Recensioni

Recensioni Fortuna Della Porta

Diario di minima quiete

Chiara Moimas

Grazie, Fortuna.

Le parole della poesia sono difficili, al primo impatto sfuggono. Ripercorse attanagliano e, quando sono parole di poesia, inebriano. Quelle parole dei tizzi di crepuscolo scostano il drappeggio del banale che soverchia il nostro affanno quotidiano come polvere stantia e aprono ad immagini inconsuete. Uno spazio di luce, una sconfinata brughiera; ma non si cada nell'inganno della felicità delle corse a perdifiato, il drappeggio apre alla gioia della sofferenza, allo sforzo supremo del coniare parole, all'effimero senso di appagamento nell'accatastarle.
E' lo spazio del poeta che si delinea infinito e perciò terrificante.
Un'immensità di dati ai quali attingere, innumerevoli possibilità di combinazioni e la libertà di qualsiasi gioco, di ogni forzatura affinché rimanga una codificazione capace di graffiare l'anima. Imbrattata di carminio e lacerata dalle spine la poesia si abbatte su di noi e ci ferisce là dove dovevamo essere feriti per lenire il male che ci logora. Brutali devono essere le parole della poesia per scalfire la crosta di indifferenza che noi crediamo ci ripari ed invece ci espone al pericolo più grande. Grazie, Fortuna.

Monica Cito

Letto oggi, 1/02/2006 in Ceglie Messapica (BR)

Una silloge che porta con sé il richiamo ad una poesia antica e dimenticata, e reca il germe d'una contemporaneità che pare lasciare lentamente il passo ad una inquietudine/quiete, che possa sbocciare come un fiore, per dipanare il costrutto dell'Essere e dell'universo attraverso cruente parabole, composte da scomodi versi impiantati in scale di lenta ascesa della conoscenza.
E si tratta di silloge, non di mera raccolta, laddove si tenga conto della programmaticità artistica, segnante i punti di attuanda teorizzazione. La prima lirica, "Qui i tizzi del crepuscolo", indica la via che la poesia seguirà. Si dice che essa sarà dissonante e brutale: Poesia ti rifarò dissonante e brutale/Arrovesciata su bacche di sterpi (pag.11). E la programmaticità è anche e soprattutto risoluzione alchemica; infatti non si usa il verbo fare, ma rifare: fare nuovamente. E il nuovo è il minimale da esso stesso recato: tizzi con crepuscolo; sterpi; conoide; delirio; occhio querulo, bulino; catena... Si è nel dominio del dipanarsi di un crescendo drammatico, di un attenuarsi lento del gesto massimo ed un innalzarsi obliquo, e infine folgorante, del gesto estremo, minimale in senso crimino- genetico; ossia minimo: l'oppressione del respiro che volge al freddo (pag.11) Delimitato da un suono, come fulmine conoide (pag.12).
Lo scenario unitario (lento) svela il dramma del particolare: La mia claudicante vicina stropicciata (pag.13); e dell'universale rintracciabile in più di una lirica, e riconducibile sempre all'io cogitante del poeta, che non dimentica il canto, ma non può (pur volendo) compiutamente musicarlo. L'universo è tavola geometrica, ma anche big bang; ed è all'opposto dei formicolii e del calare lento d'un timbro artistico, che cede sotto sferzate d'usurpazione (che cela dietro la conoscenza). Il poeta scrive, si esprime, eppure trema all'idea, e per l'idea, della possibile perdita- sconfitta dell'espressione. La voce manca in più punti; e non si rintraccia luogo di riscoperta: Ah, la mia voce (pag.42); Delle utopie tradite / E una penna un abito senza memoria (pag.40); Lacero i miei codicilli (pag.38); QUI SUFFICIT MIA GOLA- PAROLA AL DIRE (pag.36); AL LOGOS MI AVVICINA COSTANTE (pag. 32); QUI IL TACERE RIMBOMBA (pag.26).
Pare esserci un andare e un tornare, un cerchio di grecità da seguire e, in contemporanea, sullo stesso schermo (e scherno) un ritorno ai primordi della gnosis, composta da ciò che "secondo chi vive e scrive" debba essere il verso. Perciò, quella dissonanza e brutalità annunciate si rispecificheranno ancora e sempre nella nudità promessa (vale a dire: nella mancanza di veli): Nuda poesia. Ti inciderò ignuda e violenta/Altera come il giunco alla piena/Audace come la chiglia in tormenta/Che emerge con escoriazioni dal flutto/E l'oppressione del respiro che volge al freddo/Ma pure il furore e l'onore:/Te le ho cantate, tempo.
E rileggiamo il tutto, adesso, pieno d'innumerevoli altre suggestioni, che portano la fruibilità ad personam di un'opera difficilmente ripetibile e contra res naturæ, che è delirante trasporto emotivo per chi ha da pensare: Bevo alla catena [...] Del bruciato deserto (pagg.17-19).
Grazie, Fortuna! È con fortuna, che accolgo la lettura di un libro così denso e studiato, così rovente; dal sapore classico, e che pure relega il classicismo alla nota appena diafana, da nascondersi subito nello strepitio di suoni e immagini da riverenza alle verità infinite, cui l'anima cogitante debba prestare ascolto. Questo lavoro profonde osservazione, ma mai osservanza.   I libri di storia ne parlano, ma dall'esterno. Io preferisco raccontarvi quello che ho pensato e sentito - cosa che non fanno i libri di storia - e descrivere accuratamente i risvolti umani della vicenda - cosa che non fanno le leggende -
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE. Fortuna Della Porta (Nocera Inferiore, Salerno), poetessa italiana.
Fortuna Della Porta "Diario di minima quiete", Lietocolle Libri, Falloppio (Como), 2005. Collana editoriale Erato L'edizione esaminata ha una bella fattura di stampo "vecchia tipografia" ed è corredata da una prefazione d'indubbio interesse e fine scrittura, stilata da Giorgio Linguaglossa. Il pregevole libro s'avverte essere stato impresso in tiratura limitata.  

Ilaria Dazzi

Ho camminato molto tra i sentimenti,/ i miei e quelli degli altri,/ ed è rimasto sempre spazio tra loro /per far passare l'ampio tempo. (Sono passata, Kiki Dimulà in «L'adolescenza dell'oblio»).

‘Poesia' è il vocabolo che apre Diario di minima quiete, raccolta di trenta poesie di Fortuna Della Porta e ‘qui' è l'avverbio che la conclude. Lasciando scorrere lo sguardo sui titoli dei componimenti, si nota una caratteristica ricorrente: essi sono per lo più introdotti da articoli determinativi o dallo stesso avverbio che chiude l'intera operazione. Il ‘gioco' linguistico suggerisce un intenso labor limae, una costruzione dosata e attenta, volutamente non comune perché fondata parallelamente sia sulla ricerca del sinonimo, sia sulla creazione dell'immagine spesso inconsueta. La centralità dell'esperienza dell'io non impedisce l'adozione di un punto di vista oggettivo: l'idea è quella di creare un equilibrio anche estetico oltre, naturalmente, ad indagare l'universalità del paradigma poetico come esperienza umana. Il viaggio di Fortuna Della Porta è un percorso attraverso le radici della poiesis: un cammino guidato dalla poesia «Nuda», da incidere «ignuda e violenta», «altera come il giunco alla piena»; seminare versi è seguire il canto della vita, scoprirne gli effetti, sondarne le sfumature mettendosi in gioco e scoprendosi rassegnati a «vivere di vento». Mista al gioco linguistico, al divertimento (e all'abilità) dell'autrice, c'è la verità di chi scrive: il punto di vista si espande facendosi forza sulla propria singolarità, sulla consapevolezza che se gli uomini non sono portatori di una verità assoluta sono comunque portatori di una propria verità che la poesia, come strumento, ha il compito di portare alla luce. Per raccontarsi e raccontare l'esperienza umana, Della Porta usa «forbici a doppia lama»: «acciuffa le parole», si pone in punta di piedi sulla pagina quasi per osservare un percorso da una postazione incontaminata, sulla soglia di una nuova scoperta da accarezzare, da fare propria per poterla elaborare; le parole «crepitano tra le mani», le immagini che esse si portano dietro prendono forma, delimitate da suoni, portatrici di vita, dei suoi frammenti afferrabili o meno. Si percepisce un senso di attesa, un'incolmabile necessità di raccogliere l'esistenza nelle sue svariate manifestazioni per convogliare l'energia prodotta (e, soprattutto, percepita) sulla pagina bianca: al lettore non resta che partecipare al movimento dei fiori e delle foglie, all'oscillazione cromatica dei chiaroscuri stagionali, all'«angoscia della metafora» di un appuntamento atteso eppure ancora incerto. E' evidente e- talora sublimata- una sorta di fusione tra passato e presente: l'adolescenza di un «bacio fragile e frugale trepido e rimpianto» scivolata in prossimità dell'atto adulto di «strapazzare versi e alzare la posta». Il poetare non è costituito di rime, (a cui l'autrice preferisce morbide assonanze, mai troppo insistite), né di similitudini o di facili enjambément: oserei dire che ella preferisce azzardare rapide metafore, oniriche talora, «a ranghi serrati» o, per i lettori più coraggiosi, a vele spiegate, fingendo che la scrittura avvenga quasi «per dispetto». Reminiscenze di Ezra Pound e di Eliot, nonché del Dante dell'Inferno, allusioni frequenti alla letteratura contemporanea (penso a Zanzotto soprattutto, ma un certo ‘giocare' senza falsi pudori mi ricorda pure Quenau, anche se in una diversa prospettiva), fanno di questa breve raccolta realmente un diario di immagini e di situazioni, una fotografia personale,  come un fiore che protende i petali verso l'esterno per mostrarsi alla luce del sole. L'urgenza alla vita, nonostante gli spigoli, l'urgenza al tempo, malgrado la sua tirannia, lasciano sulle palpebre  l'ebbrezza di una corsa giovanile verso l'essenza delle cose, «Mille respiri a scalare la groppa», «la mia spugna che sboccia d'azalea», la curiosità insomma di scoprire la realtà, anche divorandola. Lettura interessante, femminile per una certa capacità di dosare la parola e di porla, maliziosamente oserei, oltre la consueta ‘architettura' del verso poetico: abbiamo davanti un'operazione che richiede vivace partecipazione da parte del lettore, nella fusione continua fra immagine vissuta e pensiero. Un viaggio a piedi nudi e a cuore aperto verso le stagioni della mente e della vita, in compagnia dei sensi e, soprattutto, del senso delle cose.

Cosimo Campanelli

Qui e altrove, le immagini hanno una forza originaria, prepotente, sfrenata - sicché la poesia vera si impone e le algide ragioni della letteratura tacciono.

Vi è sempre una emozione, quando si avvicina una voce di poeta che per noi è nuova. Una emozione che diventa più profonda quando, leggendo a mano a mano, ci accorgiamo che non ci eravamo sbagliati e che, ancora una volta, una esperienza esistenziale si è fatta forma - quella forma - nel senso che quei contenuti se fossero espressi in un'altra forma sarebbero altra poesia - e forse apparterrebbero ad un'altra persona.Nel nostro caso, dunque, non vi è dubbio che le impressioni e le immagini, appartenenti a Fortuna Della Porta si trasformano in forma, diventano espressione poetica - una espressione poetica che, nel passaggio dalla prima raccolta (Rosso di sera) alla seconda (Diario di minima quiete) diventa sempre più concentrata, essenziale, disposta al «sacrificio di sé».
«La poesia - dice Thomas Stearns Eliot - è sacrificio di sé» ovvero di tutti quei contenuti (impressioni, stati d'animo, emozioni) che non sono in grado di mettersi al servizio della forma, cioè di trasporsi di trasfigurarsi in essa.
L'intuizione lirica della nostra poetessa, con sempre più ferma lucidità nel Diario, tende appunto a intus ire, ossia ad andare in profondità e, allo stesso tempo, anche gli strumenti retorici e stilistici si affinano sempre di più.
Da questo punto di vista, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio work in progress, in cui gli scenari dell'infanzia e della giovinezza costituiscono - più e meglio dei luoghi della maturità - un pregnante mondo immaginario. In altre parole, quei primi scenari tendono a farsi altrettanti paesaggi interiori, nei quali la fantasia prende ad abitare con crescente dimestichezza, togliendo ad essi tutto il superfluo. Quella rete di riferimenti allotri, estranei, che permettono una comprensione anche immediata dei testi poetici, e quindi, per così dire, un facile accesso al «paesaggio interiore» del poeta, si fa sempre meno agevole. Si ha così un processo duplice e, allo stesso tempo, inverso, nel senso che, mentre il poeta si muove a suo agio nel proprio mondo interiore, che ha ormai un linguaggio funzionale ad esso, tanto più diventa ostico, quasi inaccessibile agli altri (anche alle persone più vicine e care). Quando avviene ciò - come è manifesto in Diario di minima quiete, tutto diventa più difficile, ma proprio perché il cd. vissuto è trasposto, trasfigurato in una misura più alta e pura.
La poesia, quando è veramente tale, impegna la personalità in una esperienza che è sempre più aspra e solitaria, in quanto il poeta, adoperando senza risparmio gli strumenti tecnici di cui dispone, sacrifica tutto se stesso alla FORMA della poesia.
Non è tanto strano osservare che ogni poeta autentico trova il suo Muzot, (ovvero il rifugio eremitico delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo di Rilke) e ciò avviene dovunque egli, senza subire l'influenza del luogo che lo ospita, possa assorbire tutto se stesso nel formare, figurare le istanze che veramente gli stanno a cuore. Come avviene a Della Porta che, in una incalzante sequenza di immagini del nostro Sud, compone un indimenticabile microcosmo, che, per economia di discorso, non si può citare per intero : «Come quando in terra di limoni / Cantavano il corredo le donne / Del bruciato deserto del sud /  E i cani beccavano alla strada /  Come quando a mela cotogna / O pannocchie si mangia nel sud /  I ragazzi inseguivano il cerchio / E battevano le figurine del calcio / Precipitosamente abbruniti d'aprile / Negli scampoli del deserto del sud /  Il sole si stanca sul mare del sud / L'arsura ha radici negli occhi del sud / E mulina la polvere nel deserto del sud /  Le donne cucivano e cantavano / Dietro le proprie sbarre nel deserto del sud / I denti di perla gli occhi di pece / Cantavano l'amore le donne del sud / Nella ruggine succosa d'arancio / Nutrivano sogni le donne del sud [...].La Della Porta «acciuffa le parole», che appartengono al proprio mondo fantastico, perché sa che non vi sono parole neutre, ma solo quelle a cui diamo un nostro spessore interiore, creativo: parole che sono state segnate da fatti della nostra vita, ma che ormai sono al di là di essi. E ciò perché la poesia si attua attraverso una continua negazione e trasposizione di cose e di vicende.
La Della Porta, però, non cade nell'errore di ritenere che prima dell'intuizione niente è determinato e che dopo di essa tuttoè determinato. La Della Porta, al contrario, sa che vi è ancora molto da fare e - con chiara indicazione di poetica - specifica che «usa forbici a doppia lama per ritagliare [le parole] sulle sagome», le quali peraltro non tutte si adattano. E a questo punto il poeta si fa poietès, artefice e, adoprandosi nella propria officina, «rabbercia la sua espirazione», ossia emette suoni e li aggiusta destreggiandosi «tra simili e contrari», mentre «gli crepita tra le mani un neologismo o un'anticaglia»; sì che il poeta sembra veramente «un burattinaio della moltitudine salvifica» - non «di una moltitudine salvifica», perché quella moltitudine è soltanto del poeta - e solo a lui chiede di salvarsi - e questi, coltivando «assonanze e traslati» traccia fili d'inchiostro su un foglio, i quali, simili alle note sulle righe di un pentagramma, producono suoni...
Il poeta, dunque, acciuffa a volo le parole, che gli vengono dall'ispirazione, mutuata dai propri ricordi, ma poi, lungi dal ritenere tutto determinato, lavorando nel suo laboratorio, compie, esplicita il testo, che ha avuto il suo incipit nella intuizione.Il titolo - Diario di minima quiete - in nessun modo deve far pensare a un approdo minimalista, a una scelta di poetica debole, che rifiuta di affrontare il rischio della «voragine della passione», sempre insidiosamente presente nello «spazio della vita», né tanto meno [deve far pensare] alla decisione di mettere tra parentesi i grandi problemi i quali - si accetti o non di prenderli in considerazione - sono per ognuno di noi basilari.
Nulla di tutto ciò si rileva nella poesia di Della Porta che, anche nella trasposizione poetica, non è persona che si tiri indietro; anzi sembra di poter dire che, pronta com'è a sopperire alla «debolezza del giunco» con la «tenacia» e alla chiarezza del cristallo con la durezza del diamante, prediliga la sfida avventurosa. «Non ti voglio saggio» - scrive in un testo, dedicato al figlio, in Rosso di sera - perché la saggezza disillude - e quindi rende inabili all'azione. «Ti voglio - continua indomita - curioso e stupíto / col cuore esploratore».
L'osmosi madre-figlio, derivante dall'essere stati «abitanti dello stesso corpo / e alimentati dallo stesso respiro», getta luce non solo in spe sul figlio ma anche (qui soprattutto per noi) sulla madre, per la quale momenti di minima quiete, simili a oasi di refrigerio, servono a riconquistare «sorriso» e «leggerezza», tanto necessari anche negli intervalli dell'agone poetico.
Fin dal primo testo del Diario la Della Porta mostra con tagliente nettezza le sue intenzioni: «Poesia ti rifarò dissonante e brutale [...] Ti inciderò ignuda e violenta, Altera come il giunco alla piena / Audace come la chiglia in tormenta / Che emerge con escoriazioni dal flutto [...] Ma pure tra il furore e l'onore [...]».
Ma l'irreparabile iato che vi è tra arte e vita - tra cose e parole sembra per un attimo disorientare la nostra poetessa: «Io semino versi / Rassègnati a vivere di vento»), ma questo indugio (rassegnato) trova súbito un sontuoso riscatto: «Si vive bene dentroin un quadro di Chagall»!
Nel Diario di minima quiete, si manifesta in pieno la poetessa, che non solo ha vissuto con carattere e passione, ma che ha anche assimilato letture e libri. I pensieri - si sa - debbono a lungo purificarsi prima di farsi poesia. E ciò avviene anche a Della Porta, i cui pensieri sull'«iperuranio», metafora della dimensione eterna, sono il frutto di un lungo «scandaglio» nel «rovere» ossia in un legno duro e difficile. Non dunque la fede ma la ragione - che ha cercato dio in tanti libri - la guida per gli aspri sentieri della metafisica, da cui - può forse dirsi - è stata tentata ma non conquistata! Ma, come è abituale in lei, ad un tratto, via libri e filosofemi, perché è la poesia ad avere l'ultima parola: «se il poeta [...] si fa lente /  misura del gorgo all'etra celeste [abisso o cielo che sia ] / mente /  per l'alfa e l'omega, il Verbo è latente». La parola dunque si nasconde, se deve esprimere il divino. Tuttavia, per Della Porta, «bisogna vedersela col silenzio di dio», forse perché quel silenzio non ci ha liberato (come si sperava) dall'insidia di altre parole in noi e fuori di noi!
I versi di Della Porta hanno il loro Grund in forme che rivelano un estro esaltato più che elegiaco, dionisiaco più che apollineo: «[...] Giacché la farandola mi si scapiglia / Nell'uggioso iterato formicolio esistenziale / E non so affacciarmi al meriggiare / L'ecoesistente belvedere intorno [...] Sulla plancia colgo meglio Ulisse /  Con la mia clessidra antitetica / e letale / I peripli mediterranei che visse / E il mare dell'esperienza [...]». Intanto «Giorni fuggono a vela dietro il vento, / Corni del dolore, pane impastato di ferro / Compendio del vortice eterno, marana ove urla /  Dispendio di fiato, la mia apocalisse è scontata [...]. E, infine, al di là dell'apparente ordine «delle ferraglie del flutto-sterminio», «L'universo è scrollo di stelle collassate / E esplosioni di supernovae / Buco nero famelico di luce e materia / Che inghiotte in punta di spillo  mentre / Asteroide precipita su una generazione o Atlantide».
Qui e altrove, le immagini hanno una forza originaria, prepotente, sfrenata - sicché la poesia vera si impone e le algide ragioni della letteratura tacciono.

