Prosa

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Scacco al re

 
 
Il Tempo. Il Tempo ci possiede e ci conduce. È il Tempo della Storia, il protagonista di Scacco al re. Immersi nel fluire che intraprende a scalare giorni dal primo vagito, non resta alla mente, ieri come oggi, che un'amara riflessione sulla sorte dell'uomo, sempre uguale a se stesso, sul suo modificarsi apparente, sulla sua evoluzione illusoria, laddove il progresso può essere designato come una sovrastruttura che non influenza l'assetto primario del sentimento, della ragione e dell'emotività. Di qui l'incastro - quasi una compresenza - che ho tentato tra passato e presente, con due situazioni sceniche contigue, nel quale delusioni, malattie, tradimenti sono ancora i medesimi, tanto che Margherita, la prima attrice, può confondere la sua identità e il suo tormento con quella della regina Berenice. Nessun sollievo. Prima o poi la vita si accanirà per l'ultima volta. Se non ha rubato prematuramente, prenderà la salute a poco a poco e concederà di leggere nei segni del disfacimento la propria morte. Se si è fortunati, insomma, si tocca l'ora della meditazione. Solo il re, trovandosi esattamente in questo punto cruciale, ha dunque consapevolezza dell'inconsistenza del percorso e dell'inutilità della pompa e dell'ipocrisia dei rapporti umani. Ha già sistemato o messo a tacere l'antica lotta e attende oramai arreso. Per sottolineare il valore emblematico di ciascun personaggio, ho preferito indicarli con nomi desunti dal vasto apparato astrale. L'opera, presentata al concorso Diego Fabbri, è inserita nell'archivio virtuale della fondazione, per opportunità di studio o di rappresentazione.
 
dalla postfazione di Fortuna Della Porta
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L’azione si svolge in un passato antico ma non definito in una sala del castello e i muri sono di pietra. In mezzo alla scena c’è un grande camino annerito che è acceso; sulla destra alcuni sedili di legno con un tavolo di appoggio e sulla sinistra un divano stilizzato a mo’ di ottomana con alcuni cuscini di colore scuro. Sulla mensola del camino alcuni oggetti di ornamento e poco più in alto, su ripiani simmetrici, due vasi vuoti. Alla destra del camino, un’ampia feritoia. Il secondo atto si svolge nel medesimo luogo ma l’ottomana è spostata in una posizione più centrale rispetto alla platea. Nessun segno di lusso e di ostentazione. La regina indossa una tunica nera con pieghe cadenti dalle spalle e una fascia dorata sopra la vita; il re quasi un saio amaranto da cui si intravede una sottoveste con collo accentuato; vestiti simili ma più vivaci per il banchetto. Alla fine del primo e del secondo atto il palcoscenico viene completamente oscurato, tranne un angolo della ribalta, sulla sinistra, dove è stato collocato un tavolo sormontato da uno specchio circondato di alcune lampade: un armamentario, insomma, simile a quello si trova nel camerino degli attori per il trucco. Accanto un attaccapanni a stelo e una sedia. Chiara indossa un tailleur molto attillato con una lunga sciarpa sulla spalla. Margherita e Giovanni continuano a indossare gli abiti di scena.
 
 
Personaggi
BERENICE: la regina OTTANTE: il re DIONE: il fratello del re ARIELE: il consigliere della regina STELLA: sua moglie ORSOLA: la prima cameriera della regina MARTE: ministro del re PERSEO: ministro del re GIOVANNI: l’attore che impersona il re MARGHERITA: l’attrice che impersona la regina CHIARA: l’attrice che impersona la cameriera

 

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Ritratti

 
 
 
 
Racconti in buona scrittura, coinvolgenti: sono ritratti umani ben definiti dove l’ironia, il reale e il surreale si tengono per mano in un unico grande affresco dell’umanità. Caso e razionalità sono sempre in primo piano e immettono subito il lettore nell’azione. La fisionomia dei personaggi, spesso deformi di segreti e psicologie estreme, si perde in un girare a vuoto nel proprio mondo, quasi inaccessibile dall’esterno. Il finale conduce sempre ad un altrove, paradossale, impensabile, mai atteso.
 
