recita : Non sa trovar versi chi non usa parole, quelle rivelatrici).
Ma ‘rivelare' significa anche ‘ri-velare' , cioè ‘rimettere il velo': ‘Non voglio èpiù vedere/ mi rifiuto/. Si vive bene /dentro un quadro di Chagal/ ci posso anche morire/ se mi pre, dove però il morire è ‘la morte iniziatica, è la morte all'errore' , la ‘morte al male', insomma morire per vivere, per rinascere a una nuova vita, frutto di un a più profonda, più intima, più autentica esistenza.
E, proprio sorretta da questa tenera forza, la poetesa ci dischiude un camminamento, impervio come un fiordo, ma luminoso come un sentiero innevato, nel corso del quale apprendiamo che la parola, la scrittura, la preghiera, il grido,  il disperato canto d'amor ci sono compagni in questa tragica e splendida avventura che è la vita.





di Giuliana Lucchini B.

Materiale vulcanico in sembianza di stelle e di farfalle che addensino una notte di pace:  tale il tono della plaquette in questione,  42 pagine di poesia densa,  concentrata,   struttura moderna in cui la parola è quasi tutto.
Già il titolo prevede un significato di portata duplice.  La quiete è quanto mai precaria e i dettagli delle cose,  minimali, "le cose occulte", materiale di mistero,  ingigantiscono di ombre.
Parole a rischio,  niente di consolatorio, niente di rassicurante, in questa voce ("..La mia voce/....mutila..), a celebrazione dell'"io".  E tace ogni altro fiato.

"Canto il me.  Stono l'atletica del me
L'energia originaria.  Le mie orecchie
Otturate, io nazione del male,
Me male tara e vento sono muta.."

La voce poetante , fissa al suo pensarsi grido, espone verità coperte di velo.

 

I sottotitoli sui testi, già versi in sé compiuti, righi alti del pentagramma vocale, alitano di solida corteccia, come d'albero, che respira senza sembrarlo (" qui l'iperuranio scandaglio di rovere").

"Se dice il poeta che si fa lente
Misura del gorgo all'etra celeste
Mente
Per l'alfa e l'omega,  il Verbo è latente, .."

 

Per gran parte, ciò che a F.D.P. interessa è appunto lo scandaglio della parola, da spingere oltre, con energia,  in avanti, in profondità.

"Poesia ti rifarò dissonante e brutale
 Arrovesciata su bacche di sterpi
 Da terrazze ingommate di brina.."

Tuttavia, "quando  crediamo di esserci immersi fino al fondo degli abissi, e ritorniamo in superficie, la goccia d'acqua che resta sui polpastrelli impalliditi delle dita non assomiglia più al mare da cui proviene",  scrive con pertinenza  Maeterlinck.
Arde di terra un crepuscolo come legna al fuoco.

"...Ti inciderò ignuda e violenta,
 Altera come il giunco alla piena
 Audace come la chiglia in tormenta
 Che emerge con escoriazioni dal flutto
 E' l'oppressione del respiro che volge al freddo
 Ma pure tra il furore e l'onore:..."
                                                            ("qui i tizzi del crepuscolo", titolo)

  

Vocabolario sciorinato senza economia,  F.D.P. sferza il discorso con la frusta, lo fa saltare a suono di tromba.   Passione aperta,  risentimento sordo.  Più che al dire, è meglio adeguarsi al fare. 

"Acciuffo parole. Per essere essenza acciuffo parole
E uso forbici a doppia lama per ritagliarle sulle sagome.
Rabbercio la mia espirazione tra simili e contrari
Mi crepita tra le mani un neologismo o un'anticaglia
Burattinaio della moltitudine salvifica, soffice
Cultore di assonanze e traslati sul filo d'inchiostro
Delimitato da un suono,..."

 

E intanto nel suo agire prepara  la mensa ,  distribuisce sul tavolo le margherite.  "Nil difficile volenti". Ritaglia spazi di libertà fra prigionie quotidiane.