Prof. Franco Salerno

La liminarità e l'apocalisse

C'è un tipo di  poesia lavica e infuocata, che parte dagli anfratti dell'anima, si immette per dedali di viuzze, rallenta, esplode, come scossa dal baricentro di un metaforico sisma. E alla fine emerge alle plaghe aeree della luce. Tale è la poesia di Fortuna Della Porta, profondamente magmatica, vulcanica, implosiva, una poesia che si articola attraverso una scrittura della liminarità e dell'apocalisse. Tre concetti che saranno il leit motiv del mio intervento.
La scrittura della dissonanza. Partiamo dal primo concetto e diciamo subito, innanzitutto, che l'opera di Della Porta "Rosso di sera" e "Diario di minima quiete" sono  meta-poesia, cioè una poesia sul ruolo e sul senso della poesia, un interrogare la poesia su come la poesia stessa a sua volta si interroghi sulle grandi questioni dell'esistenza. "Scrittura" è una delle parole chiave delle due raccolte: parola nobile e terribile, che significava per gli Indoeuropei "graffiare", incidere.E, infatti, la poesia di Fortuna Della Porta si incide a lettere di fuoco nell'anima di chi scrive e di chi legge ( "Poesia, ti inciderò ignuda e violenta" in "Qui i tizzi del crepuscolo"). "Non sarò mai poeta/ -scrive in apertura di "Rosso di sera" - quelli che conosco/ hanno nodi di fuoco/intorno al cuore/ esalano armonia/hanno i sensi incantati/del fanciullo". Lei no, non è così; e la sua scrittura è "dissonante e brutale", dunque - aggiungiamo noi- non è dinamica, ma eccentrica, anomala, ex lege: è una nave che va con la sua chiglia nella tempesta dell'esistere. Fortuna Della Porta insegue la sirena della poesia, mostruosa eppur  ammaliante, sperando di agguantare significati, simboli, metafore. "Acciuffo parole" lei dice: per ritagliarle e dare loro un senso sulle sagome del non senso. La scommessa è, dunque, disegnare parole sulla pagina vuota e riempirla di colori: il rosso della passione, il verde della speranza, il nero della melanconia. "Colori " e, dunque, "vedere": la poesia di Fortuna Della Porta è visionaria nel senso dantesco e leopardiano del termine ("idillio" vuol dire proprio "visione"). E, in questo vedere, i suoi sensi - come capita alle mistiche- sono potenziati:       la luce che ella esalta in "Battesimo la luce che canta" è vista da quello che lei chiama il suo "terzo occhio". Spesso - diciamolo - non c'è bisogno di un mondo nuovo, ma di occhi nuovi per guardare il mondo.
La liminarità tra il Nulla e il Tutto. E il ‘vedere' di Della Porta è il trans-figurare la realtà e sottolineo il prefisso per indicare un ‘passaggio' oltre un limite, un confine, una sogliaper lei esiste un limite oggettivo (Hai sussurrato il mio nome/al di qua della linea d'ombra') ed è un limite soggettivo 8Offro all'infinitp/il limite della mia imperfezione). E il limite per eccellenza è quello tra il nulla e il tutto: Mi siedo in questo limite/ e mi riconosco, scrive nella medesima lirica e grazie a questo limite ‘ F.D.L. afferma il coraggio di ‘ex-sistere' dal Nulla ( ‘Ho penato due vite/prima di osare che sono'). Solo, infatti chi ha il coraggio di guardare il meduseo Nulla può comprendere che esiste il Tutto, solo chi guarda nella voragine infera può sapere che esiste una voragine ‘altra' e speculare: quella dell'infinito superiore (‘Se non fossi stata il Nulla / apparterrei alle Origini/, come infinito) L'infinito di una religione non pacata né olimpica, ma ctonia, sotterranea luminosa. Il suo dio  sospeso nei suoi silenzi, di fronte al caso che inventa le sue tragiche variabili, vede il baratro del Nulla, che egli vuole popolare di creature a loro volta creatrici:'Il mio dio, ella scrive, si è profuso in rugiada / affinché un pittore provasse/ anche lui ad inventare un fiore'. Un deus  absconditus, eppur presente nelle sue epifanie e nelle sue ierofanie (il Sole, l'Acqua e la roccia eterna del Monte, tre simboli del profano che rappresentano il Sacro).
L'Apocalisse come rivelazione e ri-velazione. In tal modo, la realtà superiore si rivela. La ‘rivelazione' è indicata dalla tremenda parola ‘Apocalisse' (da apocalypto=io rivelo): ‘la mia apocalisse è scontata ‘ scive Della Porta. La sua -abbiamo ora scoperto anche questo- è una poesia iniziatica, in quanto passa da ciò che è occulto (le lucreziane ‘occultae res ‘ dell'epigrafe) a ciò che è chiaro, andando oltre il velame della Storia, una storia che -dice F.D.P.- per riprodursi si camuffa e deve essere demistificata nelle sue menzogne e nei suoi errori (‘siamo tutti in errore', in ‘Diario', pag,25), una storia attraversata dalla Morte (‘Oggi la morte / abbandona i campi elisi/ e s'inoltra nella strada..../ Al suo passaggio il mondo/ si ferma a guardare', in ‘Rosso di sera', pag.16. La rivelazione è conoscenza dell'orrore che permea le ossa della realtà (Appartengo al mondo/ di cui incontro la paura e la follia) e trovare la parola scavata nell'abisso (l'epigrafe di J. Rudel recita : Non sa trovar versi chi non usa parole, quelle rivelatrici). Ma ‘rivelare' significa anche ‘ri-velare' , cioè ‘rimettere il velo': ‘Non voglio èpiù vedere/ mi rifiuto/. Si vive bene /dentro un quadro di Chagal/ ci posso anche morire/ se mi pre, dove però il morire è ‘la morte iniziatica, è la morte all'errore' , la ‘morte al male', insomma morire per vivere, per rinascere a una nuova vita, frutto di un a più profonda, più intima, più autentica esistenza. E, proprio sorretta da questa tenera forza, la poetesa ci dischiude un camminamento, impervio come un fiordo, ma luminoso come un sentiero innevato, nel corso del quale apprendiamo che la parola, la scrittura, la preghiera, il grido,  il disperato canto d'amor ci sono compagni in questa tragica e splendida avventura che è la vita.

Giuliana Lucchini B.

Materiale vulcanico in sembianza di stelle e di farfalle che addensino una notte di pace:

tale il tono della plaquette in questione,  42 pagine di poesia densa,  concentrata,   struttura moderna in cui la parola è quasi tutto. Già il titolo prevede un significato di portata duplice.  La quiete è quanto mai precaria e i dettagli delle cose,  minimali, le cose occulte, materiale di mistero,  ingigantiscono di ombre. Parole a rischio,  niente di consolatorio, niente di rassicurante, in questa voce (..La mia voce/....mutila..), a celebrazione dell' I0.  E tace ogni altro fiato.
Canto il me.  Stono l'atletica del me L'energia originaria.  Le mie orecchie Otturate, io nazione del male, Me male tara e vento sono muta...
La voce poetante , fissa al suo pensarsi grido, espone verità coperte di velo.
I sottotitoli sui testi, già versi in sé compiuti, righi alti del pentagramma vocale, alitano di solida corteccia, come d'albero, che respira senza sembrarlo ( qui l'iperuranio scandaglio di rovere).
 Se dice il poeta che si fa lente Misura del gorgo all'etra celeste Mente Per l'alfa e l'omega,  il Verbo è latente...
Per gran parte, ciò che a F.D.P. interessa è appunto lo scandaglio della parola, da spingere oltre, con energia,  in avanti, in profondità.
 Poesia ti rifarò dissonante e brutale Arrovesciata su bacche di sterpi Da terrazze ingommate di brina...
Tuttavia, quando  crediamo di esserci immersi fino al fondo degli abissi, e ritorniamo in superficie, la goccia d'acqua che resta sui polpastrelli impalliditi delle dita non assomiglia più al mare da cui proviene,  scrive con pertinenza  Maeterlinck. Arde di terra un crepuscolo come legna al fuoco.
...Ti inciderò ignuda e violenta, Altera come il giunco alla piena Audace come la chiglia in tormenta Che emerge con escoriazioni dal flutto E' l'oppressione del respiro che volge al freddo Ma pure tra il furore e l'onore:...
qui i tizzi del crepuscolo (titolo)
Vocabolario sciorinato senza economia,  F.D.P. sferza il discorso con la frusta, lo fa saltare a suono di tromba.   Passione aperta,  risentimento sordo.  Più che al dire, è meglio adeguarsi al fare.
Acciuffo parole. Per essere essenza acciuffo parole E uso forbici a doppia lama per ritagliarle sulle sagome. Rabbercio la mia espirazione tra simili e contrari Mi crepita tra le mani un neologismo o un'anticaglia Burattinaio della moltitudine salvifica, soffice Cultore di assonanze e traslati sul filo d'inchiostro Delimitato da un suono...
E intanto nel suo agire prepara  la mensa,  distribuisce sul tavolo le margherite.  "Nil difficile volenti". Ritaglia spazi di libertà fra prigionie quotidiane.
Dalla Libertà passo alla libertà Ove impossibile il di e il da E  per quanto scali la elle Ambito da lacchè. Ma se mi cadranno i capelli La quotidiana decenza Giuro che acquisto un tupé. qui una guerra scoppia di gemme
Come si può vedere, il lessico è danzante. Si parla musicalmente, la battuta in levare. E intanto
Giorni fuggono a vela dietro il vento, Corni del dolore, pane impastato di ferro Compendio del vortice eterno, marana ove urla Dispendio di fiato,.. qui il tacere rimbomba
Come appare, e si è detto chiaramente, si azzardano parole insolite accanto a un ripescaggio di terminologia più antica, per un amore che si estende globale.  Tuttavia, non c'è elegia,  niente paesaggi risaputi.    "E non so affacciarmi al meriggiare",  dice.
Piuttosto, paesaggi d'arte figurativa, visioni d'autore. Da lingue morte, da lingue straniere occhieggiano, con conseguente sottopensiero scrittorio, giganti letterari,  Dante ("Pape Satàn..."), forse  John Donne (prese le dovute distanze)  per certi atteggiamenti di parola "sensuosa",  Dylan Thomas ("And death shall have no dominion") . Si cerca oltre,  e dalla  tradizione,  qualcosa di forte e di diverso - l'alternativa a ciò che non si è avuto, o che non si è dato - che certo  esiste,  la parola perfetta,  più in là, all'orizzonte, uscendo allo scoperto, dal limite visionario che  "al logos mi avviticchia costante".  Parola come luogo, per sostare, per trasferirsi,  ritrovarsi. Così, con i suoi attrezzi,  forbice e martello,  coltello e cucchiaio -  gambe alla maratona - , F.D.P. può illuminare un quadretto di paese  in un tempo passato dove "il mare schiude il suo lume":  un testo a tamburo che echeggia ritmi di Garcia Lorca.     Come  in fotogrammi,  un microcosmo di civiltà, memoria di appartenenza,  per certe inquadrature  riporta al  film di Battiato, "Perduto amor..",  ed esprime quella  musica.
Come quando in terra di limoni Cantavano il corredo le donne Del bruciato deserto del sud E i cani beccavano alla strada Come quando a mela cotogna O pannocchie si mangia nel sud I ragazzi inseguivano il cerchio E battevano le figurine del calcio Precipitosamente abbruniti d'aprile Negli scampoli del deserto del sud Il sole si stanca sul mare del sud L'arsura ha radici negli occhi del sud E mulina la polvere nel deserto del sud
  Le donne cucivano e cantavano
Dietro le proprie sbarre nel deserto del sud I denti di perla  gli occhi di pece Cantavano l'amore le donne del sud Nella ruggine succosa d'arancio Nutrivano sogni le donne del sud
  Volano e imparano i mestieri
Come quando si scorcia la scuola E lo specchio ti scantona nel riflesso del sud Si leva il vento nelle piane del sud Con petali e foglie e vite in ginocchio nel sud
  Come quando ieri alla fine del sud
  Come quando non piove nel deserto del sud Come quando si copre di spine il deserto del sud Come quando la fuga è preclusa dal deserto del sud.
Alla fine, quando tutto è stato posato,  quanto premeva,  in quiete,  bisogna riconoscersi nel volo, prima di sparire,  "stanco uccello crudelissimo, cuore di pietra".
Le illustrazioni di Diana Arton,  che accompagnano la plaquette,  bene si sposano ai versi di F.D.P..  Nella duttilità del colore, Ombre - sensazioni di stati  d'animo inespressi - spiegano linee astratte a una chiusura del dire.

Gianmario Lucini

L'esigenza di cambiare

Fra i libri che da anni ormai ho sul tavolo e che non riesco a leggere, c'è questo Diario di minima quiete.  Alla prima lettura l'ho trovato ostico e quasi scostante, probabilmente perché non sono più abituato a leggere questo tipo di linguaggio e soprattutto (ma questo è un fatto personale) trovo fastidiosa questa moda garzantiana di anteporre ad ogni prima parola di un verso la lettera maiuscola che rende ancora più difficili ed ermetici quei testi che usano una lingua di per sé già complicata da arcaismi, da costruzioni sintattiche particolari se non prese tout court dal latino classico, da omissioni di particelle come le preposizioni semplici e articolate, gli articoli, ecc.  La lingua, insomma, che ho sempre definito come "letteraria" nel senso di alta-a-tutti-i-costi.  Per chiudere l'argomento con una battuta o una facile ironia: c'è una funzione in Word che evita l'inconveniente della correzione automatica, un giorno o l'altro ci scriverò un piccolo trattato, magari illustrato, così farò un servizio a questi scrittori. L'autrice proviene dagli studi classici (è laureata in lettere, e lo si vede) e questa sua raccolta ha tutta l'aria di essere una specie di rivolta avanguardista verso la scrittura minimalista che caratterizza la maggior parte della ricerca poetica contemporanea.  Il verso è dunque molto attentamente costruito, abbondano le composizioni a struttura chiusa come il sonetto, l'ottava, la quartina - c'è però il ripudio della rima, che qua e là occhieggia ma non sembra cercata di proposito, e questa mi sembra una cosa saggia a tutto vantaggio della libertà semantica.  Abbondano i lemmi desueti (per esemplificare, nella prima poesia troviamo: arrovesciata, ingrommate, rabattarsi, infratelli, ignuda) che ovviamente ognuno è libero di usare (peraltro in alcuni casi, come ad esempio nel verso "da terrazze ingrommati di brina", il desueto coincide con l'esatto: credo che questa sia proprio la parola che ci voleva, non così in altri casi, come in "Calma nicchia di vento mi figuro di fuori", dove quell'ungarettiano "mi figuro di fuori" ha un che di manierato. Il filo conduttore della raccolta, annunciato senza esitazioni nella prima poesia, è appunto il fastidio che l'autrice prova per la poesia dei "musicanti / della rima baciata", i "benpensanti", "coloro che si adornano di strati e mantelli / anime troppo leziose a rabattarsi / di sangue e di fango": la poesia minimalista, ci par di capire, la poesia che a parere dell'autrice è decaduta, la poesia senza contenuto, quella non impegnata a proporre una visione del mondo, che non si preoccupa di parlare all'uomo ma parla solo a se stessa. A farla breve, la poesia di Della Porta ha tutto: carattere, musicalità (da vendere, a volte persino carducciana), contenuti, eleganza, cultura, una certa maestria nell'uso del linguaggio, tutto, tant'è che persino il cattivissimo Linguaglossa ne parla bene e con molta competenza nella sua acuta introduzione.  Perché allora non mi prende?  Qui purtroppo è l'estetica, che è sempre soggettiva, a causare la differenza. Trovo che ci siano due punti di personale dissenso verso questa scrittura: il primo è che per varie ragioni (non ultima la fatica nel leggere un linguaggio che viene da altri tempi - e non ne vedo la ragione) questa lingua non riesce a scaldarmi, non mi fa vibrare qualcosa dentro, la sento distaccata, cerebrale, in certi passaggi vatica e perentoria.  La seconda ragione è che anche in questa autrice non si esce dal barocco (non tanto letterario quanto concettuale) e anzi c'è la proposta di ritorno a un barocco ancora più radicale e più pesante di quello del ‘900, che in qualche modo cercava di nascondere con mille trucchi questa sua figliolanza.  Trovo insomma che sia fallita la spinta avanguardistica che anche Linguaglossa avverte nella sua presentazione. Ciò detto, perché se si fa una critica bisogna dire anche i punti di dissenso (almeno quello che non si può tacere per essere fedeli a se stessi) e non soltanto quelli di consenso, bisogna riconoscere anche i meriti di questo lavoro.  Il primo è senza dubbio quello di tentare (almeno qualcuno ha il coraggio di farlo!) una via diversa per la scrittura poetica che torni alla tradizione.  Non importa, in questo caso, se poi lo sviluppo non ci soddisfa: quello che conta è l'aver capito e proporre con forza l'ipotesi che per andare avanti in qualche modo bisogna tornare indietro e riflettere, tentare.  Il secondo punto di apprezzamento è la cura del verso e insieme del linguaggio.  Nonostante la vena sperimentalista infatti, il verso è molto curato, fin troppo a volte (se si può ravvisare un "troppo" laddove la sonorità del verso sembra essere sopra le righe, volare alto anche dove non servirebbe, ecc. - ma qui siamo di nuovo nel terreno insidioso del soggettivo), il linguaggio è attentamente soppesato, analizzato con cura, con rispetto.  Ci sono dunque tante cose da imparare da questa scrittura che vuole (e ci riesce) essere una provocazione e, come tutte le pro-vocazioni chiama a una risposta e una attenta considerazione per i suoi limiti ma anche per gli indubbi pregi.

Giorgio Linguaglossa

La poesia di Fortuna Della Porta si muove in una topografia di rovine, esibendo un plurilinguaggio con l’abilità di un rhetoricoeur, improvvisando paronomasie e anafore, introducendo senso e determinando cortocircuiti tra suono e suono; mima il senso, un senso plausibile ed effimero, scommette sulla analogia e sulla paronomasia.

Domenico Alvino

Insomma, la poesia torna ad essere davvero uni-versale, nel senso che il cosmo intero vi si riversa, con tutti i suoi misteri e meraviglie, le terribilità e gli incanti, le incandescenze e le arsure. Della Porta vi prende i suoi materiali a piene mani e li mette in opera in una sorta di osmosi creativa, che la muta, mentre lei muta il cosmo, e in esso muta anche noi.

Stefano Busellato

 

Ho apprezzato un accento lirico sincero e sorgivo, qualità fra le più rare nell’odierno. Il suo timbro schiettamente femmineo (un sapore bachmanniano ma con fragranze ispaniche), la sua capacità descrittivo-pittorica, il suo procedere aperto, non appartengono alle mie terre. Ma appunto per questo mi sono goduto l’appasseggiarmi nei suoi versi come un’estetica e intima conoscenza del diverso.

Franco Salerno

 

Diciamo subito, innanzitutto, che le opere di Della Porta sono meta-poesia, cioè una poesia sul ruolo e sul senso della poesia, un interrogare la poesia su come la poesia stessa a sua volta si interroghi sulle grandi questioni dell’esistenza. “Scrittura” è una delle parole chiave delle due raccolte: parola nobile e terribile, che significava per gli Indoeuropei “graffiare”, incidere.

Io confesso

Giorgio Bàrberi Squarotti

La poesia alterna un’ironica drammaticità con un’avventurosa scrittura fra il bizzarro e l’eloquenza, una sontuosa narratività (la sezione Languida è bellissima) I versi in dialetto, poi, sono fervidi e straordinariamente inventivi.

Luca Benassi

Un linguaggio sovrabbondante, mai minimalista o quotidiano, barocco, che ricorda certi cortili interni, certi stucchi dei palazzi della Napoli nobile. Se da una parte la scrittura viene posta come elemento di necessità, dall’altra viene messa in dubbio la sua capacità di esplorare la realtà, di uscire da un relativismo determinato e da una crisi soggettiva dell’io lirico.

Giuliana Lucchini

Fra tutte le cose del mondo, il poeta sceglie il suo “io”,  lo scandaglia. Si fa scrutatore di sé.   Egli, il creato, cerca la sua ‘materia e forma’  da dentro , e si chiarifica, se non ad altri, certo a se stesso.   Non vi sono orizzonti, né limiti.
“Quando accoccolo il sangue a scrivere rime / mi colgo rabdomante al mio sentire”. Così F. D.P. pre-mette nel porgere il suo ultimo libro, un attacco verbale già indicatore di uno stile. Nel brillare dei ‘Girasoli’ Lepisma, l’intento poetico si illustra già dalla copertina in un dipinto di Vittorio Corcos: seduta su una panchina accanto ai suoi libri (e con petali e foglie caduti attorno nella luce di primo autunno), una ‘Signora della Tradizione’ impone a chi guarda il ‘suo sguardo’ volitivo, come a dire ‘eccomi, questo altro io sono’.  Le convenzioni vengono ribaltate da un atteggiamento di sfida, nel raggio di un intimo sé che promuove dal profondo l’unicità dell’essere.  E si fa ossimoro la semplicità dell’esporsi, contro la complessità del non visibile.
Accanto al deciduo residuale della poesia tramandata - che ha perduto nel gusto moderno la sempreverdità del suo alloro, la sua atmosfera romantica - la scrittura ha acquisito un muoversi mutevole dietro un pensiero imprendibile, mai chiarito.   Mentre trascina da dentro ciò che trova, consapevole della sua chiusura di comunicazione, non dice che per tagli, a bruciapelo.  Alla luce esteriore espone l’oscurità dei ‘Sogni’ (tale è il titolo della tela).
Un rinnovarsi dell’ormai obsoleto inseguimento dello ‘stream of consciousness’, flusso della coscienza, con epigoni d’avanguardia, ha preso la mente dei poeti di oggi come un’ubriacatura, un’ebbrezza, senza la quale non si è più capaci di sentire.   È rimasta “Solo la testa sul lungo esile collo” (Procellosa, v. 9).
“Si sfaldano i lacerti mentali contro l’inevidenza
Danza alla gravità a decrescere la bonaccia del corpo
Derelitti in suburanio e defluviati sensi.” (‘Inconcreto’ vv.19-21)
“Io confesso”.  Veloce il pensiero, la parola si espande come acqua in cerchi concentrici, si complica, dalla ragnatela dei sensi si diversifica a segmenti.
Fra tutte le cose del mondo, il poeta sceglie il suo ‘io’, lo scandaglia. Si fa scrutatore di sé.   Egli, il creato, cerca la sua ‘materia e forma’ da dentro, e si chiarifica, se non ad altri, certo a se stesso. Non vi sono orizzonti, né limiti.  Acuito il senso della percezione, si dichiara inarrivabile. Dalla matassa magmatica dipana da solo il filo d’uscita del labirinto.
“Scrivo per fare concreta l’attesa
Voglio che sia spessa come una lampada” (‘Incuneata’, vv.1-2)
Forte è il ‘voglio’.
Se quello che il poeta trova dentro di sé sia la soluzione dell’enigma o un abbaglio della lampada, lui non sa.   Cerca, cerca ancora in ciò che seleziona.
“…Poesia senza parole. Piattovuoto vuotocristallo/ Intenzione senza funzione/ Concepisco apoteosi di menteimmagine/ Negazioni microrepellenti/ Marcite/ E dioamanti: parola peregrina.” (‘Dilemma’ vv.2-7).
Per farsi l’immagine che insegue, sega e segmenta la sintassi, s’inventa un lessico personale.  Persegue un sempre pronto spirito di Picasso.  Perché non esiste il momento temporale, né finisce lo spazio nel dominio dell’astratto.
“...immagini capovolte
Il miraggio nell’acqua
Vado vestita di bianco
E una cintura di vie.” (Trasognata, vv. 1-4)
Nel panorama della poesia contemporanea, un generico bisogno d’astratto rischia di farsi frase comune. La parola fluisce in pagine senza senso, voce ammutolita.  “La deformazione prospettica/ Dello specchio ondulato/ Lo specchiarsi del mondo/ E’ la sua nullità” (Necessità, vv. 4-7).
In F.D.P. l’ironia fa da tenuta a guinzaglio della bocca, frena la corsa, soffia a magia sulle articolazioni in moto.  Lei si diverte, inseguita da se stessa.
I versi, non dettati perentoriamente, sono rimessi al gioco del dubbio, sempre in discussione.
“Mastro Geppetto orbicolò gli occhietti
Dal ceppo di un legno
Lazzeruolo” (Mimesi, vv.1-3)
F.D.P. si autocritica scopertamente, con occhio tra scherzoso e spietato:  
“Può darsi che qualcuno mi sbagli poeta/ Su tre anacoluti in croce/ Un neologismo sollevato a Montale/ Un arcaismo necrotizzato/ E però/ Mai ubriaca/ Mai fumata/ - disarmo il resto - / Sbrogliata di mente-cervello/ Consolata dal Numero/”(Ironica,vv. 1-10)
Quando la sua scrittura s’attarda nella calma, trasmette i pregi soporiferi della Natura in cui si riconosce: “Glissa l’estate in ruggine/ Una foglia accartocciata/ Chiude al sole d’agosto un’acquerugiola/ Di progetti incompiuti.  Già sfatto il mare/ Ricama avvisaglie/ Per gli ultimi marinai a cavallo di vaporiere, / Ora che è tempo di ritorni” (‘Nemesi’.  vv. 1-4).
Dalla terza sezione, ‘Languida’, il processo di ripiegamento verso la comunicazione di modello tradizionale porta a un poemetto che è dichiarazione d’amore senza reticenze.  Riscatta tutte le poesie fuggitive.
“Io e te tracciamo la rotta solo per fare qualcosa/ senza guardarci negli occhi: non reggeremmo alla finzione. / Sappiamo dai colori del cielo dell’uragano / che si approssima”.   (“D’amore e di sensi” vv. 114-117).
“Io confesso”, affidato a sette sezioni, più ‘Premessa’ e ‘Congedo’, è un libro denso, di parole e di esistenza.  Può comprendere l’arco di una vita.  Si affida a testi illustratori del titolo (che peraltro investe esplicitamente una sezione intera), con piglio e sincerità.    L’uso del termine dotto, di studio assimilato, “luce vesperale”, si scioglie in verso scattante.  Il parlare quotidiano si accosta a passaggi di lingua straniera.  Una sezione, ‘Vernacola’, scoppiettante di sonorità battagliere, è dedicata a ‘sonetti napoletani’.
Chiude il tutto un testo dedicato alla Parola.  (…Parola, quanto pesi/ e quanto sei leggera… /…come puoi dirmi/ quanto costa un dolore).
Per struttura, articolazione di lessico, stile, “Io confesso” si conforma a una proposta duale, di linguaggio metaforico e di comunicazione lineare:
“E’ lo sceneggiatore che oggi fa fuoco e domani neve” ‘Inconcreto’, v.22)