 
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Labirinti

 
 
Una raccolta di venticinque racconti impreziositi da illustrazioni di Roberto Di Costanzo.
Un assaggio:
Ipotesi per un suicidio
Di solito fluttuo. I miei piedi non si appoggiano. Chi ha sperimentato il tragico distacco da se stessi, che rende estranei persino i propri pensieri, sa cosa significa trovarsi di notte davanti allo specchio del bagno con un coltello sulla gola pronto a tagliarla. Oppure scoprire due ferite sanguinanti sull'avambraccio sinistro, senza sapere perché siano lì. Di tanto in tanto conto i piani che separano il mio terrazzo dal suolo e a quel punto mi attacco al telefono, chiamo a caso dicendo che parto, perché quando accadrà non vorrò essere trovato. Imbrattare l'asfalto col proprio sangue, mostrare le viscere esplose nel ruzzolone non mi sembra un buon servigio da rendere a me stesso. Non vorrei che qualcuno storcesse il naso o peggio si appartasse per un conato di vomito. Non mi ucciderò in maniera fragorosa, insomma, sebbene debba ancora trovare la maniera raffinata che merita il tempo che ho dedicato a nutrire la mia angoscia. Sarà un atto tanto privato che gli altri finiranno con l'immaginarmi su un'isola del Pacifico con una bibita alla menta sotto uno di quei ridicoli ombrellini. Mi considerano abbastanza strambo da attribuirmi capitomboli esistenziali così audaci, come se sapessero qualcosa di me e io di loro. Come se potessimo entrare nelle teste altrui. Io per esempio non vedo nulla intorno a me, se non esseri che blaterano senza parlare e si trascinano da un appuntamento ad un altro, da una cravatta ad un'altra, con un telefonino all'orecchio e un orologio che ticchetta troppo in fretta e precipita il tempo nella sua fine. Mi vengono bizzarre considerazioni sul tempo, come fosse un'entità con faccia, barba e capelli e uno scudiscio per spingerci avanti. Un tiranno. Il suo ingranaggio possiede una perversione dalla quale mi tengo alla larga con i mezzi di cui dispongo. Dovrei dire che ci provo. Intanto non so mai in che punto del giorno, del mese e delle stagioni collocarmi. L'anestesia emotiva per fortuna mi protegge da un computo troppo raffinato e dall'appartenere a un punto preciso dell'anno. Tapparelle abbassate, tende spesse per impedire alla luce di filtrare: ecco, così mi vendico. Mi tiro fuori, mi astraggo, almeno fino a che non lancerò la mia sfida e avrò deciso a modo mio, a dispetto di quanto il carnefice ha stabilito sul mio primo vagito. Gettarmi da una scogliera quando il mare appartiene solo alle onde, potrebbe essere un modo per lasciarlo a bocca asciutta. L'anno scorso avevo anche individuato dove, magari col buio, quando neanche io vedrei la conclusione del volo, dopo la fluttuazione. Conosco uno strapiombo sotto il quale il mare impazza giorno e notte, mugola di bianca schiuma, con pinnacoli cangianti. Costituirebbe una culla tanto insondabile da essere perfetta. Si trova in cima all'elenco delle possibili alternative, domina le sorelle che la seguono e mi addormento, per quel poco che chiudo gli occhi sul divano, con la sensazione dell'assenza di peso, cercando di immaginare cosa si pensi in tali frangenti.
 
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La casa di Gaia

     
E in uno stato comatoso l’adagiarono nel suo letto quando arrivarono. Il bisnonno permise che un altro uomo la toccasse, che una caviglia si scoprisse, che la scollatura scendesse sul petto infossato e mostrasse un seno, perché non si sentiva la forza di sorreggerla da solo lungo le scale.
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Ragnatele

 
Arianna scivola sulle scale e finisce paralizzata per la frattura delle vertebre cervicali e in coma per trauma cranico.
Nell’oscurità ha coscienza di sé, ma del presente non conserva alcuna memoria. Quasi subito, però, le tornano in mente brandelli della vita passata, spesso senza ordine cronologico, che lei, dilaniandosi, tenta in ogni modo di ricomporre. Pur di riportarla alla vita, Elisa ed Andrea le sono vicini con la forza emotiva della loro voce e il racconto degli accadimenti comuni.
Intorno, ambigua e meschina, si aggira la figura di Ranieri, suo marito.
Ma Arianna è caduta o è stata spinta da qualcuno? In questo caso, si tratterebbe di gesto deliberato o di fatalità? E i ricordi, in apparenza perfetti come sequenze di un film, appartengono alla vita reale o sono delle allucinazioni? Quel figlio, poi, è mai venuto alla luce?