"Dalla Libertà passo alla libertà
  Ove impossibile il di e il da
  E  per quanto scali la elle
  Ambito da lacchè.
  Ma se mi cadranno i capelli
  La quotidiana decenza
  Giuro che acquisto un tupé.
                                                    ("qui una guerra scoppia di gemme")

 

Come si può vedere, il lessico è danzante. Si parla musicalmente, la battuta in levare.
E intanto

"Giorni fuggono a vela dietro il vento,
  Corni del dolore, pane impastato di ferro
  Compendio del vortice eterno, marana ove urla
  Dispendio di fiato,.."
                                                  ("qui il tacere rimbomba")

 

Come appare, e si è detto chiaramente, si azzardano parole insolite accanto a un ripescaggio di terminologia più antica, per un amore che si estende globale.  Tuttavia, non c'è elegia,  niente paesaggi risaputi.    "E non so affacciarmi al meriggiare",  dice.   Piuttosto, paesaggi d'arte figurativa, visioni d'autore.
 Da lingue morte, da lingue straniere occhieggiano, con conseguente sottopensiero scrittorio, giganti letterari,  Dante ("Pape Satàn..."), forse  John Donne (prese le dovute distanze)  per certi atteggiamenti di parola "sensuosa",  Dylan Thomas ("And death shall have no dominion") .
Si cerca oltre,  e dalla  tradizione,  qualcosa di forte e di diverso - l'alternativa a ciò che non si è avuto, o che non si è dato - che certo  esiste,  la parola perfetta,  più in là, all'orizzonte, uscendo allo scoperto, dal limite visionario che  "al logos mi avviticchia costante".  Parola come luogo, per sostare, per trasferirsi,  ritrovarsi.
Così, con i suoi attrezzi,  forbice e martello,  coltello e cucchiaio -  gambe alla maratona - , F.D.P. può illuminare un quadretto di paese  in un tempo passato dove "il mare schiude il suo lume":  un testo a tamburo che echeggia ritmi di Garcia Lorca.     Come  in fotogrammi,  un microcosmo di civiltà, memoria di appartenenza,  per certe inquadrature  riporta al  film di Battiato, "Perduto amor..",  ed esprime quella  musica.

 

"Come quando in terra di limoni
  Cantavano il corredo le donne
  Del bruciato deserto del sud
  E i cani beccavano alla strada
  Come quando a mela cotogna
  O pannocchie si mangia nel sud
  I ragazzi inseguivano il cerchio
  E battevano le figurine del calcio
  Precipitosamente abbruniti d'aprile
  Negli scampoli del deserto del sud
  Il sole si stanca sul mare del sud
  L'arsura ha radici negli occhi del sud
  E mulina la polvere nel deserto del sud

  Le donne cucivano e cantavano

  Dietro le proprie sbarre nel deserto del sud
  I denti di perla  gli occhi di pece
  Cantavano l'amore le donne del sud
  Nella ruggine succosa d'arancio
  Nutrivano sogni le donne del sud

  Volano e imparano i mestieri

  Come quando si scorcia la scuola
  E lo specchio ti scantona nel riflesso del sud
  Si leva il vento nelle piane del sud
  Con petali e foglie e vite in ginocchio nel sud

  Come quando ieri alla fine del sud

  Come quando non piove nel deserto del sud
  Come quando si copre di spine il deserto del sud
  Come quando la fuga è preclusa dal deserto del sud.

 
 

Alla fine, quando tutto è stato posato,  quanto premeva,  in quiete,  bisogna riconoscersi nel volo, prima di sparire,  "stanco uccello crudelissimo, cuore di pietra".
 
 
Le illustrazioni di Diana Arton,  che accompagnano la plaquette,  bene si sposano ai versi di F.D.P..  Nella duttilità del colore, Ombre - sensazioni di stati  d'animo inespressi - spiegano linee astratte a una chiusura del dire.

 

 

 