Gino Rago

Quando il potere spinge l’uomo all’arroganza, la poesia gli ricorda i suoi limiti. Quando il potere restringe il campo dei suoi interessi, la poesia gli ricorda la ricchezza e la diversità della sua esistenza. Quando il potere corrompe, la poesia purifica.
Sulla scia di Gianfranco Ravasi, ho adottato le riflessioni di J. F. Kennedy del 1963, fatte davanti agli studenti dello Ahmerst College, pochi mesi prima di essere assassinato, per entrare nell’aura e nelle motivazioni del volume di liriche Io confesso di Fortuna Della Porta, cogliendone il respiro vasto e la tendenza al superamento dei corti, e spesso meschini, orizzonti quotidiani, mettendo ali all’anima, come nei versi:
Ho affrontato il signore del Tempo
su un arco di meridiano…
E già da questo attacco di Umiliata, Fortuna Della Porta fa quasi una perentoria dichiarazione di poetica e indica i sentieri dove sparpaglia il sangue in tumulto, la carne che rifiuta l’oltraggio delle piaghe, l’offesa delle rughe, muovendo l’ars poetica su forme misurate, ritmi armoniosi e sicuri e immagini ben intonate alla sua misura di donna e di poeta, in un impressionismo autobiografico che nulla concedente né alla retorica della confessione sregolata né alle trappole sfumate del bozzetto.
La poesia di Fortuna Della Porta ingloba in sé i valori dello spirito e della idealità: scava nei recessi oscuri dell’animo umano e rivela -senza risparmio di forze né smarrimenti, ma in un’accettazione montaliana della fragilità del nostro destino terragno incentrato sul male di vivere - i nostri limiti, le nostre miserie, le piccole nostre morti quotidiane, spesso senza riscatti né resurrezioni.
Questa poesia, così, riesce a farsi unguento e resistenza contro la violenza universale, lo sgomento cosmico, la corruzione della coscienza (i mali più crudeli dell’uomo di ogni cielo e d’ogni condizione) perché essa varca i confini della nostra finitudine, sostenuta com’è da un’ansia d’eterno e d’assoluto e forte di quella capacità di mostrare lo stupore che s’alza da ciò che ci sta intorno. Sicché si fa mirabile, nel mistero vasto che ci avvolge, l’essere stesso che ci passa accanto, che incrocia il nostro sguardo di purezza e di libertà verso la prima luce<, quella che, nell’Omeros di Derek Walcott, mette in moto Achille e lo penetra dell’immensità del mare, perché contende alle tenebre sui Carabi lo spazio e il tempo della vita.
Con le otto sezioni che lo compongono, di cui una (Vernacola) in dialetto napoletano, Io confesso si propone come libro composito, complesso, polifonico: libro di verità dell’Io poetante, rapportate –con felice tensione lirica- alle verità del mondo, attraverso un linguaggio poetico asseverante il progetto artistico e morale dell’Autrice.
Con questo serio e appassionato lavoro, Fortuna Della Porta entra dalla porta principale nel Palazzo aureo della grande lirica italiana fatta dalle donne, a partire da Ada Negri e Sibilla Aleramo, agli esordi del Secolo Breve, per giungere al nostro tempo attraverso le voci di Antonia Pozzi e Margherita Guidacci, di Maria Luisa Spaziani e Alda Merini, di Maria Marchesi e Anna Buoninsegni, di Chiara Moimas e Anna Casalino, senza trascurare quella d’una delle più alte intelligenze poetiche d’ogni tempo, Cristina Campo, verso cui la Della Porta mostra notevoli affinità elettive per una comune visione del cosmo e della Storia, entro cui s’asserpa la sorte dell’uomo, del tutto simile a quella del ragno…
Mettendo un piede in fallo, anche il minimo strappo nella ragnatela può essere fatale, benché la poetessa si aggrappi alla potenza rivelatrice della Parola tra spaesamenti e estasi:
Parola, mia Parola,
 tu che sei altro
persino da un fiore
come puoi dirmi
quanto costa un dolore.

Chiara Moimas

“…se non scrivo di poesia non penso. Non mi trovo.” Non possono, certamente, questi pochi versi inseriti nella “Premessa” del libro “Io confesso”, essere l’esplicazione della poetica di Fortuna Della Porta, ma sono, senz’altro, il surrogato della sua indole, del suo pensiero.
Fortuna ci regala fiotti di parole che sgorgano dal suo animo, s’inanellano sulle sue labbra e si configurano in geroglifici che noi, a nostra volta, sorseggiamo e deglutiamo nutrendoci di poesia.
È il ciclo spontaneo e piacevole della fruizione di un bene che è difficilmente quantificabile e che rifugge da ogni tentativo di scientifica catalogazione.
Una domanda da sempre affligge chi di poesia vuole scrivere, chi la poesia intende indagare, chi, ad ogni costo, esige razionalità per poter capire: “Perché si scrive poesia?”.
Fortuna offre una risposta.
Non sarà certo sufficiente a chi pretende spiegazioni a tutti i costi.
Ma a noi che soffriamo quando il vuoto ci penetra, a noi che fatichiamo raggrumando sillabe degnamente incastonate, a noi che proviamo un qualcosa di simile all’orgasmo adolescenziale quando ripercorriamo con la mente il verso che l’anima ci rigurgita nel cervello, a noi che godiamo quando a cullarci è la perfetta melodia dei versi di chi ha saputo, a noi ….
A noi Fortuna ha dato una risposta esauriente.
Nel suo libro ha ritrovato se stessa nei diversi aspetti che compongono l’identità femminile e ce li ha raccontati; ma la ripartizione è puramente grafica perché l’anima non si suddivide.
In ogni sezione temi e motivi si rincorrono; l’ironia, l’umiliazione, la dannazione sono miraggi, sono necessità, l’incomunicabilità è prigione, è tempesta.
Il dilemma, sempre presente, ci riconduce alla poesia

Ilenia Caliendo

Una raccolta eclettica, impastata nella filosofia greca,pervasa dal senso della fine terrena.Un verso duro,preciso,tagliente che non permette una lettura disattenta.Per Fortuna scrivere di versi è necessario come respirare,è il suo modo di aprirsi al mondo e ce lo comunica fin dai primi versi.

Maria Teresa Ciammaruconi

Accostarsi all’universo di D.P.F. significa abbracciare la dismisura, significa salire su un treno veloce che ha fretta di raggiungere i limiti estremi della galassia per rientrare comunque a sferragliare nel cuore di lei eterna protagonista - testimone.

Monica Cito

L’autrice inserisce nel suo lavoro il vortice visivo, fruibile con lo sguardo sul mondo contemplato nel nostro rutilare attorno ad esso dall‟altezza di una giostra, la vita, che avrà la sua interruzione, il suo “Amen”.

Ilaria Dazzi

Lettura consigliata a chi voglia sperimentare una poesia che, audacemente, si compie tra il primo e l’ultimo verso, non ad ogni componimento separatamente: il percorso è irregolare e affascinante, vitale, oltre le forzature retoriche. Perché "poesia" è atto, è pratica, non meno che pensiero, non meno che volontà. Il gioco fra modelli letterari e individualità, non smette mai di privilegiare l’elemento creativo, di ordire uno stupore, anche individuale, purché genuino, spontaneo, - primitivo in un certo senso -: senza schemi, come in una ri-scoperta poetica costante e quotidiana, tra versi e vita, per i versi come preziosa forma di vita.

Gabriele di Giammarino

Poesia complessa, priva di compiacimenti e di armonie tardo-arcaiche, compone, scompone, ricompone gli elementi della realtà in un intelligente ludus verbale, non vincolato alle leggi fisiche dell’universo, animato e inanimato, ma partecipe della divina libertà dello spirito

Alberto Mori

Questa poesia, così, riesce a farsi unguento e resistenza contro la violenza universale, lo sgomento cosmico, la corruzione della coscienza (i mali più crudeli dell’uomo di ogni cielo e d’ogni condizione) perché essa varca i confini della nostra finitudine, sostenuta com’è da un’ansia d’eterno e d’assoluto e forte di quella capacità di mostrare lo stupore che s’alza da ciò che ci sta intorno. Sicché si fa mirabile, nel mistero vasto che ci avvolge, l’essere stesso che ci passa accanto, che incrocia il nostro sguardo di purezza e di libertà verso la prima luce, quella che, nell’Omeros di Derek Walcott, mette in moto Achille e lo penetra dell’immensità del mare, perché contende alle tenebre sui Carabi lo spazio e il tempo della vita.

Domenico Alvino

Scrivo per dire che sono davvero stupefatto. Sembrava che la poesia avesse perso la strada, ed ecco che ora la ritrova, la strada di casa, per così dire, la casa presso noi. Tutto sembra nuovo semplicemente perché è autentico, va a toccare le corde giuste, si accuccia in un angolo dentro di noi e di là le tocca, traendone ciò che esse hanno, e niente altro. Per fare un esempio: da molti anni ci eravamo disaffezionati alle metafore genetivali, che sono diventate assillanti, usate da tutti come passe-par-tout (per intenderci, patacche come "l'oro dei capelli", "la voce del silenzio" e simili). E ora scopriamo con piacere che in Della Porta esse hanno una potenza di scavo tutta nuova, e anche le più ardite sono sempre sostenute da un filo di pensiero chiaramente riconoscibile.
   Anche la poesia d'amore, che per tanto tempo ci ha propinato un diluvio di pallidezze e banalità, eccola ora qui che riprende il suo viso e l'incarnato suo proprio.
   Insomma, la poesia torna ad essere davvero uni-versale, nel senso che il cosmo intero vi si riversa, con tutti i suoi misteri e meraviglie, le terribilità e gli incanti, le incandescenze e le arsure. Della Porta vi prende i suoi materiali a piene mani e li mette in opera in una sorta di osmosi creativa, che la muta, mentre lei muta il cosmo, e in esso muta anche noi.
   Senza esagerazione, direi che questa è una tappa storica importante: da ora in poi, si può tornare a leggere poesia in spiaggia, dal barbiere, in metrò; si può tornare a fare alba leggendo versi, come una volta, quando si leggevano romanzi d'avventura e d'amore, magari a lume di candela, trascinati da un'ora all'altra dagli sviluppi della vicenda e dalla magia delle parole. La lettura di poesia torna ad essere piacevole ed avvincente, anzi torna a rispondere ad un bisogno profondo, ed ho il sospetto che, se Della Porta dovesse smettere, e non ci fosse nessuno in grado di sostituirla, se ne sentirebbe la mancanza.
   Una lode spetta anche a Lepisma, la giovane casa editrice romana, che ci sta dando cose preziose.

Giorgio Linguaglossa

Il mondo della fin de siècle ci appare oggi più remoto del mondo di Shelley e di Leopardi. Perché? Quel mondo ci sembra, ad un tempo, irreale e familiare. Il liberty e il neoclassicismo sono ancora in nuce.
Apparentemente, il mondo sembra immerso nel sonno del tardo Ottocento. L’arte e la letteratura degli anni Novanta del secolo XIX si presentano come un prodotto di scarsa rilevanza rispetto agli inizi del medesimo secolo segnati dalla grande rivoluzione napoleonica.
Similmente, l’arte e la letteratura europea degli anni Novanta del Novecento sembrano segnare il passo di una lenta e inarrestabile crisi della grande cultura novecentesca; in una parola l’arte dell’ultima decade del ‘900 sembra avviluppata in una inarrestabile deriva epigonica delle grandi direttrici della cultura novecentesca. Si appalesa una crisi di identità di una cultura, determinata anche dal dato di fatto della scomparsa del limen, della divisione in due parti dell’Europa, che in qualche modo contribuiva a tenere in vita una certa belligeranza politica, etica ed estetica nello scontro tra due blocchi.
Oggi, noi non possiamo comprendere la crisi della cultura epigonica del minimalismo senza gettare lo sguardo al di là di essa, a quegli sviluppi dell’arte contemporanea che sembrano prefigurare uno sbocco, una via di uscita dall’arte dei minimalia.
Credo che la poesia di Fortuna Della Porta debba essere catalogata in questo quadro problematico, in quelle linee di forza che si dispiegano all’interno del minimalismo, producendone un’implosione tematica e stilistica, e all’esterno di esso una invasione di elementi allotrii quali le istanze morali, esistenziali e le istanze critiche. Il pensiero poetante riceve così una sorta di “inquinamento” e di “impurità”, con la conseguenza che gli esiti poetici vengono contrassegnati da un mix di elementi spuri e allogeni. La poesia contemporanea diventa così il luogo dove si incontra una mixture di prosa e poesia, di poesia e filosofia, poesia e reperti di esistenzialismo. Il luogo della poesia diventa una zona “contaminata” da linee di forze stilistiche eterogenee e contraddittorie. L’esperienza vissuta si incontra con l’esperienza virtuale e gli esiti stilistici si ramificano e si perdono in una rete di altre direzioni di ricerca che restano ancorate saldamente al principio di indeterminazione e al principio di casualità che reggono l’impianto gnoseologico della moderna fisica posteinsteiniana. Nella poesia di F. D. P. le esperienze biografiche si trovano in una zona di diretta contiguità con le esperienze “astratte” còlte come un flash sullo schermo bianco dell’esistenza:
Dal nitore della mia bocca
Nel baccello infinito-assenza
Dal sottomondo incoscienza-mortificanza
Dall’orbo delle ginocchia il gran cimento
Mi sveglierò da morta. Finalmente.
Si tratta del genere di poesia che comunemente viene indicato come poesia-confessione, il titolo del libro è inequivoco. Ma è il trattamento stilistico l’aspetto saliente di questa poesia: la “impoesia” come la definisce l’autrice. Basta scorrere certo verseggiare di Della Porta per accorgersi che il metaforeggiare è sempre condotto in modo sbilenco, trapezoidale, voglio dire che le metafore sono collegate più da una forza repellente che non da un coagulante, ed anche i verbi, apparentemente, congrui alla declinazione delle metafore, in realtà rendono ancora più sghemba la disseminazione delle metafore e, di conseguenza, l’intera composizione risulta scentrata rispetto al proprio baricentro metaforico, così come certi composti verbali, che sono ottimizzati in funzione rafforzativa e aggettante (Per tutto discendere come acqua a smeraldo /Poesia senza parole. Piattovuoto vuotocristallo/intenzione senza funzione/ Concepisco apoteosi dimenteimmagine Negazioni microrepellenti…’), hanno l’effetto di accentuare il carattere di disequilibrio dell’intera struttura poetica.
Come è noto la grande difficoltà di questo genere risiede proprio nella enorme problematicità di costruire un linguaggio idoneo alla “rappresentazione” delle proprie confessioni; come ciascuno sa per proprio conto, una cosa è la confessione davanti al confessore e un’altra è la confessione letteraria, dove un ruolo preponderante viene svolto dal filtro della tradizione e dal filtro della coscienza estetica con la conseguenza che l’autenticità della “confessione” viene quasi sempre diffratta e disseminata.
Nella poesia di Della Porta il linguaggio del quotidiano viene ad essere contaminato da sintagmi “alti” a carattere metaforico-iperbolico, da una sorta di “deformazione prospettica”, come la definisce la stessa autrice: Ha preso in prestito il solfeggio di un utero. Il “Tempus tacendi” (dizione dell’autrice), per essere nominato richiede appunto l’impiego di un sofisticato congegno, per così dire di antiorologeria così preciso da rintoccare i secondi, i minuti e le ore all’incontrario. E così il meccanismo linguistico messo in piedi da Della Porta lo si può definire, con un po’ di approssimazione, una apparecchiatura a carattere logico-scettico dove la funzione gnoseologica centrale viene svolta dal dubbio post-cartesiano, anzi wittgensteiniano, sulla capacità-possibilità che la parola poetica ha di farsi carico della sua funzione denotativo-iconica: E tu parola quanto pesi / e quanto sei leggera/ parola barattata/ torturata/ parola incapace/ che arranchi/ tra me e il mondo/ tra me e il dubbio/scorticata/ messa a nudo. / Inutile/ parola piagata/ dalla responsabilità /delle mie ossessioni /inadeguata/ vituperata/ alla fine taciuta: / parola, mia parola/ tu che sei altro/ persino da un fiore/ come puoi dirmi/ quanto costa un dolore.
Nella misura in cui la poesia di Fortuna Della Porta si emancipa dalla lingua di albacolomba, tende a ricadere sul piano “alto” del finto-sublime attraverso la mediazione di uno stile “contaminato” fondato sulla paratassi, sullo scarto semantico e sull’agglutinazione lessicale. Ed è nella direzione di uno sperimentalismo privato che questa poesia attinge gli esiti migliori come nella serie di “sonetti napoletani” che rivelano una felicissima ispirazione e un linguaggio in dialetto dall’intensa combustione semantica.
Non più ancorata alla solidità della cultura tecnologica dell’experimentum, la poesia di Fortuna Della Porta è così costretta ad accogliere la solitudine stilistica quale legato testamentario di una civiltà letteraria ormai tramontata e non più attingibile.

Chiara Moimas

«Non dormo e ho occhi aperti per te, / guardo fuori, guardo intorno, /com’è gonfia la strada di polvere e vento, /nel viale del ritorno. (V. Capossela, Ovunque Proteggi)»
Sfumature: accennate, percorse, graffiate, sublimate, questa è l’essenza del viaggio di Fortuna, in una confessione sincera e acuta, dinamica e, a tratti, perfino sfuggente, oltre la letteratura, oltre la letterarietà soprattutto.
Io confesso, ultima raccolta poetica dell’autrice (campana d’origine e romana d’adozione), rappresenta realmente un’interessante prova d’autore nel panorama poetico contemporaneo: le otto sezioni (una delle quali dedicata all’esperienza vernacolare), ospitano altrettante prospettive, tutte improntate al labor limae, attraverso ‘escursioni linguistiche’ e giochi vernacolari, al ritmo talora di un tango, una bossanova o di un valzer.
L’essenza del testo non ha un confine circostanziato, non ha una collocazione specifica fra i paragrafi: emerge a più riprese, tra un aggettivo inatteso e un tagliente punto interrogativo, tra un enjambement fulmineo e un sostantivo vitale.
Raccolta raffinata e sfaccettata, intensa, che tenta una costante sinergia tra forma e contenuto, tra attesa e compimento, tra luogo e spazio interiore: oso (ma, credo, con fondato sospetto), che Fortuna cerchi una dimensione ‘dialettica’ tra forma e contenuto, tra lettore e testo, oltre il concetto della poesia come universale, paradigmatica.
Vicina a certe immagini ‘care’ a Kiki Dimula, immediata ‘al gusto’ ma sofisticata per la mente, Io confesso è operazione intessuta, ricercata ma senza esasperazioni, senza violenze, a cui il lettore può partecipare, ma non può, soltanto, assistere; l’interrogativo giunge autorevole a chiedere risposta, a cercare riscontro e a sollecitare la coscienza, l’individualità.
Lettura consigliata a chi voglia sperimentare una poesia che, audacemente, si compie tra il primo e l’ultimo verso, non ad ogni componimento separatamente: il percorso è irregolare e affascinante, vitale, oltre le forzature retoriche. Perché ‘poesia’ è atto, è pratica, non meno che pensiero, non meno che volontà. Il gioco fra modelli letterari e individualità, non smette mai di privilegiare l’elemento creativo,  di  ordire  uno  stupore,  anche  individuale,  purché genuino, spontaneo, -primitivo in un certo senso-: senza schemi, come in una ri-scoperta poetica costante e quotidiana, tra versi e vita, per i versi come preziosa forma di vita.
“…se non scrivo di poesia non penso. Non mi trovo.” Non possono, certamente, questi pochi versi inseriti nella “Premessa” del libro “Io confesso”, essere l’esplicazione della poetica di Fortuna Della Porta, ma sono, senz’altro, il surrogato della sua indole, del suo pensiero. Fortuna ci regala fiotti di parole che sgorgano dal suo animo, s’inanellano sulle sue labbra e si configurano in geroglifici che noi, a nostra volta, sorseggiamo e deglutiamo nutrendoci di poesia. È il ciclo spontaneo e piacevole della fruizione di un bene che è difficilmente quantificabile e che rifugge da ogni tentativo di scientifica catalogazione.
Una domanda da sempre affligge chi di poesia vuole scrivere, chi la poesia intende indagare, chi, ad ogni costo, esige razionalità per poter capire: “Perché si scrive poesia?”.  Fortuna offre una risposta. Non sarà certo sufficiente a chi pretende spiegazioni a tutti i costi. Ma a noi che soffriamo quando il vuoto ci penetra, a noi che fatichiamo raggrumando sillabe degnamente incastonate, a noi che proviamo un qualcosa di simile all’orgasmo adolescenziale quando ripercorriamo con la mente il verso che l’anima ci  rigurgita nel cervello, a noi che godiamo quando a cullarci è la perfetta melodia dei versi di chi ha saputo, a noi …
A noi Fortuna ha dato una risposta esauriente.
Nel suo libro ha ritrovato se stessa nei diversi aspetti che compongono l’identità femminile e ce li ha raccontati; ma la ripartizione è puramente grafica perché l’anima non si suddivide. In ogni sezione temi e motivi si rincorrono; l’ironia, l’umiliazione, la dannazione sono miraggi, sono necessità, l’incomunicabilità è prigione, è tempesta. Il dilemma, sempre presente, ci riconduce alla poesia.

Irene Caliendo

“Io confesso”, ultima fatica della poetessa Fortuna della Porta, edita da Lepisma Roma. Versi eleganti e sfuggenti al tempo stesso, quasi pennellate su una tela vergine che si trasforma in un’opera d’arte. La Vita, quella con la V maiuscola è la protagonista di questi versi. Una raccolta eclettica, impastata nella filosofia greca, pervasa dal senso della fine terrena. Un verso duro, preciso, tagliente che non permette una lettura disattenta. Per
 Fortuna scrivere di versi è necessario come respirare, è il suo modo di aprirsi al mondo e ce lo comunica fin dai primi versi. Suddivise in 7 sezioni, di cui una in vernacolo napoletano, le liriche si snodano come immagini composte di un unico puzzle che è l’esistenza. Fortuna della Porta ha pubblicato con successo altre raccolte poetiche ed altri scritti letterari, finalisti o vincitori di concorsi nazionali. Vive a Roma.

Fausta Genziana Le Piane

Quelli che ci propone Fortuna Della Porta sono versi di alta ispirazione. La silloge si intitola “Io confesso” e già s’intuisce in quale direzione la Poetessa intende indirizzare il suo discorso poetico. Ma attenzione: nessuno slancio di tipo sentimentalistico, solo lucidità e fermezza.
Fortuna riconosce che scrivere di poesia per lei è la vita stessa e non farlo significherebbe perdersi, anzi, per lei vale “scrivo dunque sono; penso, mi trovo”.
Il libro si compone di otto sezioni: Erotica, Moritura, Languida, Ontologica, Io confesso, Vernacola, Avanguardia e Congedo. Tutte le sezioni sono intrise di delicata sensualità che appare costituire l’essenza stessa dell’anima della Poetessa che, rabdomante del suo sentire, nella radice dell’anima appiglia la vena…
Alcuni titoli delle sezioni vanno in questa direzione: Erotica, Languida mostrano appunto languore, carne ruggente, sensi vivi che sanno partecipare della realtà pur faticando a riconoscere i contorni netti della contemporaneità. La Poetessa percepisce ciò che la circonda in una sorta di dormiveglia, di anestesia, di letargo del sonno e di trasognamento, avvolti ora dall’ombra, ora dalla notte complice, mentre vigile è la presenza della Natura: il camaleonte/Nella boccia alata della mia bocca, Nel giglio della mia pupilla fino ad arrivare all’orgasmo del cosmo.
Legato al tema della Natura è quello della morte sulla quale la Poetessa medita a lungo, per esempio nella sezione intitolata “Moritura”, in cui afferma che la Natura accoglie il suo sepolcro (Ode pour l’élection de son sépulcre): Clio…/Accerchiala di tua mano al fico d’india là in cima…
Si ripete continuamente la metafora del bosco, “selva selvaggia aspra e dura” dove è facile perdersi e non ritrovarsi. Simbolo della propria interiorità ricercata e dell’inconscio che desidera risalire dall’abisso delle deformità dell’’io.
La poetessa dichiara apertamente il suo percorso evolutivo: dissociata dalle regole, ribelle, rinata all’alba da un dormiveglia metafisico, se i giorni si perdono, la parola, non-parola s’ammuta e la crisi del linguaggio è inevitabile.
Consapevole delle proprie trasformazioni, del passaggio inesorabile del tempo, del limite della ragione, giunge all’inevitabile denuncia: Non è neppure tempo di arte e di grazia.
Questa silloge costituisce un’ottima ed intensa lettura per i temi trattati e soprattutto per lo stile personalissimo, mai banale e superficiale di Fortuna che ricerca con originalità ricche musicalità e assonanze.

Rosso di sera

Cosimo Campanelli

Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio work in progress, in cui gli scenari dell’infanzia e della giovinezza costituiscono – più e meglio dei luoghi della maturità – un pregnante mondo immaginario. In altre parole, quei primi scenari tendono a farsi altrettanti paesaggi interiori, nei quali la fantasia prende ad abitare con crescente dimestichezza, togliendo ad essi tutto il superfluo.

Salvatore Contessini

…esprime efficacemente una consapevolezza inafferrabile ma percepibile della caducità, uno spaccato d’essere donna che dichiara e rivendica la sua specificità.

Mulinare di mari e di muri

Mario Fresa

Ritratti di poesia

Tutto vortica, ribolle, scortica ed esplode, nell’emblematica testimonianza poetica di Fortuna Della Porta. Ci s’imbatte in una scrittura còlta da una inesausta enigmaticità che sa destare, nel lettore, una costante e irrisolta inquietudine. Il libro Mulinare di mari e di muri (LietoColle, 2008) è un esteso poema gonfio di surreale febbrilità, la cui voce dirompente appare invasa, se non addirittura divorata, da immagini allucinate e sorprendenti, entro le quali si mostra una turbinosa e incontenibile effervescenza che travolge e sconcerta. Con il suo incedere imprevedibile, la poesia di Della Porta si maschera e si ritrae, poggiandosi, con pervicacia, su di una trama fitta di numerose coordinate, spesso tese a produrre una vistosa alternanza di toni giocosi e di inaspettate aperture verso l’imponderabile e il tragico. Il discorso si snoda, così, con un’anfibia indeterminatezza, configurandosi come un instabile universo pervaso da una violenza irridente e da una gioia irrefrenabile e oscura. Un gioco intensissimo, dunque, costituito di impressionanti materiali figurativi ed emotivi e pregno, in ogni istante, di interni sbigottimenti e di pericoli nascosti. La direzione dei versi, allora, si profila nervosamente colma di macerie e di corrosioni, di stupefazioni e di stordimenti, di beffarde scheggiature e di implacabili deflagrazioni.

Salvatore Contessini

Mulinare di mari e di muri… Monito o metafora?

Accolgo la seconda opzione nell’interpretare l’ultima creazione di “Tina” come allegoria di vastità e d’acqua in cui l’elemento originario e primigenio gioca il ruolo della continuità espressiva. Il mare presenta la sua ricorrenza più come dimensione ampia, incommensurabile ma percepibile, che come entità descritta. L’acqua è il cristallo trasparente in cui si altera il mondo fin nei suoi dettami poetici, che pure riferiti a noti maestri, si condensa nei colori e nel significato simbolico del sangue. Ricorre il suo riferimento a quanto di più vitale incarnato, spumeggiando con radicata intensità entro i dotti sotterranei della conoscenza sensitiva. Da subito pulsa ritmico, un sentimento pieno di vita che vuole continuare a vivere anche oltre il limite assegnato.   La rassegnazione esiste in quanto assente, presenza defilata ma aleggiante, polarità di contrasto innominata. “Ho respirato” scrive l’autrice a sigillo di una delle sue poesie, dopo aver espresso la consapevolezza di essere stata un corpo celeste (“rosa”), tranquillamente cometa, e se ne percepisce il passaggio, finanche il ciclo di ritorno. Non è il suo cielo quello dell’esistenza? Tina esprime efficacemente una consapevolezza inafferrabile ma percepibile della caducità, uno spaccato d’essere donna che dichiara e rivendica la sua specificità. C’è un ciclo che ripresenta se stesso; che si mimetizza al sapore della perdizione e alla crudità della consapevolezza, che smaterializza se stesso come vuoto di cui si chiede l’invenzione. “Ho vinto tutti i mari per arrivare/ a questo tramonto di distanze”. In due versi è racchiusa un’esistenza, un’evoluzione di cammino in equilibrio sul tramonto dell’istante che precede il regno della notte. Nella sua e l’altrui sera, vivono sfumature crepuscolari che dichiarano la presenza di pensieri e riflessioni indicibili, scritte come in uno specchio, vogliono essere lette all’incontrario. Ribadisce la sua presenza in un velo di amara consapevolezza, una manifesta citazione del flusso che conduce dalla sorgente al mare, senza mai concedere approdi alla rassegnazione della tristezza. Anzi, permane nei suoi versi una freschezza vitale, propria dell’adolescenza, argine al disfare del tempo, bastione insormontabile dell’inno alla vita anche nei passi in cui sono riconoscibili filosofie leopardiane trasfigurate e ricondotte alle modalità espressive contemporanee. Quella di Fortuna è una visione che tocca nel profondo, un abissale tormento generato dal disagio dello sguardo volto all’indietro, un’assunzione su di sé della prova, indimostrabile, della saggezza. Quella proposta è dunque una metafora anche se, nella seconda metà dei suoi componimenti non vengono meno proposte di carattere sperimentale di uso dei lemmi, né difettano i moniti rivolti alla nostra coscienza sopita, ad uno sguardo che troppo spesso guarda solo avanti in direzione del vuoto e della paura del domani; scampato alla balena e deposto nella sua circumnavigazione.

Giuliana Lucchini

Già nel titolo il libro si presenta con lo stile di indole fiera che la poesia in sé racchiude.

Fra allitterazioni, ossimori, parole di nuovo conio, si dilata interiormente un’idea di scrittura, filosofica secondo Hegel,  che mette in evidenza la forza della contraddizione. Inizio e fine del ‘nominare’. Dialogo e suo contrario, monologo, soliloquio. “I mari sono i miei” - sembra dire -  “l’allargato sfiorire d’acquoreo che il mio corpo dipinge”. "Ed anche i muri lo sono - il punto fermo, le rocce di resistenza che oppongo ai marosi, mentre sobbalza la mia barca e rischio lo scontro e lo sconquasso...”  Rappresentare l’esperienza come fenomeno fonosimbolico è il saettante collage dei paragrafi, versi, strofe, l’esito espressivo della poesia. Mare. Ci nutre l’avventura. Nell’onda della parola è l’incertezza dell’umano fluire, governato dall’ordine del caos. Tanti mari del vivere nell’unico mare del mondo. Tante parole per mettere in evidenza le poche cose essenziali. Tema di morte circola tutto intorno alla vita, ogni giorno ci pressa, vicino, lontano.
“…Sin dal primo vagito ha segnato/ in ogni fibra che la vita è caduca/ e l’ umano respiro plana solo nella morte,…” (pag. 35, vv. 11-14).   In questo caso si tratta di pre-veggenza. Capita non di rado che il poeta si esprima in termini di profezia. La sua sensibilità, di antica possessione, lo avverte di qualcosa di oscuro che aspetta,  che non si distingue ancora. Un presentimento. E’ forse un lutto? Amici e conoscenti hanno problemi. Circola il male del secolo, il rischio nascosto di un mare inquinato. Si gira in tondo  sempre all’argomento. Se poi l’accadimento che ti colpisce (conosci la morte solo quando ti piomba addosso) converte il pre-sentito in fatto,  allora si dice :  - Forse se l’è cercato...   Se l’era chiamato... Appena compiuto il libro, F.D.P. ha perso inaspettatamente sua Madre. Quale diminuzione di sé supera la perdita di questo bene?    Questo libro di poesia si situa in bilico fra il ‘prima’ e il ‘dopo’, diventa in qualche modo segnale autobiografico, che segnerà d’evento la sua vita.
“ Cenere del tempo,/ di me neanche la mano si salva,/ nemmeno uno dei miei capelli.” (pag. 15, vv. 16-18).   Il tono non è di tragedia. Se il male è nell’aria, se il morbo è comune, di cosa stupirsi? Rassegnarsi, no. Spericolato il poeta, osa guardare in faccia perfino la propria morte. Diventa romantico, se ne compiace, quasi se ne innamora.
“Voglio che sia di sera,/ sotto un ponte del Tevere/ con le auto in su e le stelle nell’acqua,/ proprio sulla scena, circondata dai sensi./ Saluterò un gabbiano/ affiderò un pegno a una radice di un platano/ lo firmerò col sangue/ chiedendogli di ricordarsi di me. / Andrò all’appuntamento/ come avessi un amante/ profumata e coi capelli al vento./  Ho preparato il vestito/ la frase del commiato…” (pag. 46, vv. 1-13).   E così l’acqua che ci forma ci ricondurrà nel mare…  La verità del mare è di portata enorme. Per contro la roccia resta impavida.   Tutti lo sanno. Il morire di un congiunto si traduce, in parte, in morte di sé. Almeno per il tempo del lutto mancano spazi e aria.  La rosa muore che ci profumò primavera nel canto.
“ Il cielo è morto/ e non se ne accorge nemmeno./  E’ appassito il prato azzurro/ e vaga carico di nubi.” (pag.17, vv. 1-4).   Ogni rosa che sboccia ha già in sé la propria morte, sappiamo. Ma tu sei viva adesso, hai voce, mano, parola per dire, che sa di gola e di cuore, di cervello, che odora di gambe e di nuoto.
“ Ho vinto tutti i mari per arrivare/ a questo tramonto di distanze./ Nel nulla dei giorni, coi mesi e gli anni/ che  precipitano in avanti,/ riesco a pensare che solo la morte/ tiene il passo dall’inizio alla fine./ Eppure non mi muovo. Non tocco nulla.”  (pag. 19, vv. 1-7).   Estroversa ‘allure’di poesia si espone scontrosa al senso comune.  Avanza e si ritira, come il mare.  La sintassi si appoggia quietamente sul corpo lessicale, senza scarti di curva repentina. E ciò giova a una più immediata comprensione, anche di ciò che è celato. Sebbene meno enigmatici i testi e più dimesso il tono,  meno ludico il passo, meno giochi enigmistici dell’andare, rispetto ai libri precedenti,  in questa plaquette si conservano il piglio del dare e lo slancio del porgersi all’abbraccio: la determinazione d’approccio alla lingua scelta, che caratterizza Fortuna Della Porta come produttrice di scrittura nei generi vari.

Simonetta De Bartolo

La poesia di Fortuna Della Porta trascina da subito il lettore in un "mulinare" di stati d'animo e sensazioni, in cui, però, non si fa fatica a ricomporre i tasselli, sparsi qua e là nelle liriche, del mosaico della sua "filosofia", a cogliere lo smarrimento di fronte al non senso del divenire cosmico, l'amara ma virile accettazione del nostro faticoso "navigare" nel "nulla dei giorni" (Mare nostrum), solitari naufraghi nella tempesta della casualità, privi di sbocchi e di spiragli finalistici, sbattuti contro gli scogli del disincanto, del rimpianto, fra relitti di speranze, di amori, di ritorni imperfetti, di sogni, che, impietoso, il mare marcisce e disintegra. Né la "linea fra - acqua e spiaggia -" (I confini del mare) costituisce speranza di un approdo di salvezza. È linea tra vuoto e vuoto, tra il mare del nulla e il "rumore impudico/ di vuoto o di guasti./ Il frastuono dei vivi" (Rotta cieca), che offende i sensi e l'anima, la barbarie degli impulsi, l'assenza d'innocenza, il dolore. Il mare, nella raccolta poetica di Fortuna Della Porta, intelligentemente introdotta da Gianmario Lucini, diventa metafora del nostro vivere, "luogo" degli eterni interrogativi esistenziali, delle nostre ancestrali paure dell'inconoscibile, della tragicità del nostro essere animali raziocinanti, ma anche immensità cui affidare i nostri più segreti pensieri (come non citare, in merito, la poetessa medievale Maria di Francia!), termine di confronto tra la nostra finitezza e la potenza capricciosa, misteriosa, terrorizzante ed attraente al tempo stesso, di ciò che è infinito. Eppure tra i decisi accenti di pessimismo, nella poesia di Fortuna Della Porta trovano spazio il desiderio del cielo, il desiderio di respirare la storia, il conforto della natura - "Celeste meraviglia è la trappola dei sensi" (Bonaccia) -, i consolanti pensieri della sera, la felicità dell'incanto e dello stupore abissale - "La costa ogni volta s'incrosta di verde/ e intriga tra spini e ricordi" (Mare amaro) -, l'aspirazione ad un'ancestrale perduta libertà, l'obbligo di sognare: un caicco, che indubbiamente richiama alla memoria il phaselus di Catullo, ormai vecchio e stanco sogna le sue avventurose traversate nella bellezza della natura e del mito e nella storia del "greco mar". Ed è proprio di questa contrapposizione che si nutre e si fa bella nei suoi chiaroscuri la poesia di Fortuna Della Porta che controlla guardinga i toni elegiaci ed evita pose e toni melodrammatici, a vantaggio di una modernità di tematiche esistenziali, di essenzialità, rigore e vigore espressivi, di "lemmi solerti e amari/... scavati nella mia carne/ scalpellati sulle fibre nervose con acido cloridrico" (Le acque dell'umanità). E se pure la parola poetica non riesce ad esprimere l'inesprimibile, tuttavia "folgora... dipinge... sgrana... musica le attese di un bimbo" (Acque mute) e se non riesce a "portare" al sollievo i recessi delle pene, diventa carezza, illusione che addolcisce la vita, del poeta in primis. Né la poesia perde di vigore, né s'interrompe il suo filo conduttore, quando, pur indulgendo ad una certa concettualità, si assume il compito dell'impegno civile, di un'accusa, anche di un'autoaccusa, del sonno occidentale dinanzi alle sofferenze estreme del mondo, o quando si fa canto fermo e deciso del valore delle donne "veraci querce [...]" (Mari del mondo), o di Gandhi, di Luther King, di Wangari Maathai, che sognavano e fecero sognare e furono seme di speranza per i diseredati dell'umanità.

Giorgio Linguaglossa

La poesia di Fortuna Della Porta si muove in una topografia di rovine, esibendo un plurilinguaggio con l'abilità  di un rhetoricoeur, improvvisando paronomasie e anafore, introducendo senso e determinando cortocircuiti tra suono e suono; mima il senso, un senso plausibile ed effimero, scommette sulla analogia e sulla paronomasia. Risparmia. Economizza i frustoli, i ritagli, i resti, gli scarti della vocabologia e dell'iconologia di un'intera cultura novecentesca. Gioca con paragrammi ed ipogrammi, con i ritorni e le partenze, non prova terrore del vuoto che si apre tra gli spezzoni, i frantumi, i lessemi, le sillabe e i fonemi. Ma che cos'è il vuoto? «das Ding», la Cosa, o la nostalgia della Cosa, non produce nella poesia di Della Porta alcuna nostalgia del Vuoto o del Pieno di una virtuale lingua delle origini. Avviene, anzi, il contrario: con le risorse di cui dispone, questa poesia produce, o almeno prova a produrre, senso. Le risorse linguistiche di cui si ciba sono i minerali già estratti e sperimentati; ma dopo le sperimentazioni, dopo le avanguardie, si può, coscienziosamente, rovistare nelle scorie, nelle sintassi ed anche nelle distassi combuste, nei resti dispari per utilizzarli nella "nuova" economia della composizione, che non sono più quelle dello spreco e dello sperpero, del boom di significati-significanti. Siamo alla melancholia di ogni avanguardia. Oggi può esistere soltanto una avanguardia "privata" sembra dirci questa poesia, un «mulinare di mari e di muri», perché «Le cose si stagliano a noi come pagine vuote» ed «anche gli amori si ossidano come una moneta non spesa», «Il mare è denso e scuro per ospitare i pesci». Non si tratta, dunque, di risalire ad un archetipo originario ma di collocarsi dentro le coordinate di una temporalità estraniantesi, di una geografia senza naufragi e senza mappe, tra un «porto sepolto» e un «mare nostrum». La poesia di Della Porta cerca allora di orientarsi fra gli smottamenti, i deragliamenti delle parole, le deviazioni accidentali del viaggio, le crepe del ritorno («Nessun ritorno è perfetto:/ forse anche laggiù ormai la terra è scabra», convinta com'è che è la condizione post-moderna che determina la mancanza di stile, e non il contrario. Con queste premesse, la poesia dellaportiana si incammina verso uno stile-nonstile come dato di partenza della propria procedura interrogante, quasi che un elogio del discorsivo sia il migliore antidoto alla follia imperante delle merci linguistiche. Qua e là tracimano, nel tessuto stilistico di questa poesia, lacerti della rammemorazione, della nostalgia ancora non acquietantesi: «getterò le arance rosse della tenacia»; «le guance del tramonto»; incisi cognitivi e gnomici: «Questo ho imparato dal mio tacere:/ le solitudini sono tutte ferme come il marmo/ e non si trova una frase a descrivere l'inesprimibile./ Non servono le sillabe, bastano/ gli emboli del cuore nella mia e nella tua sera/ gettandoci la rete come pescatori/ abdicati al silenzio come pesci». Dopo l'apparizione fulminea del Diario di minima quiete nel 2005 e del poemetto di circa mille versi apparso sul n. 28/29 di "Poiesis" del 2004 dal titolo Canto Primo e Io confesso del 2006, quest'ultima opera segna la conferma delle qualità letterarie di Fortuna Della Porta.