L'esigenza di cambiare
di Gianmario Lucini, pubblicato su POIEIN, dicembre '07


Fra i libri che da anni ormai ho sul tavolo e che non riesco a leggere, c'è questo Diario di minima quiete.  Alla prima lettura l'ho trovato ostico e quasi scostante, probabilmente perché non sono più abituato a leggere questo tipo di linguaggio e soprattutto (ma questo è un fatto personale) trovo fastidiosa questa moda garzantiana di anteporre ad ogni prima parola di un verso la lettera maiuscola che rende ancora più difficili ed ermetici quei testi che usano una lingua di per sé già complicata da arcaismi, da costruzioni sintattiche particolari se non prese tout court dal latino classico, da omissioni di particelle come le preposizioni semplici e articolate, gli articoli, ecc.  La lingua, insomma, che ho sempre definito come "letteraria" nel senso di alta-a-tutti-i-costi.  Per chiudere l'argomento con una battuta o una facile ironia: c'è una funzione in Word che evita l'inconveniente della correzione automatica, un giorno o l'altro ci scriverò un piccolo trattato, magari illustrato, così farò un servizio a questi scrittori.
L'autrice proviene dagli studi classici (è laureata in lettere, e lo si vede) e questa sua raccolta ha tutta l'aria di essere una specie di rivolta avanguardista verso la scrittura minimalista che caratterizza la maggior parte della ricerca poetica contemporanea.  Il verso è dunque molto attentamente costruito, abbondano le composizioni a struttura chiusa come il sonetto, l'ottava, la quartina - c'è però il ripudio della rima, che qua e là occhieggia ma non sembra cercata di proposito, e questa mi sembra una cosa saggia a tutto vantaggio della libertà semantica.  Abbondano i lemmi desueti (per esemplificare, nella prima poesia troviamo: arrovesciata, ingrommate, rabattarsi, infratelli, ignuda) che ovviamente ognuno è libero di usare (peraltro in alcuni casi, come ad esempio nel verso "da terrazze ingrommati di brina", il desueto coincide con l'esatto: credo che questa sia proprio la parola che ci voleva, non così in altri casi, come in "Calma nicchia di vento mi figuro di fuori", dove quell'ungarettiano "mi figuro di fuori" ha un che di manierato.
Il filo conduttore della raccolta, annunciato senza esitazioni nella prima poesia, è appunto il fastidio che l'autrice prova per la poesia dei "musicanti / della rima baciata", i "benpensanti", "coloro che si adornano di strati e mantelli / anime troppo leziose a rabattarsi / di sangue e di fango": la poesia minimalista, ci par di capire, la poesia che a parere dell'autrice è decaduta, la poesia senza contenuto, quella non impegnata a proporre una visione del mondo, che non si preoccupa di parlare all'uomo ma parla solo a se stessa.
A farla breve, la poesia di Della Porta ha tutto: carattere, musicalità (da vendere, a volte persino carducciana), contenuti, eleganza, cultura, una certa maestria nell'uso del linguaggio, tutto, tant'è che persino il cattivissimo Linguaglossa ne parla bene e con molta competenza nella sua acuta introduzione.  Perché allora non mi prende?  Qui purtroppo è l'estetica, che è sempre soggettiva, a causare la differenza.
Trovo che ci siano due punti di personale dissenso verso questa scrittura: il primo è che per varie ragioni (non ultima la fatica nel leggere un linguaggio che viene da altri tempi - e non ne vedo la ragione) questa lingua non riesce a scaldarmi, non mi fa vibrare qualcosa dentro, la sento distaccata, cerebrale, in certi passaggi vatica e perentoria.  La seconda ragione è che anche in questa autrice non si esce dal barocco (non tanto letterario quanto concettuale) e anzi c'è la proposta di ritorno a un barocco ancora più radicale e più pesante di quello del ‘900, che in qualche modo cercava di nascondere con mille trucchi questa sua figliolanza.  Trovo insomma che sia fallita la spinta avanguardistica che anche Linguaglossa avverte nella sua presentazione.
Ciò detto, perché se si fa una critica bisogna dire anche i punti di dissenso (almeno quello che non si può tacere per essere fedeli a se stessi) e non soltanto quelli di consenso, bisogna riconoscere anche i meriti di questo lavoro.  Il primo è senza dubbio quello di tentare (almeno qualcuno ha il coraggio di farlo!) una via diversa per la scrittura poetica che torni alla tradizione.  Non importa, in questo caso, se poi lo sviluppo non ci soddisfa: quello che conta è l'aver capito e proporre con forza l'ipotesi che per andare avanti in qualche modo bisogna tornare indietro e riflettere, tentare.  Il secondo punto di apprezzamento è la cura del verso e insieme del linguaggio.  Nonostante la vena sperimentalista infatti, il verso è molto curato, fin troppo a volte (se si può ravvisare un "troppo" laddove la sonorità del verso sembra essere sopra le righe, volare alto anche dove non servirebbe, ecc. - ma qui siamo di nuovo nel terreno insidioso del soggettivo), il linguaggio è attentamente soppesato, analizzato con cura, con rispetto.  Ci sono dunque tante cose da imparare da questa scrittura che vuole (e ci riesce) essere una provocazione e, come tutte le pro-vocazioni chiama a una risposta e una attenta considerazione per i suoi limiti ma anche per gli indubbi pregi.














(c) 2007 Fortuna Della Porta