Antonio Spagnuolo

Sembra voler confondersi il mare con l'io narrante, in uno scorrere di versi dalla equilibrata dimensione del dirsi, tutto teso ad un racconto che sia poesia, musica, messaggio, amalgama fisica e spirituale insieme, e infine severo risveglio della metafora. "Le cose poi si fermano come una lettera d'amore / dimenticata in un libro di ricordi sbiaditi..." Ritrovare un diario ove la presenza di una realtà quasi dimenticata diventa storia non più sbiadita dal tempo, ma ricchezza di inesauribili note musicali che si avviluppano alle immagini e alle presenze. Una suggestiva partecipazione alle "acque dell'umanità" sembra penetrare tra versi che raccontano una strana parabola, un sogno che avrebbe potuto inseguire con la sua fascinazione Gandhi, Luter King, Waangari Maathai, per proporre al mondo una utopica democrazia. "Mi spinge la necessità. Mi sceglie / una breve incauta parola poetica, / fieramente sgusciata dalla rotaie dei suoni, / che folgora a ponente la piastra del sole, / dipinge l'incavo al plenilunio, / sgrana una margherita, / musica le attese di un bimbo che anela al futuro..." L'attrazione del comporre si esalta in una partecipazione al ritmo, che si fa testimone di segreti o di azioni, dove tutto ciò che si ascolta riesce a carpire l'essenza delle cose ed il turbamento, affiorando in flash-back e spiragli di soliloqui che indugiano e contemporaneamente arricchiscono la sospensione del dettato. C'è una precisazione, ma c'è anche una inquietudine provata nel ricordo o nelle figurazioni che rappresentano ricchezza e varietà di meditazioni, tra malinconia e nuovo senso di allegria, tra la variabilità delle metafore ed una alchemica illusione di presenza/assenza. Linguaggio registrato contraddistinto da una voce a volte monologante a volte rimbalzata nel brusio insistente della limpidezza.

Alberto Mori

Quando si osservano le correnti marine si cercano i fiumi: vigori e colori diversi delle acque e direzioni dove sguardi consoni oppure dissonanti trovano composizione nella veduta, oppure la striatura di percorsi infinitamente dissolventi. Già Lucrezio nel De Rerum Naturae descriveva con perizia i movimenti geofisici delle acque e come gli uomini siano immersioni provvisorie di questi grandi cieli acquei. Quando invece F.D.P. dilata il verso in una sorta di amniocentesi naturale del corpo, si realizza che anche il vuoto è la nostra mancanza che crea: Solitudine e affanno superfluiscono al discorso. Il mondo morirà della mia morte afferma la poetessa. La separazione esiziale del nostro corpo soffre e si allontana dalla fusionalità della madre Gaia ed allora è meglio concedersi un divincolo parziale: Una semilibertà fra il tutto incessante/sparente e la nostra breve parvenza. Per questo Mulinare di Mari e di Muri cerca un periplo esistenziale nella lettura del mondo e dell’elemento marino con la forza contemporanea della navigazione e dell’incaglio. Alla fine non chiede nulla. Solo una domanda restituita.

Gianmario Lucini

Possiamo sottolineare il carattere solitario di questa raccolta.  Nessuno, infatti, parla mai della morte o, se capita, leggiamo accenti sempre estremi: velare la morte è una costante della nostra civiltà occidentale, un fatto del quale si deve tacere o se proprio se ne parla bisogna farlo con accenti estremi (anche perché la nostra civiltà è quella della morte estrema, insensata e insensatamente violenta).  Fortuna Della Porta invece ne parla come un fatto della vita, senza cesure, senza drammi, senza estremismi, servendosi anche dell’archetipo accogliente e insieme misterioso del mare (che è anche un archetipo della vita).

I. Mugnaini

Tra il fiato e i fiordalisi, l'istinto dell'esistenza e la ricerca di tutto ciò che, per valenze simboliche e allegoriche o tramite la capacità evocativa immediata di un profumo, trasporta in una dimensione altra, lontano dalla contingenza della realtà "concreta". Tra questi due estremi, con un'impronta individuale e ben definita, si muove e spazia la poesia di Fortuna Della Porta, poetessa e organizzatrice di incontri e dialoghi che ruotono attorno al pianeta poesia, a Roma e non solo. C'è, nei versi dell'autrice, il gusto serio e divertito, profondo senza mai risultare pedante o artificioso, dell'invenzione e della "variazione sul tema", per dirla con termini musicali. Alterna versi brevi e lunghi, metafore piane e accostamenti estremi, acrobatici, mai per il gusto della scena, ma piuttosto per dare forma di parole e di suono ad un'esuberanza che è ricerca di senso e di quel significato ulteriore che si trova, a volte, nella magia arcana delle cose, in quello spazio tra sogno e veglia, comprensione e meraviglia. L'autrice è conscia che è vano il progetto di dar misura al tempo: "Torna all'indietro la vita:/ l'orologio è sfinito" e "troppi sono gli opercoli che sfilacciano il passato". Ma altrettanto bene sa che restano l'istinto e volontà, la scommessa dell'uomo che dirige il suo passo verso una direzione, una meta, un sogno di parole, immagini, ricordi e miti più veri del vero, "tutta la vita della Terra/ e la vista pur sempre fervida/ sui gigli amici, ancora un giorno roridi di polline"

Cristina Contilli

In questa sua ultima raccolta la poetessa affronta il tema dell’esistenza attraverso la metafora del mare, come lasciano intuire i versi del prologo che recitano: “Mare dalle lunghe ombre / mi affretto. / Sciolgo i piedi e la piena / quieto del mio respiro. (…) Abbraccio i fiati altrui / gli animali e le costellazioni / e le pietre che servirono / a lastricare un passo e poi subito l’ultimo.”
Coerentemente con questa scelta le poesie del volume hanno titoli come “Bonaccia”, “Mare nostrum”, “Naufragi”, “Le acque dell’umanità”, “I confini del mare”, ma si incontrano anche titoli che si richiamano ad opere letterarie, come “Porto sepolto” (lirica che riprende il titolo di una raccolta di Ungaretti) e “Moby Dick” (la lirica che chiude la raccolta e che si richiama al famoso romanzo di Melville).
Nell’introduzione al volume Gianmario Lucini individua tuttavia altri temi che si intrecciano con quello dell’esistenza come “viaggio per mare” e rileva che:” Il mare viene quasi antropomorfizzato e l’Io poetico finisce col con-fondersi, anche fisicamente, con il mare stesso, in una sorta di continui rimandi, quasi una fusione o una con-fusione che ruota intorno a domande anch’esse cangianti, inafferrabili, inesprimibili. Il risultato è come una sospensione, un sogno da svegli. Una specie di altro-mondo, dal quale il mondo vero, che peraltro si affaccia in pochissime occasioni, viene violentemente estromesso (in Rotta cieca ad esempio) o stigmatizzato. È un mondo vuoto, sguaiato, incapace di ispirare senso. Restano le lunghe ombre della sera della vita, nella loro dura inconsistenza, che paiono alterare la percezione stessa, in una sorta di bizzarra deformazione del reale, avvertita nella dimensione spirituale e anche in quella sensoriale.”
 

Antonio Coppola

Pochi sono i poeti che hanno padronanza di linguaggio, spessore nel sintagma, nitore del verso: Della Porta in Mulinare ha trovato un verso orizzontale, simmetrico, espanso e talvolta precipitante in sghimbesce manovre di nessi e incastri. Ha portato i fasti del mare in un inquietante diapason di memorie e miti, di sortilegi, di sponsali, sempre mantenendo la rotta e non scambiando le parole per coltelli taglienti: Ho vinto tutti i mari per approdare/ a questo tramonto di distanze; ha fatto della parola un grillo parlante: …lontana da esse, mi crescono/ tra i labbri le medesime rughe e le paure/ che tremano tremano nelle tue pose rudi. (Mare nostrum). Della Porta più e meglio del calabrese poeta Calabrò ha cantato il mare con accenti di una bellezza inusitata in un frastagliato ed ellittico sogno.
Questa poesia irriducibile e ampliata può toccare ogni latitudine, ogni misura e non ripiega mai in abbacinate schermate che riprendono idoli e intimismi di luccichii oramai fuori di obiettivo snervanti e anchilosati.
La duttilità del linguaggio che è poi classico mostra come Della Porta avverte una realtà sua e mostra la realtà della storia attraverso un occhio stupefacente e romantico.

La sonnolenza delle cose

Giorgio Linguaglossa

Libro che segna la maturità della poetessa di adozione romana, felice anche nel titolo, nelle immagini del tonfo e del sonno dei candidi volti di marmo della copertina che richiamano, per anamnesi, l'heideggeriano «oblio dell'essere» e il tramonto come trionfo (e caducità)  del «mondo del si». Oltrepassare l'epoca della metafisica per Fortuna Della Porta non consiste nella celebrazione e nel rimpianto della fine dei fondamenti e le rovine del senso (come presso gli elegiaci), quanto nell'albergare in mezzo a queste rovine, questi frammenti (filamentosi) intesi quali occasioni per una liberazione della condizione umana libera dagli dèi e dalla imposizione delle strutture perentorie dell'essere («Gli dei sono fuggiti dal mondo /e nessuno insegue gli dei»). Adesso, è chiaro lo svolgimento: il discorso portato avanti dalla poetessa romana, fin dal Diario di minima quiete (LietoColle, 2005), passando per le stazioni intermedie di Io confesso (Lepisma, 2006) e Mulinare di mari e di muri (LietoColle, 2008) consisteva nel dare voce all'epicedio di un mondo di visibilia e di minuterie quotidiane per andare oltre il quotidiano e la cronaca del quotidiano («La mia maturità / -arduo dirla vecchiaia - / oramai disfatta / in un campo di stoppie / ha solo paletti per sostenere / ancora un giorno»), dare voce ai miti per andare oltre i miti (verso il nuovo quotidiano letto attraverso quei miti), è qui il momento più alto del libro, nelle  poesie «Icaro», «Minotauro», «Cassandra», eppure in quella libera  e metaironica affabulazione che risponde al titolo di «Principio», a mezzo tra discorso introduttorio e definitorio delle cose «prime» (una sorta di discorso intorno alle cose prime) del nostro universo, con tanto di diorama del Principio biblico e fantasmagoria delle cose «ultime» le quali, in fin dei conti, siamo il «noi» (il post-moderno) della contemporaneità. Il complesso discorso metaironico e conviviale di Fortuna Della Porta si snoda così in un piacevole «parlato» che si dirama in un delta linguistico attraverso le frattaglie e le minuterie, i risvolti della cronaca e i richiami al tempo mitico, il tutto emulsionato e agitato all'interno della clessidra della contemporaneità.
Due sono gli schemi possibili: 1) quello di chi attende che il «senso» si sveli, e allora la scrittura diventa il ricettacolo, la preparazione della rete entro la quale (la scrittura - quel senso) dovrà impigliarsi; 2) di chi invece considera la scrittura come un esperienziare le esperienze di ciò che è possibile esperire, lasciando al di fuori del proprio demanio il non esperibile (il wittgensteiniano non dicibile). La scrittura della poetessa romana procede così per contaminazione e commistione, immersione-emersione nelle (e dalle) faglie del «parlato», adottando ed ereditando di questo il calco mimetico, con tutto ciò che di irregolare e di transitorio ne consegue, il balzello che un tale procedere necessariamente comporta.

Marco Scalabrino

A pieni voti superati gli esami di facciata (seducente, in copertina, l’immagine del mitico Endimione in drappo rosso che, addormentato, attende la visita della Luna), penetriamo senza indugi la sostanza del volume, che consta di circa centodieci pagine e di sedici testi.
Lucio Zinna, con l’acutezza che gli riconosciamo, in prefazione scrive che la sonnolenza delle cose appare intesa a misurarsi con i grandi temi della poesia di ogni epoca e latitudine. E soggiunge: “Delle cose la poetessa mira a percepire le essenze. E mira soprattutto a cogliere il senso di noi stessi. Comprendere chi siamo è l’obiettivo. E la poesia, in cui il significante si pone ad substantiam acti, si fa sentiero a tale ricerca, secondo i parametri che la poetessa chiama “le vie dell’anima.” Colpisce, in Fortuna Della Porta, il modo di risolvere liricamente argomentazioni e narrazioni, in un variegato, spesso inconsueto gioco di metafore. Immagini della realtà di ogni giorno sono investite da bordate surreali trasfigurandole e facendole apparire come in sospensione. In un singolare capovolgimento dell’asse, non è il soggetto a vedere scorrere il tempo, ma è questo che, impietoso nella sua acredine, “guarda passare” quegli. Dalla contemporaneità giunge l’istanza di una attualizzazione di mitologie bibliche, greco-romane, orientali: l’Eden, Icaro, il Minotauro, Cassandra.” Giorgio Linguaglossa, nella sua recensione del libro, osserva: “Il complesso discorso metaironico e conviviale di Fortuna Della Porta si snoda in un piacevole “parlato” che si dirama in un delta linguistico attraverso le frattaglie e le miniature, i risvolti della cronaca e i richiami al tempo mitico, il tutto emulsionato e agitato all’interno della clessidra della contemporaneità. La scrittura procede per contaminazione e commistione, immersione-emersione nelle (e dalle) faglie del “parlato”, adottando ed ereditando di questo il calco mimetico, con tutto ciò che di irregolare e di transitorio ne consegue.” E Ivano Mugnaini, dal canto suo, soppesa: “C’è il gusto serio e divertito, profondo senza mai risultare pedante o artificioso, dell’invenzione e della variazione sul tema. Alterna versi brevi e lunghi, metafore piane e accostamenti estremi, acrobatici, mai per il gusto della scena, ma piuttosto per dare forma di parole e di suono ad una esuberanza che è ricerca di quel significato ulteriore che si trova nella magia arcana delle cose, in quello spazio fra sonno e veglia, comprensione e meraviglia.”
Per darvi riscontro della bontà delle affermazioni degli illustri letterati appena evocati, andiamo a ricercare ed estrarre dal testo, invitandovi magari a scovarli in seno ad esso, taluni degli esiti maggiormente felici per formulazione, per estro inventivo, per suggestione: il tempo: / giorni / che stramazzano; la falce della notte … procede a ritroso, / col nero ai fianchi / che infittisce in continuazione; il sogno è l’interregno / che … tarda a calare sui gesti / che non vorrebbero concludersi mai; le stazioni … dividono il pianto, / separano dita intrecciate. / Talora rubano un soldato; l’autunno delle giunture / ha il medesimo passo ferroso / della luce che si accorcia; È l’ago / delle cose avute e date, / attimi o anni di cristallo o di sale, / a cucire l’abito da viaggio; Prima di morire, almeno capire … il significato di me così inutile e cieca / ostinata al respiro; Doppia: / come l’albero / culla e bara, / il fuoco, insieme, / rosso e nero; soprattutto il poeta / veglia sul mondo; la parola del poeta diffonde, talora commuove, / ma di rado è lega dura / da spezzare le catene e convertire; Icaro si libra negli aghi del sole che lo perderanno.
Fascinosi, altresì, certi passaggi onirici: scalza / su un deserto pulito come uno spillo / sto per raggiungere / in questa notte fatata / ogni accampamento, / col lungo viaggio del cammelliere ... la sera muore ignorandosi … e la mia ovatta … ha peripli cremisi, occhi di bistro / ove la conduce la fantasia.
Tra le architetture messe in campo, poi, da Fortuna Della Porta, fa capolino un argot italiano-francese, che sfoggia espressioni e termini quali: hors du temps, au cheval, rien!, déjeuneur, l’homme m’a vue, sous la rue étrangère, s’il vous plaît, je braille.
Ma la poesia di Fortuna Della Porta dispiega altri contenuti e corrispondenti altre soluzioni che vale la pena di vagliare, al fine di appurarne l’ampio spettro delle realizzazioni.
Ne segnaliamo, qui, alcuni su questioni di natura personale, sentimentale e sociale, sottolineando che non necessariamente l’io poetico e l’io autobiografico debbono coincidere: un amante segnò su di me / il suo piacere / ripetutamente / come una vittoria o un diritto. / Non domandò: io piansi. / Mi fece scorrere sulla nuca cera bollente; d’improvviso un frullo / nella mia testa avanza / che lascio a sgranare / il tempo acre che in solitudine / mi guarda passare; ancora oggi / sottomessa / al peso dell’incerto / al pessimismo della ragione / alla finitudine; di Cettina e Maria mi coglie un rimpianto tardivo / in punta di penna / ma non so immaginarle se non segnate da rovinose maternità / e mani consunte dalle asperità del dovere; l’umanità negletta o sfruttata / possiede solo quelle spine, / ha scarpe di cartone / per vedersela con gli scogli / e di solito si abbevera di acqua salata; che si dica / clochard, homeless, barbone / si parla di fughe; riprendere la strada / almeno / per portare in salvo / la fame di un bambino.
Accanto a tali avanzate esecuzioni sono parimenti presenti, nel segno viceversa della tradizione letteraria, filastrocche, cantilene, scioglilingua, con rimbalzi di rime, di assonanze, di omofonie, con le quali si cerca, giusto nella apparente lievità, di ottenere l’attenzione dell’altro, di veicolare il proprio messaggio, di attrarre il lettore sul terreno di argomenti nondimeno estremamente seri: erba-caverna / caverna-magenta / magenta-lucente / magma e semente; dolcetti scherzetti fumetti … labia visi rifatti / bigotti nel pozzo dei matti / botox per rughe di ratti … e abiti per mondi di fiaba / in vendita un tot la pelle / nella terra delle cose belle … Pizie pizzi pazzi pizze / banchetta chi è sazio / digiuna chi ha fame / in terra a furor di reclame. / Nella Casa del Parapiglia / si ciarla a tutta briglia / dietro viene chi arranca / e ciurli chi me ne striglia.
Una speciale menzione meritano due testi, entrambi assai belli: il primo dedicato ad Ana Politkovskaja (peraltro laureatasi con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva), la giornalista russa assassinata nel 2006 nota per il suo impegno in favore dei diritti civili; il secondo ad Assunta Finiguerra, una tra le autrici dialettali italiane più amate dell’ultimo decennio, scomparsa nel 2009. I testi meriterebbero ambedue di essere riprodotti per intero; valgano tuttavia per essi, solo a mo’ di esempio, dei concisi rispettivi stralci: Anna dimostrò … che un cencio di denuncia / aiuta ad asciugare una piaga … ma neanche una volta / un fucile uccide la verità e l’onore; Certe bocche parlano col fuoco. / Hanno nella parola braci / nella penna lume di torcia / nel cuore / il giuramento indissolubile all’incendio dell’arte / asservito all’umiltà. / A tale fuoco si struggono i poeti.
Quattro testi dell’opera sono preceduti da una iscrizione. Eccone degli scampoli: “Per quanto tu possa andare, viaggiatore delle sette lune, delle sette tuniche, delle sette fiasche di lacrime … neanche … canuto e il piede carico d’anni … neanche allora giungerai ai confini della terra”. Campeggia il rimando al numero sette, cifra che ha una spiccata accezione simbolica; tra il sacro e il profano, alludiamo solo: ai peccati capitali, ai veli della danza di Salomè, alle meraviglie del mondo antico, ai giorni della settimana, alle vite di un gatto, agli anni di studio “matto e disperatissimo” di Giacomo Leopardi, ai nani di Biancaneve, alle note musicali, eccetera eccetera; “La morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c’è e quando essa sopravviene noi non siamo più”. Epicuro libera così l’uomo dalla paura della morte; “Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh! Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei”. Questa iscrizione sovrasta il tempio dell’oracolo di Delfi, l’oracolo più importante di tutto il mondo greco, il cui santuario era chiamato “ombelico del mondo”; “I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo” è una asserzione di Aldous Leonard Huxley, scrittore britannico, 1894 – 1963 (il 22 Novembre, lo stesso giorno in cui morì John F. Kennedy), famoso per i suoi romanzi di fantascienza, da molti reputato “il padre spirituale” del movimento hippie.
Sembrerebbero adombrarsi, specie da queste ultime notazioni, degli intenti pedagogici nella produzione della Nostra. Probabilmente, sì, in parte essi vi sono. Ma lo spirito vero, profondo, non crediamo sia quello di prevaricare il lettore, di calare dall’alto un monito perché questi ne tragga pedissequamente una lezione, di far scivolare fra le righe la sua mission; prevale piuttosto il sano proposito di trasferire al lettore quelle esperienze, unicamente perché questi possa compiutamente e liberamente meditare su di esse.
Raffinata accumulazione di esiti, accurata scelta lessicale, ampio potenziale semantico, elevato spessore lirico: una sorta di rincorrersi di immagini, alla quale non è estranea la propensione filosofica dell’Autrice, che vanno a comporre il puzzle screziato della nostra esistenza.
Sonnolenza è, per definizione, lo “stato di torpore provocato da bisogno e voglia di dormire”; per estensione, lo “stato di inerzia, di torpore spirituale, di inattività.” E, cioè, la svogliatezza, la pigrizia, l’abbandono.
E allora, per quanto sopra esposto, il titolo, siamo convinti, è da intendersi quale una bella e buona provocazione, che mira giusto ad ottenere l’effetto contrario alla sonnolenza e si ricollega dunque direttamente alle fondamenta del suo pensiero, ovvero al riscatto dell’arte, a quel prossimo Rinascimento che, lei agogna, verrà.

Gino Rago

La letteratura, in generale, la poesia, in particolare, sono davvero un continuo viaggio fra “scrittura diurna” e “scrittura notturna”, (riprendendo un’idea cara a Claudio Magris), in cui l’autore tende a ripetere ciò che sussurrano o gridano i suoi “demoni” palpitanti al fondo del suo cuore, ancorché suggeriscano perfino parole pronte a smentire valori e dèi presenti nella voce diurna del poeta.
Ogni poeta ha il suo alfabeto, asserisce Fortuna Della Porta nel magnifico Le vie dell’anima, uno dei migliori componimenti della sua recentissima raccolta poetica, offerta come un dono ai suoi fedelissimi lettori col titolo La sonnolenza delle cose,per i tipi e sotto le cure LietoColle, a suggellare oramai una lunga fedeltà a una poesia come luogo insostituibile, ineludibile di elaborazione di strumenti interpretativi della presenza dell’uomo nel mondo.
Nasce un fiore nel cosmo e la chiamano terra…così Della Porta in Principio, in cui sfatta dal tempo, reca nel sangue la sua genealogia, quasi a proporre una poesia capace di guardare osservare, declinare il suo stesso dolore, svelando la luce rappresa nelle cose:
Mi preparo dal primo vagito, / quando il dolce fiato mi cadde /di schianto sulla pietra della terra / imparai l’arte del commiato (Tregua pag. 71), è lo sguardo che tocca il proprio apice nel puro evento anche quotidiano dal quale si alza la metafora sulla pietà di sé, nel desiderio di parlarne.
Poesia moderna ma dal respiro antico questa di F.D.P. che si è fatta avara anche di punteggiatura, come se fosse superflua, superata, persino inutile a catturare il suono della vita sempre più imprendibile e sfuggente.
Cassandra è maledetta. Erba strinata e livide occhiaie/ abitano il mio castigo. / Nessuno mi intende.
Un monologo drammatico nel quale la poetessa ausculta la psiche, ma nella speranza ardente di coglierne il ritmo, il rimbombo, la musica da ri-proporre al logos per farsi parola, chiara e diretta. Un dardo d’oro nell’occhio dell’uomo.

Vincenzo D'Alessio

Nella collana “Aretusa”, delle edizioni LietoColle, è stata inserita e pubblicata la raccolta di poesie di Fortuna Della Porta, salernitana, che vive a Roma, dal titolo: ”La sonnolenza delle cose”. Una potente trasposizione, mito-filosofica, in versi. Più di cento pagine pregne di riferimenti ai miti greci e latini e a fonti ancora più antiche. La poetica è densa di una maturità che conforta il lettore agguerrito: “ (…) La mia maturità / (arduo dirla vecchiaia) / oramai disfatta / in un campo di stoppie / ha solo paletti per sostenere / ancora un giorno.” (pag.53) Tutta la raccolta, compresa tra poemetti e stanze, è un inno solenne alla Poesia, alla forza che da essa si leva nel corso del Tempo, per reggere i sogni dei poeti e indicare il cammino a chi: ” (…) allo sconcerto della controra / coltivo in lacrime / un refolo di mutua pietà / per i fantasmi compagni del viaggio / mentre la lingua dissipa il vaniloquio/ che si alza e sorvola aria incontrastata. “ (pag.28) La valenza del poeta, quale partecipe di un ordine cosmico grazie alla poesia, viene assunta e dimostrata nei versi della Nostra, quasi come fossero sentenze emesse da una bocca votata all’incomprensibile ditirambo dionisiaco: ”Ogni poeta ha il suo alfabeto. / Chi nasce a sud, nella bisaccia desertica, / e si chiama, poniamo, Tuareg / cerca sotto l’aridità della crepa / il flusso dell’acqua.” (pag.47.) Questi versi sono soltanto una parte delle tante “sentenze” declamate in versi per tracciare i punti geopoetici che ogni autrice/autore porta nella propria scrittura. Gli stessi versi, a volte colmi di una musicalità ancestrale, quasi da ninna nanna, sono il viatico per il lettore che si sobbarca la lettura del viaggio nella vita, e nella poesia, della poetessa. Bene scrive Lucio Zinna, nelle pagine che precedono la raccolta che stiamo leggendo: ” (…) Il viaggio può considerarsi, in ampio ventaglio metaforico, nucleo tematico basilare della raccolta.” Tantissimi sono i richiami al lettore per rivedere, in se stessi, i mutamenti del pensiero e delle forme che hanno le cose intorno a noi. Cose apparentemente silenziose, chiuse in una sorta di attesa, che aspettano di essere “scoperte” dagli occhi affamati della nuova umanità che legge. Una sorta di viatico, indispensabile, per abbracciare generazioni e tempi, che altrimenti resterebbero nascosti nella cenere delle menti che si spengono, quasi si bruciasse una intera libreria di testi unici: ”A rovescio ti canto, fuoco. / Non fuoco di pane e di chiaro / non l’incipit, ma la cenere. “ (pag.52) Come dai versi di Omero, gli archeologi, cercarono le rovine della famosa Troia, così la poetessa Della Porta ci racconta, commensali di un convito immortale, la sete della parola poetica.” … Mi persuade di nuovo, in salvo dalla nebbia, / che, sul far del giorno, il sole / con una gemma mi indorerà i capelli / e un insetto- una farfalla? – con anima e presagi, / riparerà soffiando allo squarcio della morte.” (pag.50) E in questi versi, ispirati alle “Vie dell’anima”, compare l’invito di Trimalcione ai suoi commensali, la ”larva argentea”: ”Ergo vivamus, dum licet esse bene.” (Satiricon, 34) Quante voci, come un coro, compaiono e riparano nella nostra mente. Quel ditirambo comprende anche noi, sospinti dalla lettura dei versi della Nostra, che ci trasportano in un mondo ancestrale e attuale: mondi volutamente contrapposti, per generare la lezione che il grande Vico inaugurò nella sua “Scienza Nuova”. La parte che a noi più aggrada è nei versi che designano l’identità, tutta umana, della voce che narra: “ (…) Ma tra le pieghe porto / il grembo di mia madre / il tortino di fragole / dell’unica nonna / infilata ricurva / nelle increspature / degli occhi verdi azzurri / le piume del chiacchiericcio / per la tregua sul seno suo/ posata.” (pag.51) Nel personale, cantato dalla Nostra poetessa, ravvisiamo tutto il calore della poesia meridionale, colma di calore umano, sempre pronta a condividere e donare, una poesia densa, della trasfigurazione, che fa del poeta la voce sempre nuova da ascoltare: ” (…) Sono altra da ogni cosa / che comincia. / Sono una fine. / Sono l’urlo dell’amore / che non mi ha voluta / -come mi avrebbe colmata!- / mentre osservo da una finestra / il tempo che insiste a portarsi via / il mio ultimo tempo./ (pag.23.) Versi personali che divengono universali. Accanto ai miti, alle voci bibliche, alle assonanze, metafore, enjambement, anafore, c’è una serrata ironia che produce, in chi legge, l’apprezzamento per la poetessa, per i temi scelti e le opportunità offerte alla mente di scardinare quei “mostri” che ci accecano, portando via, così, la violenza che la società attuale degli uomini conosce. I versi compresi nel poemetto “Disparità”, incluso nella presente raccolta, sono carichi della lezione dei contemporanei, come il grande Pierpaolo Pasolini (Trasumanar e organizzar, delle Pagine corsare); di Montale della “terra dei limoni”, o della bella poesia intrisa di fuoco meridionale, il dialetto lucano, della ricordata poetessa Assunta Finiguerra (scomparsa nel 2009). Il sud, “bruciato deserto” è parte integrante della poetica di Fortuna Della Porta. Voce antica e porto sepolto: ” (…) Come quando a mela cotogna / o pannocchie si mangia nel sud / I ragazzi inseguivano il cerchio / e battevano le figurine del calcio/ (pag.99) e poco prima, nella stessa stanza, i versi: ”Come quando in terra di limoni / cantavano il corredo le donne / del bruciato deserto del sud/ (pag.98.) C’è attenzione verso i giovani: sia nel ricordo della giovane vita di Icaro, sia nei versi del (monologo) a pag.87: ” (…) Ma tutta la mia città si arrende come Tèreo / sta cedendo alla folgore i passi dei giovani, / i grembi delle gestanti, le mani delle madri che sanano. /” Tutta la raccolta vibra di una filosofia che vuole superare quel doloroso “velo di Maya”, per fluire nella concordia poetica, ricordata dall’epigrafe posta all’interno di questa raccolta, richiamando l’iscrizione sul tempio dell’oracolo di Delfi: ”Ti avverto, chiunque tu sia. / Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, / se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi / non potrai trovarlo nemmeno fuori. / (pag.31) Dov’è, dunque, "la sonnolenza delle cose”, che dovrebbe rappresentare una umanità che non si accorge, assopita dal troppo benessere, dell’accadere delle “cose” nella universalità del mondo presente? Noi l’abbiamo cercata nell’anabasi dei versi, in questa raccolta dalla struggente forza femminile e l’abbiamo condivisa.

Antonio Spagnuolo

L'imperscrutabilità dell'essere è il nucleo tematico delle raccolte poetiche di Fortuna Della Porta, con la mente subito caleidoscopicamente bloccata, la penna immediatamente reticente. La fatica di tentare l'inesprimibile è vana: non rivela che un criptico vuoto, un negarsi delle cose mentre l'autrice prosegue ostinata, nel frattempo domandandosi come la poesia possa esprimere le grandi questioni dell'uomo.
Scrive: "La sonnolenza delle cose/ colpisce stanotte/ l'arsura del patio/ e lassù la luna sinuosa/ non regge lo scirocco/ Dietro la casa colline calve/ come seni avvizziti/ da che il tempo è girato/e scruta inviolabile/ l'enigma/ delle cose indolenti/ e il silenzio." Le stagioni illuminano una pacata meditazione, quasi registro delle malinconie e delle improvvise tregue, che stillano dai ripetitivi agguati del quotidiano. Non dispiace una leggera riservatezza che funge da filo ininterrotto nello scorcio della capacità di osservare tra memoria e narrazione.

Vincenzo D’Alessio

Nella collana “Aretusa”, delle edizioni LietoColle, è stata inserita, e pubblicata, la raccolta di poesie di Fortuna Della Porta, salernitana, che vive a Roma, dal titolo: “La sonnolenza delle cose”. Una potente trasposizione, mito-filosofica, in versi. Più di cento pagine pregne di riferimenti ai miti greci e latini, e a fonti ancora più antiche. La poetica è densa di una maturità che conforta il lettore agguerrito: “(…) La mia maturità / (arduo dirla vecchiaia) / oramai disfatta / in un campo di stoppie / ha solo paletti per sostenere / ancora un giorno.” (pag.53) E, dall’altra faccia della lettura, non bastano i versi deliranti e profetici della poetessa a far sì che:” (…) Ma il diavolo è innocente / e solo una parola / non scalda.” (pag.101)
  Tutta la raccolta, compresa tra poemetti e stanze, è un inno solenne alla Poesia, alla forza che da essa si leva, nel corso del Tempo, per reggere i sogni dei poeti e indicare il cammino a chi:”(…) allo sconcerto della controra / coltivo in lacrime / un refolo di mutua pietà / per i fantasmi compagni del viaggio / mentre la lingua dissipa il vaniloquio/ che s’alza e sorvola aria incontrastata.”(pag.28) La valenza del poeta, quale partecipe di un ordine cosmico grazie alla poesia, viene assunta e dimostrata nei versi della Nostra, quasi come fossero sentenze emesse da una bocca votata all’incomprensibile ditirambo dionisiaco: ”Ogni poeta ha il suo alfabeto. / Chi nasce a sud, nella bisaccia desertica, / e si chiama, poniamo, Tuareg / cerca sotto l’aridità della crepa / il flusso dell’acqua.” (pag.47)
  Questi versi sono soltanto una parte delle tante “sentenze” declamate in versi per tracciare i punti geopoetici che ogni autrice/autore porta nella propria scrittura. Gli stessi versi, a volte colmi di una musicalità ancestrale, quasi da ninna nanna, sono il viatico per il lettore che si sobbarca la lettura del viaggio nella vita, e nella poesia, della poetessa. Bene scrive Lucio Zinna, nelle pagine che precedono la raccolta che stiamo leggendo, a tal proposito:”(…) Il viaggio può considerarsi, in ampio ventaglio metaforico, nucleo tematico basilare della raccolta.” Tantissimi sono i richiami al lettore per rivedere, in se stessi, i mutamenti del pensiero e delle forme che hanno le cose intorno a noi. Cose apparentemente silenziose, chiuse in una sorta di attesa, che aspettano di essere “scoperte” dagli occhi affamati della nuova umanità che legge.
  Una sorta di viatico, indispensabile, per abbracciare generazioni e tempi, che altrimenti resterebbero nascosti nella cenere delle menti che si spengono, quasi si bruciasse una intera libreria di testi unici: ”A rovescio ti canto, fuoco. / Non fuoco di pane e di chiaro / non l’incipit, ma la cenere.”(pag.52) Come dai versi di Omero, gli archeologi , cercarono le rovine della famosa Troia, così la poetessa Della Porta ci racconta , commensali di un convito immortale, la sete della parola poetica.”(…) Mi persuade di nuovo, in salvo dalla nebbia, / che, sul far del giorno, il sole / con una gemma mi indorerà i capelli / e un insetto- una farfalla? – con anima e presagi, / riparerà soffiando allo squarcio della morte.”(pag.50) E in questi versi, ispirati alle “Vie dell’anima”, compare l’invito di Trimalcione ai suoi commensali, la ”larva argentea”: ”Ergo vivamus, dum licet esse bene.”(Satiricon,34)
  Quante voci, come un coro, compaiono e riparano nella nostra mente. Quel ditirambo comprende anche noi, sospinti dalla lettura dei versi della Nostra, che ci trasportano in un mondo ancestrale e attuale: mondi volutamente contrapposti, per generare la lezione che il grande Vico inaugurò nella sua “Scienza Nuova”.
  La parte che a noi più  aggrada è nei versi che designano l’identità, tutta umana, della voce che narra: “(…) Ma tra le pieghe porto / il grembo di mia madre / il tortino di fragole / dell’unica nonna / infilata ricurva / nelle increspature / degli occhi verdi azzurri / le piume del chiacchiericcio / per la tregua sul seno suo/ posata.”(pag.51) Nel personale, cantato dalla Nostra poetessa, ravvisiamo tutto il calore della poesia meridionale, colma di calore umano, sempre pronta a condividere e donare, una poesia densa, della trasfigurazione, che fa del poeta la voce sempre nuova da ascoltare: ”(…) Sono altra da ogni cosa / che comincia. / Sono una fine. / Sono l’urlo dell’amore / che non mi ha voluta / -come mi avrebbe colmata! - / mentre osservo da una finestra / il tempo che insiste a portarsi via / il mio ultimo tempo. /(pag.23)
 Versi personali che divengono universali. Accanto ai miti, alle voci bibliche, alle assonanze, metafore, enjambement, anafore, c’è una serrata ironia che produce, in chi legge, l’apprezzamento per la poetessa, per i temi scelti e le opportunità offerte alla mente di scardinare quei “mostri” che ci accecano, portando via, così, la violenza che la società attuale degli uomini conosce. I versi compresi nel poemetto “Disparità”, incluso nella presente raccolta, sono carichi della lezione dei contemporanei, come il grande Pierpaolo Pasolini (Trasumanar e organizzar, delle Pagine corsare) ; di Montale della “terra dei limoni”, o della bella poesia  intrisa di fuoco meridionale, il dialetto lucano, della ricordata poetessa Assunta Finiguerra (scomparsa nel 2009). Il sud, “bruciato deserto” è parte integrante della poetica di Fortuna della Porta. Voce antica e porto sepolto:” (…) Come quando a mela cotogna / o pannocchie si mangia nel sud / I ragazzi inseguivano il cerchio / e battevano le figurine del calcio/ (pag.99) e poco prima, nella stessa stanza, i versi:
” Come quando in terra di limoni / cantavano il corredo le donne / del bruciato deserto del sud/(pag.98)
 C’è attenzione verso i giovani: sia nel ricordo della giovane vita di Icaro, sia nei versi del (monologo) a pag.87:”(…) Ma tutta la mia città si arrende come Tèreo / sta cedendo alla folgore i passi dei giovani, /  i grembi delle gestanti, le mani delle madri che sanano./” Tutta la raccolta vibra di una filosofia che vuole superare quel doloroso “velo di Maya”, per fluire nella concordia poetica , ricordata dall’epigrafe posta all’interno di questa raccolta, richiamando l’iscrizione sul tempio dell’oracolo di Delfi: ”Ti avverto, chiunque tu sia. / Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, / se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi / non potrai trovarlo nemmeno fuori. /(pag.31)
  Dov’è, dunque,” la sonnolenza delle cose”, che dovrebbe rappresentare una umanità che non si accorge, assopita dal troppo benessere, dell’accadere delle “cose” nella universalità del mondo presente?
  Noi l’abbiamo cercata nell’anabasi dei versi, in questa raccolta dalla struggente forza femminile; e l’abbiamo condivisa.

Marco Scalabrino

 

Nata a Nocera Inferiore (SA) e romana di adozione, Fortuna Della Porta ama definirsi cittadina del mondo. Laureata in Lettere, con assidue incursioni nella filosofia, è stata per alcuni anni insegnante. Scrittore, poeta e critico letterario, crede fermamente nel riscatto dell’uomo attraverso l’arte e confida in un venturo Rinascimento. Infaticabile, suoi articoli e saggi compaiono con regolarità sui maggiori periodici sia cartacei che on line, presidente dell’Associazione Culturale “Le Mele-Grane” con sede a Roma, è alla sua quinta pubblicazione in poesia.
Ciò detto, attese la qualità del lavoro e l’amabilità della persona, la circostanza che ce la rende particolarmente cara e per la quale con immenso piacere oggi la presentiamo è che lei ha abitato, tra il 1987 e il 1990, nella nostra città, a Trapani, e che tuttora, per sua esplicita ammissione, continua a “portarsi dentro le indicibili bellezze dell’Isola.”
Rosso di sera del 2003, Diario di minima quiete del 2005, Io confesso del 2006, Mulinare di mare e di muri del 2008 sono nell’ordine le sue precedenti pubblicazioni. Ad essi bisogna aggiungere, per la prosa: Scacco al re del 2006, una pièce teatrale, nonché Ritratti del 2007, e Labirinti del 2008, racconti.
Rosso di sera, asserisce Monica Cito, è “un diario intimo scandito sul ritmo di un anno. Ci imbattiamo in un verso talora brusco, spesso inatteso, attento a scrutare la realtà nelle sue ingiustizie e disuguaglianze, partecipe degli esclusi e delle contraddizioni del mondo contemporaneo, ma anche curioso di ogni forma creata e tenace ascoltatore delle irrisolte domande dell’umanità”; in Diario di minima quiete, sostiene Giuliana Lucchini, “si azzardano parole insolite accanto a un ripescaggio di terminologia più antica. Non c’è elegia, niente passaggi risaputi; piuttosto, passaggi d’arte figurativa, visioni d’autore. Occhieggiano Dante, forse John Donne, Dylan Thomas. Si cerca qualcosa di forte e di diverso che esiste: la parola perfetta”; quanto a Io confesso, rileva Gino Rago, “la poesia di Fortuna Della Porta scava nei recessi oscuri dell’animo umano e rivela – in un’accettazione montaliana della fragilità del nostro destino – i nostri limiti, le nostre miserie, le piccole nostre morti quotidiane, spesso senza riscatti né resurrezioni. Riesce, così, a farsi unguento e resistenza contro la violenza universale, lo sgomento cosmico, la corruzione della coscienza”; “L’essere, il suo destino e in mezzo la metafora del mare come rappresentazione di una dimensione spazio temporale ineffabile, del troppo vasto per essere compreso ma che tuttavia vene intuito come destino ultimo che ci assorbe e in lui ci discioglie. In questo modo – assevera Gianmario Lucini a proposito di Mulinare di mare e di muri – il mare viene quasi antropomorfizzato e l’io poetico finisce col con-fondersi, anche fisicamente, con il mare stesso, in una sorta di continui rimandi, quasi una fusione che ruota intorno a domande anch’esse cangianti. Il risultato è una specie di altro mondo; un mondo vuoto, sguaiato … una sorta di bizzarra deformazione del reale, avvertita nella dimensione spirituale e anche in quella sensoriale.”
Tra le altre numerosissime testimonianze sull’opera di Fortuna Della Porta riportiamo: Luca Benassi: “Un linguaggio sovrabbondante, mai minimalista o quotidiano. Se da una parte la scrittura viene posta come elemento di necessità, dall’altra viene messa in dubbio la sua capacità di esplorare la realtà, di uscire da un relativismo determinato e da una crisi soggettiva dell’io lirico”; Maria Teresa Ciammaruconi: “Accostarsi all’universo di Fortuna Della Porta significa abbracciare la dismisura, significa salire su un treno veloce che ha fretta di raggiungere i limiti estremi della galassia per rientrare comunque a sferragliare nel cuore di lei eterna protagonista-testimone”; Ilaria Dazzi: “Non smette mai di privilegiare l’elemento creativo, di ordire uno stupore … in una ri-scoperta poetica costante”; Franco Salerno: “Una meta-poesia, cioè poesia sul ruolo e sul senso della poesia, un interrogare la poesia su come la poesia stessa a sua volta si interroghi sulle grandi questioni dell’esistenza.”
Paola Lucarini preferisce soffermarsi sui racconti: “Si attende con ansia la fine, l’epilogo che giunge fulmineo e sorprendente. L’esistenza si gioca sul piano della assoluta precarietà. La nostra progettualità personale di vita, organizzata spesso con cura meticolosa, per un quid dell’imponderabile deraglia e assume un aspetto a volte drammatico o addirittura mostruoso da noi non più controllabile”; mentre sui Ritratti registriamo: sono “racconti in buona scrittura, coinvolgenti, ben definiti dove l’ironia, il reale e il surreale si tengono per mano in un unico grande affresco dell’umanità. Caso e razionalità sono sempre in primo piano e la fisionomia dei personaggi, spesso deformi di segreti e psicologie estreme, si perde in un girare a vuoto nel proprio mondo. Il finale conduce sempre a un altrove, paradossale, impensabile, mai atteso.”
Tratteggiatene, per sommi capi, la figura e le precedenti opere, affrontiamo, dunque, la sonnolenza delle cose.
La copertina, il peso della carta, il carattere, le sue stesse dimensioni sono il viatico di un libro. Quanto più ne condividiamo tali esteriori elementi, quanto più il volume ci piroetta agile tra le mani, quanto più gli occhi ne risultano appagati, tanto più ci accosteremo ad esso di buon grado. A pieni voti superati gli esami di facciata (seducente, in copertina, l’immagine del mitico Endimione in drappo rosso che, addormentato, attende la visita della Luna) e i filtri circa la gradevolezza fisica, accingiamoci a penetrare la sostanza del volume, che consta di circa centodieci pagine e di sedici testi.
Centodieci pagine per sedici titoli: Poemetto di colore scuro, Tra cielo e terra, Le vie dell’anima, Ad Ana Politkovskaja, Ad Assunta Finiguerra che mi chiamò amica, A Giuliana Lucchini, Dal mio scrittoio, Malferma, Tregua, Principio, Il mito (Icaro), Minotauro, Donne di meraviglie (Cassandra), Monologo, Disparità, Commiato … si comprende all’istante che i componimenti non sono, per così dire, di breve respiro. In verità bisogna considerare che quattro di essi sono preceduti da una iscrizione, di cui diremo nel prosieguo, quasi a volerne anticipare la materia e di fatto sono, come talvolta già nel titolo dichiarato, dei veri e propri poemetti: Poemetto di colore scuro, Tra cielo e terra, Le vie dell’anima, Disparità; per contro: Ad Ana Politkovskaja, Ad Assunta Finiguerra che mi chiamò amica, A Giuliana Lucchini, Tregua, hanno più contenuta estensione.
Lucio Zinna, con l’acutezza che gli riconosciamo, in prefazione scrive che la sonnolenza delle cose appare intesa a misurarsi con i grandi temi della poesia di ogni epoca e latitudine. E soggiunge: “Delle cose la poetessa mira a percepire le essenze. E mira soprattutto a cogliere il senso di noi stessi. Comprendere chi siamo è l’obiettivo. E la poesia, in cui il significante si pone ad substantiam acti, si fa sentiero a tale ricerca, secondo i parametri che la poetessa chiama “le vie dell’anima.” Colpisce, in Fortuna Della Porta, il modo di risolvere liricamente argomentazioni e narrazioni, in un variegato, spesso inconsueto gioco di metafore. Immagini della realtà di ogni giorno sono investite da bordate surreali trasfigurandole e facendole apparire come in sospensione. In un singolare capovolgimento dell’asse, non è il soggetto a vedere scorrere il tempo, ma è questo che, impietoso nella sua acredine, “guarda passare” quegli. Dalla contemporaneità giunge l’istanza di una attualizzazione di mitologie bibliche, greco-romane, orientali: l’Eden, Icaro, il Minotauro, Cassandra.”
Giorgio Linguaglossa, nella sua recensione del libro, osserva: “Il complesso discorso metaironico e conviviale di Fortuna Della Porta si snoda in un piacevole “parlato” che si dirama in un delta linguistico attraverso le frattaglie e le miniature, i risvolti della cronaca e i richiami al tempo mitico, il tutto emulsionato e agitato all’interno della clessidra della contemporaneità. La scrittura procede per contaminazione e commistione, immersione-emersione nelle (e dalle) faglie del “parlato”, adottando ed ereditando di questo il calco mimetico, con tutto ciò che di irregolare e di transitorio ne consegue.” E Ivano Mugnaini, dal canto suo, soppesa: “C’è il gusto serio e divertito, profondo senza mai risultare pedante o artificioso, dell’invenzione e della variazione sul tema. Alterna versi brevi e lunghi, metafore piane e accostamenti estremi, acrobatici, mai per il gusto della scena, ma piuttosto per dare forma di parole e di suono ad una esuberanza che è ricerca di quel significato ulteriore che si trova nella magia arcana delle cose, in quello spazio fra sonno e veglia, comprensione e meraviglia.”
Per darvi riscontro della bontà delle affermazioni degli illustri letterati appena evocati, andiamo a ricercare ed estrarre dal testo, invitandovi magari a scovarli in seno ad esso, taluni degli esiti maggiormente felici per formulazione, per estro inventivo, per suggestione: il tempo: / giorni / che stramazzano; la falce della notte … procede a ritroso, / col nero ai fianchi / che infittisce in continuazione; il sogno è l’interregno / che … tarda a calare sui gesti / che non vorrebbero concludersi mai; le stazioni … dividono il pianto, / separano dita intrecciate. / Talora rubano un soldato; l’autunno delle giunture / ha il medesimo passo ferroso / della luce che si accorcia; È l’ago / delle cose avute e date, / attimi o anni di cristallo o di sale, / a cucire l’abito da viaggio; Prima di morire, almeno capire … il significato di me così inutile e cieca / ostinata al respiro; Doppia: / come l’albero / culla e bara, / il fuoco, insieme, / rosso e nero; soprattutto il poeta / veglia sul mondo; la parola del poeta diffonde, talora commuove, / ma di rado è lega dura / da spezzare le catene e convertire; Icaro si libra negli aghi del sole che lo perderanno.
Fascinosi, altresì, certi passaggi onirici: scalza / su un deserto pulito come uno spillo / sto per raggiungere / in questa notte fatata / ogni accampamento, / col lungo viaggio del cammelliere ... la sera muore ignorandosi … e la mia ovatta … ha peripli cremisi, occhi di bistro / ove la conduce la fantasia.
Tra le architetture messe in campo, poi, da Fortuna Della Porta, fa capolino un argot italiano-francese, che sfoggia espressioni e termini quali: hors du temps, au cheval, rien!, déjeuneur, l’homme m’a vue, sous la rue étrangère, s’il vous plaît, je braille.
Ma la poesia di Fortuna Della Porta dispiega altri contenuti e corrispondenti altre soluzioni che vale la pena di vagliare, al fine di appurarne l’ampio spettro delle realizzazioni.
Ne segnaliamo, qui, alcuni su questioni di natura personale, sentimentale e sociale, sottolineando che non necessariamente l’io poetico e l’io autobiografico debbono coincidere: un amante segnò su di me / il suo piacere / ripetutamente / come una vittoria o un diritto. / Non domandò: io piansi. / Mi fece scorrere sulla nuca cera bollente; d’improvviso un frullo / nella mia testa avanza / che lascio a sgranare / il tempo acre che in solitudine / mi guarda passare; ancora oggi / sottomessa / al peso dell’incerto / al pessimismo della ragione / alla finitudine; di Cettina e Maria mi coglie un rimpianto tardivo / in punta di penna / ma non so immaginarle se non segnate da rovinose maternità / e mani consunte dalle asperità del dovere; l’umanità negletta o sfruttata / possiede solo quelle spine, / ha scarpe di cartone / per vedersela con gli scogli / e di solito si abbevera di acqua salata; che si dica / clochard, homeless, barbone / si parla di fughe; riprendere la strada / almeno / per portare in salvo / la fame di un bambino.
Accanto a tali avanzate esecuzioni sono parimenti presenti, nel segno viceversa della tradizione letteraria, filastrocche, cantilene, scioglilingua, con rimbalzi di rime, di assonanze, di omofonie, con le quali si cerca, giusto nella apparente lievità, di ottenere l’attenzione dell’altro, di veicolare il proprio messaggio, di attrarre il lettore sul terreno di argomenti nondimeno estremamente seri:
erba-caverna / caverna-magenta / magenta-lucente / magma e semente; dolcetti scherzetti fumetti … labia visi rifatti / bigotti nel pozzo dei matti / botox per rughe di ratti … e abiti per mondi di fiaba / in vendita un tot la pelle / nella terra delle cose belle … Pizie pizzi pazzi pizze / banchetta chi è sazio / digiuna chi ha fame / in terra a furor di reclame. / Nella Casa del Parapiglia / si ciarla a tutta briglia / dietro viene chi arranca / e ciurli chi me ne striglia.
Una speciale menzione meritano due testi, entrambi assai belli: il primo dedicato ad Ana Politkovskaja (peraltro laureatasi con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva), la giornalista russa assassinata nel 2006 nota per il suo impegno in favore dei diritti civili; il secondo ad Assunta Finiguerra, una tra le autrici dialettali italiane più amate dell’ultimo decennio, scomparsa nel 2009. I testi meriterebbero ambedue di essere riprodotti per intero; valgano tuttavia per essi, solo a mo’ di esempio, dei concisi rispettivi stralci: Anna dimostrò … che un cencio di denuncia / aiuta ad asciugare una piaga … ma neanche una volta / un fucile uccide la verità e l’onore; Certe bocche parlano col fuoco. / Hanno nella parola braci / nella penna lume di torcia / nel cuore / il giuramento indissolubile all’incendio dell’arte / asservito all’umiltà. / A tale fuoco si struggono i poeti.
Si è fatto cenno dianzi a delle iscrizioni. Ebbene eccone degli scampoli: “Per quanto tu possa andare, viaggiatore delle sette lune, delle sette tuniche, delle sette fiasche di lacrime … neanche … canuto e il piede carico d’anni … neanche allora giungerai ai confini della terra”. Campeggia il rimando al numero sette, cifra che ha una spiccata accezione simbolica; tra il sacro e il profano, alludiamo solo: ai peccati capitali, ai veli della danza di Salomè, alle meraviglie del mondo antico, ai giorni della settimana, alle vite di un gatto, agli anni di studio “matto e disperatissimo” di Giacomo Leopardi, ai nani di Biancaneve, alle note musicali, eccetera eccetera; “La morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c’è e quando essa sopravviene noi non siamo più”. Epicuro libera così l’uomo dalla paura della morte; “Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh! Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei”. Questa iscrizione sovrasta il tempio dell’oracolo di Delfi, l’oracolo più importante di tutto il mondo greco, il cui santuario era chiamato “ombelico del mondo”; “I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo” è una asserzione di Aldous Leonard Huxley, scrittore britannico, 1894 – 1963 (il 22 novembre, lo stesso giorno in cui morì John F. Kennedy), famoso per i suoi romanzi di fantascienza, da molti reputato “il padre spirituale” del movimento hippie.
Sembrerebbero adombrarsi, specie da queste ultime notazioni, degli intenti pedagogici nella produzione della Nostra. Probabilmente, sì, in parte essi vi sono. Ma lo spirito vero, profondo, non crediamo sia quello di prevaricare il lettore, di calare dall’alto un monito perché questi ne tragga pedissequamente una lezione, di far scivolare fra le righe la sua mission; prevale piuttosto il sano proposito di trasferire al lettore quelle esperienze, unicamente perché questi possa compiutamente e liberamente meditare su di esse.
Raffinata accumulazione di esiti, accurata scelta lessicale, ampio potenziale semantico, elevato spessore lirico: una sorta di rincorrersi di immagini, alla quale non è estranea la propensione filosofica dell’Autrice, che vanno a comporre il puzzle screziato della nostra esistenza.
Sonnolenza è, per definizione, lo “stato di torpore provocato da bisogno e voglia di dormire”; per estensione, lo “stato di inerzia, di torpore spirituale, di inattività.” E, cioè, la svogliatezza, la pigrizia, l’abbandono.
E allora, per quanto sopra esposto, il titolo, siamo convinti, è da intendersi quale una bella e buona provocazione, che mira giusto ad ottenere l’effetto contrario alla sonnolenza e si ricollega dunque direttamente alle fondamenta del suo pensiero, ovvero all’agognato “riscatto dell’arte”, al prossimo Rinascimento che lei agogna verrà.

Ritratti

Paola Lucarini

Devo ammettere che questo libro mirabilmente orchestrato accende emozioni e commozioni. Ha la forza e la rivelazione del probabile ma imprevedibile. Di ogni racconto si attende con ansia la fine, l’epilogo che giunge fulmineo e fulminante, sorprendente. L’esistenza si gioca in realtà ( basterebbe rifletterci se si fosse dotati di perspicacia)sul piano dell’assoluta precarietà. La nostra progettualità personale di vita, organizzata spesso con cura meticolosa, per un quid dell’imponderabile deraglia e assume un aspetto a volte drammatico o addirittura mostruoso da noi non più controllabile. Siamo veramente sospesi sull’orlo di un baratro, che ci può inghiottire da un momento all’altro.

Giuliana Lucchini

Lettera dopo lettura...

Ho letto di corsa il tuo fascicolo di racconti, ma ti posso fare i miei complimenti.
Obiettivamente sei, nella scrittura, un fiume in corsa, come avevo capito subito quando t’incontrai.  Non ti fermi. Leggera e veloce vai senza remore.  Serena e furtiva.  E con naturalezza. Forte del tuo senso dell’umorismo e della capacità d’informare fotogrammi di fuga in unità discorsive.   Come al cinema.  Tutto fluisce facile e trasporta al cuore la sostanza del reale in sangue, con lena, in vena di gioia nell’andare.   E sempre di sorpresa,  e pronta a sorprendersi a ogni incontro, la corrente coglie questo o quello in nutrimento del cammino, con il candore e con la meraviglia di chi reputa che niente è dato per scontato.  Neppure la soluzione finale, che lascia aperto l’enigma.
Un atteggiamento, il tuo, di pregio grande per chi si dedica alla narrativa. Bisogna forse soltanto concentrarsi sulla scelta del taglio di narrazione, in vista di una concisione del dire.  L’uso del dialogo aiuta.
Belli i tuoi “Ritratti” e giusto il titolo.
Mi pare che il racconto “A telefono” abbia piglio e destrezza per divenire ‘tour-de-force’ di una brava attrice.  Magari il finale è un po’ scontato, ma il personaggio si trova sulla linea di ‘Molly in “Ulysses” di Joyce – e anche di “Ti ho sposato per allegria” di Natalia Ginzburg.
L’argomento trattato in “Fatalità” mi riporta al ritmo e forse alla struttura del film di Woody Allen “Match Point” che ho visto di recente.
“Le torte di Felicia” potrebbe diventare un libro illustrato per ragazzine delle elementari, se trovi una giovane artista che lo sappia illustrare.
“A spasso con le nuvole” sembra scritto per me.
A me non piacciono i cosiddetti ‘cannibali’, o i nuovi scrittori di generazioni fresche che escono ogni anno dalla Rassegna “Ricercare” di Reggio Emilia.  Mi sembrano artificiosi  e appositamente aggressivi nella lingua con determinazione trasgressiva per fare presa.  Sebbene il loro tratto narrativo di contrasto, aspro e scontroso, agile e veloce, stravolga e sembri ricevere il consenso della critica, come provano i commenti dello stesso Barilli e di altri su ‘l’immaginazione’.
Tu segui la tua strada, e vai sicura con il tuo bel nome di fianco che ti porti “fortuna”.

Gramaglie e frattaglie

Sergio Gabriele (FemminArt Rewiew)

Vulgata d’amore

Quella di Fortuna non può essere definita riduttivamente poesia in vernacolo, in questo caso partenopeo, anche se abbonda, ne è l’architrave, la magmatica e umorale onomatopea di questo lessico unico, “arravugliato .. sfasulando”, e nemmeno aulica per le ricorrenti citazioni in latino, che poi citazioni non sono ma incastonate nel verbo parlato. Viene da pensare ad una sorta di gramelot, ovvero quel misto di fonemi che la gente umile, sottomessa, di sempre è stata costretta a maneggiare, ritorcendoli come emigrati non tanto la lingua o le lingue di accoglienza, ma il misto di slangs portavoce delle cose da dire, quelle vere, irrinunciabili, ineludibili. Il rimaneggiamento di Fortuna è però di classe, inappuntabile, preciso nei riferimenti e nel senso, come chi vuol mostrare che l’imbonimento della lingua del potere, volta per volta, è stato analizzato nel dettaglio per conoscenza delle armi del nemico, del suo codice, della sua orripilante tracotanza, “Mine, bombe.. anticarro, missili, bazooka, mitra, miccia.. spoletta.. di quanta consorteria di voci triviali ha bisogno la guerra?”. Un vocabolario conosciuto, sondato, come il nemico spesso non sa fare, non sa inquadrare, mirare, la sua vera spina nel fianco, “tremmo comme strega rognosa, appresso a tanta ammuina, e allora io mi voglio strazzià, strappandomi diente e capille, co’ fegato niro ‘e rapille”. Apparentemente il nemico esulta di fronte al suicidio delle idee di rivalsa, di rivoluzione, ignorante e ignorando che è proprio nella energia che l’anima nobile introietta, incapace ad assistere a tanto oltraggio, menomata a lenire siffatto dolore, il tallone d’achille dell’abominio, della tracotanza, “Fino al cuorecupo rimbomba l’in-civiltà, nei vicoli abbandonati, scozzano fame e lacrime dai piedi scalzi”. E’ questo la poesia, altrimenti il grido è vano, e autoreferenziato. Bisogna muovere le viscere, indipendentemente dalla probabilità di potervi abbattere il nemico, mettere in circolo energia, sempre, comunque, “Voglio un’ora per ancora una volta assunare, delle vele che si stregnene ‘o puorto .. delle vocche rorate dai baci, dei ventri che abbagnano orgasmi, dei papagni orgogliosi che nascosero, la furia degli amplessi, allora che le scummesse del cuore, canuscettero l’età dell’oro, l’ecumenico bacio fra terra e criature..” . Le scummesse del cuore. E’ qui la poesia, ricordare alla morte che non è la sola ad azzerare l’origine, e che non è neanche necessario che qualcuno lo sappia, ma che qualcuno lo senta. “In un lampo si struzziò Raggione, annichilì il glossario dell’Altrui, roussoviani pampini di natura, s’arravugliarono all’interesse e sfasulando in vaniloquio .. visuarono le abbuggìe e gli abusi, l’assuefazione all’iniquo .. assurgere al potere et corrumpere, il patto comune, in somnium et insanguinata pace..” Fortuna docet, giungere alla determinazione del Male non basta, la poesia svilisce nella semplice istantanea, occorre sì percorrere come Bellerofonte il campo Aleio, ma oltre al maiora delle idee straziate, comporre il canto, prendere per mano la Ragione e condurla all’incanto, “..in lotta con l’ignoto, vocche sempre pronte a canoscere, melograni sgranati, lengua che trase e jesce..”. Quindi la poesia di Fortuna si distacca, reseca, paradossalmente dai fronti contrapposti, dall’individuazione, constatazione, fatale al verso, e così facendo sprigiona l’eclettismo del vivere che non è solo linguaggio al riuso, equo e solidale, ma epos, quello stesso che malamente duchi e marchesi hanno appiccicato alla loro velleità di bonaria fratellanza culturale, mostrandone in tal modo la vera cifra, facendosi “sciamano nello scurìo, aprendosi a un sorriso, i monconi infantili delle mine antiuomo”, rendendo semplice e fonica l’impresa assurda di porre l’uomo di fronte alla sua nullità. L’uomo. Ma anche la donna. “Il corpo delle donne, allisciato con carta a smeriglio, assaturato, svuotato, stinnicchiato.. addimostra ipsofacto il funerale dell’epoca, certe volte da scranni legulei appizzicati ‘ncielo”. Questo dimostra che Fortuna è donna dentro, trasversale per l’io diviso che ricompone nelle costellazioni dell’avvenire, quel passato dell’essere umano che ha fatto a pezzi la Storia. Ora è, qui è, non sui libri. E guardatevi bene, eroi d’ignominia, perché questa risata, vi seppellirà. Il corpus della poetica di Fortuna non è politico, ma enfatico linfatico, ubiquità del verso, che rende imprendibili e all’occorrenza nocivi per l’ingiusto. E’ la maestria del codex srotolato, mostrato e restituito al mittente perché ormai assolto. “Fuit verbum olim. Una sola parola nei tempi dicunt scripta, d’inchiostro incancellabile”. Il resto è goduria, “treglie, tremmole, trotte e tunne .. purpe, secce e calamare ..vongole, cocciole e patelle”. Non è un caso che la tradizione popolare, da cui derivano le streghe, ha posto i veri confini della conoscenza, il limite d’abbrivio verso forme superiori, che dall’apparente melma stanano la sostanza, guidano all’ineffabile e porterebbero alla vittoria se questa non fosse la giusta allitterazione del perdente. La verità è. Punto. Puoi anche uccidermi, non è questa la svolta, avrò sempre di più la parola semplice, l’unica, “tra blindati troppo blindati, per contenere davvero la pace, scianca passi inediti e sorrisi, il futuro della gioventù dimezzata”. Annientata, Fortuna, annientata.

Aky Vetere

Come salvare un pensiero.

La terapia combinata in: Gramaglie e Frattaglie di Fortuna Della Porta Parole dialettali, caricaturali, che raccolgono qua e là echi antichi che una nave sanza nocchiere in gran tempesta, ha sciacquato (troppo) in Arno. Sono parole di una donna, che al dogma del sacro ha scelto l'”eresia” della mischia lessicale, per ritrovare le canoscenze dantesche, dialettali e latine senza far sbiadire il pensiero in acque troppo toscane. E per fortuna. Con attenzione sensibile qualcosa ancora sfugge all'imbarbarimento, se si osserva un debole linfatismo noetico che trasuda dalle radici dei dialetti e dalle lingue antiche; radici nascoste nelle profondità più australi del pensiero, che portano in foglia gli zuccheri clorofilliani verso la luce del sapere. Tutte queste parole compongono quadri caricaturali come i ritratti di Arcimboldo, fatti di maschere dalle vocche antropomorfe sempre pronte a canoscere melograni sgranati, lengua che trase e jesce fuori, messe in scena hic et nunc, quindi estemporanee ed effusive. Se le disponi e le scegli suggeriscono nuove forme perchè sono parole fatte coi cinque sensi più uno, quello partenopeo. E' il senso principale, frutto di grande fantasia che lega con mano sicura i nodi di un teatro-tappeto, dove la tristezza endemica di un popolo si inscena con disegni fatti di parole tonne tonne come un bacio, parole che mascherano la tristezza con rimandi apotropaici e la presentano allegra. Per questo la plaquette: Gramaglie e Frattaglie di Fortuna Della Porta non deve essere letta ma recitata in un teatro dove al davanzale dell'ovest una volta la Luna ricolse il suo pianto e le stelle sorelle, accumpagnate da Venere, sul far del mattino sciallarono dai setati capelli dorate gocce di acquazza. In queste parole- forma vivono suoni Oschi che vocalizzano emozioni ancor prima di uscire come parole, sciamano come un tempo di valle in valle, di villaggio in villaggio e contagiano la forza di uomini per, come dice Lino Angiuli, contrastare in qualche modo questi tempi così narcotici, ma così narcotici, da aver ridotto pesantemente il numero di chi dovrebbe avvertire l'obbligo di “prendere la parola”, anzi brandirla.

Giorgio Linguaglossa

Ormai ogni nuova pubblicazione di Fortuna Della Porta aggiunge una novità all’orizzonte delle sue opere fin dal suo esordio che ebbe luogo nelle pagine della rivista che curavo nel 2004, «Poiesis». Non mi era sfuggito allora il valore della scrittura poetica della autrice, che mostrava un profilo di sicura originalità nell’ambito della poesia femminile senza avere nulla in comune con la coeva poesia «al femminile» che da almeno due decenni imperversa con l’esposizione di ferite fiammanti e di stigmate preziose da mostrare come orpelli o medaglie di un dolore inflitto e conflitto ab origine da non si sa chi o quale Ente del malaugurio o rito tribale apotropaico. Quella, ritengo, era la caratteristica principale della poesia dellaportiana, quella inguaribile ostilità alla poesia del cuore, alla edulcorazione dell’anima bella e inferma, quella dei risvolti psicologici e delle ambasce «spirituali». Della Porta è rimasta sostanzialmente allergica a tutto ciò, a tutto un pendio declinante della poesia «al femminile» che privilegiava l’esposizione dei dolori del muscolo cardiaco e la messa in vetrina di anabasi anagogiche della bella interiorità infirmata. L’idea di Della Porta è semplice: quella di mixare espressioni del dialetto campano con frasari colti (della tradizione letteraria) e popolareschi (tratti dai proverbi e da modi di dire autenticamente popolari); intonazioni auliche e illustri con toni ironici e derisori propri dei parlati «bassi». Una miscela di sicuro effetto che l’autrice sa confezionare e ottimizzare impiegando espressioni gergali ed espressioni culte alla stregua di un indifferenziato stilistico, di un pastiche che vanta i suoi antenati migliori nel Laborintus di Sanguineti nel lontano 1956. Ma Della Porta non è affatto una epigona pedissequa della tradizione della neoavanguardia, è una autrice criticamente consapevole delle questioni oggi sottese all’impiego del dialetto (e la Della Porta lo fa con il contagocce) nel corpo dei testi poetici; è consapevole della mutata situazione e, direi, del mutato quadro «costituzionale» che oggi regola il traffico delle poesie in dialetto rispetto alla poesia in Lingua. Secondo un registro derisorio e meta ironico l’autrice fa rimare il plebeo con l’aristocratico, (il «timballo» con il «corallo», «Vesuvio» con «spluvio», «rovescio» con «sghimbescio»); il sardonico con l’ironico («creanza» con «ecomattanza»), il tono claustrale con quello solare («pescoso» con «spumiglioso»), secondo un procedimento che mina alla base qualunque ipotesi di costruire un discorso serio o serioso sul reale (ma di quale «reale» è qui questione?)... così anche i verbi declinati al passato remoto («sciallarono» con «scummigliarono» etc) portano un obolo alla fludificazione versale del discorso poetico visto come il luogo dello zapping lessematico e dello zoom morfematico, il luogo privilegiato di un conglomerato linguistico surrettizio e surrazionale, molto post-surreale, dal momento che anche il surrealismo è stato rottamato, atomizzato e ridotto a serbatoio di citazioni al quale attingere, tra un blog e un post, tra un commento e un memento, tra un ritaglio (di giornale) e un frattaglio di gramaglio (titolo tra l’altro azzeccatissimo per quel rimando semantico secondario agli azzeccagarbugli videocratici che pescano e ponzano tra gramaglie, frattaglie e frittaglie dei lessici gergo politici, dei lessici idiomatici delle subculture mediatiche). Opera astuta e ingenua al tempo stesso questa di Fortuna Della Porta, in instabile equilibrio, priva di adeguate calzature, costretta a camminare (anzi a saltellare con i tacchi a spillo) sul pavimento sconnesso e vetrificato dei linguaggi poetici contemporanei con una andatura e un aplomb degni di migliore passerella. Ecco, direi che la plaquette di Della Porta ci induce in buon umore, è una sorta di vaccino contro i virus dei vulnus al femminile (e al maschile) che rischiano di soffocare oggi il discorso poetico.

Giuliana Lucchini

‘Non nova sed nove’. Certo: non cose nuove, ma in modo nuovo. Questo cercano i poeti. Di questo ha bisogno l’uomo. Ha bisogno di guadagnarsi sempre nuovi traguardi. Altrimenti, come un bambino perspicace, si annoia: si ottunde il suo senso sempre vivo di curiosità e di ricerca. In poesia, come nelle altre arti, si accende il desiderio mai sopito del poeta di perlustrare possibilità di linguaggio accessibili al nucleo segreto del dire e del fare, quando lo stile del suo ‘habitare’, provvisorio sempre lungo il cammino, si evolve in architetture diverse di dimora. Distaccarsi dalla monotonia del monocorde, diventare ‘plurimi’ (lo suggeriva già Roland Barthes). Ecco che Fortuna Della Porta con questo libro, ‘Gramaglie e Frattaglie’, fresco di stampa, già nel titolo e nella figurazione di copertina evocando assiepati mondi di Arcimboldo, che per programma a questo aspetto di eccezionalità di visione apertamente si dichiara, innalza il suo personale ‘monumento’ alla parola. Parola assiepata, parola costruita nel flusso istintivo dell’inconscio, posata sulla pagina e data dalla voce sonora ai ritmi che muove. Già temperamento di veloce andare, la poetessa si è un poco fermata, per costruire qualcosa che apparisse in altezza, sopra il largo raggio di respiro orizzontale. Non come una nota di lingua classica, voce soprano. Più come un suono di lingua nuova o ‘diversa’, d’eccezione, magari sofisticata, di castrato.
F.D.P. ha abbandonato l’atteggiamento della normalità discorsiva, di ripiegamento speculare del proprio io, sempre comunque in cerca di intensità, per cavare in strutture inattese una spremuta di sostanza invasiva, da viscere interne, ai margini dello sconosciuto. Ha indagato e sperimentato terre e acque fertili, vi ha lavorato per ricavarne germogli di natura mai visti prima. Questo fa parte del creare: ex-novo. “Gramaglie e frattaglie”: segnali di rito, lutto e cibo (quotidiano intimo consolatorio). Serietà e ironia in alternanza. Lingua morta per una resurrezione dello spirito vitale.
Questa scrittura di F.D.P., scrittura inedita, non assomiglia neppure a se stessa, nel senso che tutto ciò che era apparso prima, da lei prodotto, fa da apristrada a questo sciogliersi e ‘aprirsi di pista nella neve del sensibile’, sgominando ostacoli. Un libro che sembra uscito dagli scaffali della Biblioteca di Babele secondo auspici Luis Borgesiani. Parole in movimento pullulano avvoltolate, le une tinte alle altre, corpo compatto deciso a sciogliere il gelo esterno che vi preme. Lingua difficile. Parola non di comunicazione comune, strutture complesse della forma nella scelta del dialetto. Armonioso dialetto. Solo con questo ‘malto’ di base F.D.P. poteva cementare, dalla confusione intraverbale degli idiomi, la sua costruzione di lingua ‘babelica’. Con mezzi soliti, in lingua italiana, non avrebbe potuto raggiungere questo risultato di linguaggio estraniante (in fondo, tutto sommato, comprensibile). Anche se questo comporta uno sforzo ulteriore per il lettore che voglia captarne il senso musicale. Ne vale la pena. La voce di lettura sul CD, che accompagna il libro, diventa indispensabile, chiarifica tutto. La forma compatta della lingua in corso di espressione si concentra nello sforzo di afferrarne lo spirito fuggitivo, il timbro di voce da comunicare. Non è essenziale capirne le significazioni. Diventa importante non tanto ‘quello’ che si dice, ma ‘come’ lo si dice.
*
Lingua difficile, dunque, per concludere. Oscure parole d’oracolo. Mescolanza di termini estranei al linguaggio noto, dialetto, latino, parole d’invenzione, connessioni intraverbali allacciate alla normalità di risorse dialettiche individuali. Struttura insolita, disegno complicato, con effetto finale chiaro da tutti i lati. Non ci sono dispersioni d’immagine. Ogni punto della costruzione, ogni segno, con il soccorso dell’arte nei quadri che accompagnano i testi, è rilevante in funzione dell’insieme. Tutto fruibile. Niente si perde. Nell’agglomerato del linguaggio, spesso di gusto accumulativo, quasi esoterico, o fanatico, la materia di ciò che è esclusivo, o privato, si massifica, si rende solida al durare. Niente più da erodere, niente da tagliare fuori. Strofe compatta, parola fiera. Dura come pietra.
Così, encomiasticamente, F.D.P. si è slacciata dal suo ‘io’ personale per darsi tutta in consistenza di natura nutrice. La sua lingua parla per lei. -‘Eccomi qui, mangiatemi’.
Una semplice ‘plaquette’, questa, non più di tanto poteva dilungarsi tale concentrazione. Un esempio di piccolo capolavoro della memoria fattrice.

Mariagrazia Carraroli

 
Una sorta di action poetry la cui peculiarità risiede nella cifra mistilinguistica organizzata e utilizzata dall’autrice.
Il libro “Gramaglie e frattaglie “, edito da LietoColle nel 2011 e contenente un CD audio con i testi poetici recitati dalla stessa autrice accompagnata da un suggestivo commento musicale, porta la prefazione di Lino Angiuli che parla del lavoro della poeta definendolo: Action poetry dalla cifra mistilinguistica con due funzioni: quella eliotiana de La terra desolata (…)  e quella del compianto corregionale di Fortuna, Michele Sovente…, quel Sovente poeta dei Campi Flegrei, deceduto nel 2011, autore neodialettale insieme ad Achille Serrao e a Tommaso Pignatelli, poeta che mescola, così come fa nel suo libro la nostra autrice, italiano moderno, latino e napoletano vernacolare.
Una modalità, questa, usata da Fortuna Della Porta, mischiando le lingue come fa l’Arcimboldo della copertina del suo libro, con frutta e verdura, o Kandinsky e Picasso con linee e colore, o ancora, come si realizza il mosaico con le diverse tessere multicolori.
Le immagini che troviamo all’interno del libro accompagnano e danno ulteriore luce ai testi, si aprono con la riproduzione d’un naufragio dipinto da pittore settecentesco e si chiudono con il bellissimo mare di Amalfi raffigurato da un pittore del secolo scorso. Non a caso. L’autrice, infatti, all’inizio del suo percorso poetico, dichiara con versi frangenti tutto il suo sdegno per una contemporaneità che stilla sangue e massificazione, in totale balìa dei media e delle parole d’ordine dei potenti: un mare in tempesta il suo spirito che alla chiusa del libro, invece, s’intenerisce dentro le onde quiete che lambiscono la sua terra… dolce e carnale. Tenerezza, però, che mista ad una cocente amarezza, piange l’odierno, umiliante sfregio del territorio campano.
L’inquietudine per il sonno della ragione, per il naufragio che sembra coinvolgere e travolgere l’umanità stessa, e la constatazione dei mali del tempo in cui viviamo, fanno fremere i versi come i flutti impazziti dipinti da Turner, in una denuncia che non si ferma alla prima stazione e percorre tutta la silloge.
L’autrice avanza di composizione in composizione in gramaglie per il lutto della bellezza ferita, sosta ad osservare un mare origine di vita e sposo alla Terra di tutte le terre che l’oggi avvelena e soffoca.
Veleno e morte corrono per le strade di un mondo percorso da orrori.
Richiama Tibullo, alla cui domanda: chi fu il primo a forgiare le spade? risponde ironicamente e drammaticamente citando le guerre e le bombe intelligenti, le mine antiuomo, cui fa eco beffarda una marcetta militare.
Di denuncia in denuncia, l’autrice sottolinea e scrive di un’altra guerra, di altre armi. La guerra per il successo e la facile visibilità mediatica combattuta in particolare dalla donna che spera di raggiungere l’ideale di bellezza dettato dalla moda e dai video, passando attraverso l’affilatezza delle lame della chirurgia estetica.
A tali donne, Della Porta contrappone l’esempio d’intelligenza e cultura di Eleonora Pimentel Fonseca , condannata a morte nel 1799 dai Borbone per aver partecipato alla Repubblica Napoletana e, più avanti,  rende omaggio alla saggezza, alla laboriosità, alla generosità delle donne del Sud, rappresentate dell’ava che impastava lu pane / lo accresceva usque a dimane, una vita, quella della nonna, di condivisione umana, cantata a filastrocca, e bruscamente frenata, poi, alla pagine seguente, dalla consapevolezza d’un modo di vivere contemporaneo lontano da quel calore e da quella storia, fattasi oggi fangosa e avvelenata, così come la terra tutta, la terra del Sud, in particolare. Quella dell’autrice che la ricorda golosa di ginestre, / gigliata di storia e infiocchettata di gente e che ritrova irrimediabilmente deturpata.
Una terra, un mare dalla luce trasparente, come appare nel dipinto di Scoppetta, la cui riproduzione, da me accennata all’inizio, chiude il libro. Luce e trasparenza che stridono con i versi di Raffaele Petra, duca di Vastogirardi e Marchese di Caccavone, citato dall’autrice a conclusione amara del suo originale percorso poetico. Sono versi che chiusero l’esistenza di quel poeta il quale, con l’ultima sua quartina riportata a sigillo del libro da Fortuna Della Porta, sembra abbandonare ogni speranza.
Libro di denuncia, questo “Gramaglie e frattaglie” di Fortuna Della Porta, dove si mescolano con i diversi linguaggi, sentimenti di rabbia, nostalgia, ironia, malessere, amarezza, voglia di cambiamento, giocosità e disillusione.
Un mixer poetico e linguistico che affascina il lettore e più l’ascoltatore per il ritmo e la sonorità incalzante della scrittura stessa.

Luciano Troisio

 
Penitenza, destrudo, pellegrinaggio. Verso dove?
I versi di Fortuna Della Porta mi trasmettono una costante sensazione-certezza. Sarebbe forse più opportuno dire: mi attivano una forza davvero singolare che in certa misura mi preoccupa, mi costringe a chiedermi se quel baluginare di energia, accresciuta dall’efficace pregnanza di sintagmi popolari -con l’immediatezza dell’invettiva orale- erano preventivamente decantati in me. Quindi: se li riconosco come pungolo elettrico, forte leva all’azione. (Già questo sarebbe più che sufficiente a garantire il suo brillante raggiungimento del goal, dell’istigazione alla denuncia, dell’urlo passa parola che è stato opportunamente ricevuto).
Una condizione di esuberante magnetismo oscillante, bipolare oltre che nell’endiadi del titolo, anche nell’ammuina infernale dell’esistenza, nell’intollerabile scandalo della diossina nell’uovo sacro. Stancante, logorante, ma ben lungi dal prevalere, sottomettere, dal placare.
Semmai in questi versi rimane l’interrogarsi sul complesso non analizzabile del profondo, sull’inconscio che ci governa anche a nostra insaputa, (come del resto è inespungibile caratteristica di ogni testo poetico, refrattario e impenetrabile alle analisi più callide e sottili): stiamo forse cadendo verso un esito, finto tale, ineluttabile? Il mancamento, la “perdita”, il galleggiamento nel freddo vuoto astrale finiranno col sopraffarci-assiderarci nonostante tutte le nostre ribelli energie?
Qui il “bradisisma campano” risulta affine di sofisticate sabbie mobili, di quelle angosce che apparentano il “femminile”, il “genere”, tutt’altro che debole, anzi ferocemente resistente, di gridata coscienza che così non è vita, una volta cacciati dall’Eden dopo che “le scummesse del cuore canuscettero l’età dell’oro”.
Gramaglie, Frattaglie: le minime pubblicazioni, quelle che poi finiranno col circolare soltanto tra i cari addetti, tra gli amici, felicemente rese utopiche, perdute alfine nei cassetti, nei garage, escluse per caso dalle autoantologie come messaggio erroneamente considerato laterale, “scordato”, rivelano, bloccati nella sincronia proprio gli aspetti più remoti, tradiscono l’inconfessabile, alludono a ferite che offendono il nervo scoperto, la carne viva.
Una tale testimonianza non può che tradirsi in un delizioso libriccino di alto peso specifico, una plaquette d’Autore (e di Editore). La quale di solito promette, nella sua apparente esiguità, ulteriore sviluppo, diritto alla mutazione, invocata evoluzione, susseguente teatro con scenari anche differenti se non opposti, ciclici, pendolari, isocroni, non più arcimboldeschi nella giostra istregonesca, e per nulla consolatori nell’affollata sagra fitta di molti impermeabili destini, dove roride leccornie estemporanee siano essiccate al vento magnetico, (magari nelle pause) sostituite dalle invidiate effimere frittelle, gioiose e indifferenti di chi ci passeggia appresso felice, sconosciuto.
Disperazione, eresia, coraggio, coniugato a smaliziata sapienza plurilinguistica che doma il verso senza togliere immediatezza e spontaneità all’invettiva della parole coniugata alla sperimentazione. Caratteristiche di poche poete. (Con tale autorevolezza e forza ne saprei citare al massimo altre due).
Perché nel lutto il poeta dice sempre di se, ma è famigliare di tutte le vittime, sia che sovrasti le vicende, sia che queste lo destrutturino, nonostante l’incanto di nuove roselle, che non sono per noi.

La casa di Gaia

Chiara Crescenzo

 

La narrativa moderna cammina quasi sempre con le parole del giallo e del poliziesco. E poi, d’improvviso, compare una storia come questa, narrata in leggerezza, che ha i tratti del sentimento e del romanticismo. La narrazione ci riporta ad un tempo andato, quando la vita era misera e gli orizzonti angusti, con taglio che in qualche passaggio somiglia alla favola. I personaggi e i paesaggi sono disegnati a colori intensi, quasi con affetto, come se, di fronte alla durezza – diversa ma altrettanto implacabile- della vita moderna ci sia un luogo per ciascuno di noi dove i sogni si avverano e durano.

Mariagrazia Carraroli

 

“La casa di Gaia": una saga familiare vivace di agilissima lettura, una ricerca delle radici più genuine della propria storia, un tuffo, affettuosamente memore e grato, nel costume e nelle tradizioni della sua terra.

Aldo Carnevale, Toronto, Canada

 

Ho letto il volume in tre serate. Scritto in Italiano efficace e lineare, mi ha veramente trasportato ed a tratti mi ha profondamente commosso. Un romanzo di altri tempi che dovrebbe apparire come "Must Read" per ogni giovane d’oggi che non ha avuto la fortuna e la sfortuna di vivere in tempi passati cosi` magistralmente narrati dall’autrice. I personaggi sono descritti a tutto tondo man mano che il libro si addentra in questa preziosa storia familiare. I personaggi di Gaia, Giovanni, il burbero ma buono bisnonno e la bisnonna, il poco apprezzato (ma in gamba) Ernesto si avvicendano a creare e disegnare gli orizzonti di tempi che non torneranno piu`. Piu` solida di una quercia la carissima Amelia, il personaggio che mi ha rapito e che , secondo me, e` la colonna portante del libro. Vorrei muovere un appunto, inteso non solo per l’autrice, ma per l’intera letteratura Italiana dei nostri tempi: Ho letto sentenze lunghissime, (come a pagina 11, 29 e 114) che mi hanno lasciato senza fiato ed una rilettura e` stata necessaria per ritrovare il filo di cio` che si intende dire. Ripeto, una caratteristica dell’Italiano dei nostri tempi, che diverge molto dalla mia cultura Nord Americana. Cio` nulla toglie al merito di Fortuna Della Porta che ha reso una storia che mi rimarra` dentro per qualche tempo. Bravisssima.

Ilaria De Pascale

 

Un viaggio talmente intenso e coinvolgente da farmi "sentire" questo racconto come se avessi fatto parte di questa famiglia apparentemente semplice, ma unita da uno speciale collante fatto di affetto incondizionato e di amara realtà. Un sincero plauso all’autrice, capace di trasmettere al suo pubblico emozioni e storie indelebili con una freschezza da vera artista.

Simone De Angelis

 

Un romanzo che si legge voracemente, fitto di descrizioni e particolari che mi ha portato per qualche ora a risiedere nella casa di Gaia e "spiare" . Una storia d’amore, una famiglia semplice e umile, ma forte davanti alle vicissitudini, grazie alle donne della casa, le vere protagoniste. I miei complimenti vanno a Fortuna Della Porta che ha portato alla luce una storia del passato non troppo lontano che, anzi, si avvicina ancor più a noi grazie alla scrittura fluida e "incantatrice". Uno stimolo per ricercare le Gaia del passato di tutte le famiglie.

Metafisica dello zero

Sergio Gabriele su FemminArt Review

Critica della ragione impura
“Vicchiazza cresòmmel’ annizza, lu sciore della ventura è appassuto”, “Vecchiaia albicocca marcia, il fiore dell’avventura è sfiorito”. È l’incipit di questo lavoro di Fortuna Della Porta che va oltre la Poesia ma, opera iniziata già con “Gramaglie e frattaglie”, entra nel novero della rappresentazione panica del dire inteso come vivere e partecipare ai suoi eventi come una festa, talvolta amara e indigesta, ma festa, una tammurriata. Come lei stessa afferma in postfazione il gramelot fonetico con cui si esprime deriva da diversi dialetti, non solo il partenopeo, differenti idiomi che portano in sé il sapore originario della mimica verbale più che del semplice comunicare. La lingua italiana prese le mosse proprio da quel koinè dialectos che rappresentava la summa delle mille espressioni nell’evidenza del loro aspetto comune, koinè. Fortuna, pur restando nell’ambito campano, svolge un’azione di collettivizzazione del linguaggio, sia in termini espressivi che contenutistici.
Le antiche presenze, talora nomate streghe, tal altra patriarchi o santoni popolari, hanno sempre ricoperto il ruolo sciamanico di ponte fra il vivere e la sua impossibilità, rendendo affabulabile, quindi assimilabile, anche le verità più scomode, “E peggio e pejo se jettano ‘nguerra, pe s’arrubbà nu parmo de terra, ‘ntussecanno mare e pastura, ca pure lu cielo se ne appremura” “E peggio ancora si gettano in guerra, per rubarsi un palmo di terra, avvelenando mare e cibo, che pure il cielo se ne preoccupa”. Quindi, come è a tutte le latitudini, la sceneggiata, la narrazione intese come esorcismo del male stesso e al contempo codice quasi segreto, esclusivo del comunicare, mettere in guardia. Si assurge in tal modo ad una carboneria semantica simile al passaggio in punto di morte delle consegne rituali, non solo perché nessuno ascoltasse, ma a che il tempo stesso e la vita e la morte ignorassero il soffrire che c’è dietro l’abominio endemico dell’essere umano. “Me porte into ‘a generazione. Ava e sullivava, ca ciucciuliav’ ‘a lli chiante, comme m’hanno cuntato” “Mi porto dentro la generazione. Nonna e la bisnonna che parlottavano alle piante, come mi hanno raccontato”.
Quindi nascita del linguaggio come difesa, è uno dei motivi storici del codice, e di Poesia come mimesi, ovvero orpello delle forme non per esaltare pericolosamente ma quasi nascondere, cautelare l’empito di rivolta perchè la Poesia è, Rivoluzione. “Chiove e ‘nchiana , ‘ncopp’a la terra, nu frigido nivuro, comme’a lu vierno. Servisse ‘na scala .. pe gghì a cercà, sole luquente, e scansà ‘o sconcio, de li cappe a lu viento” “Piove e cade sopra la terra, un freddo nero come l’inverno. Servirebbe una scala, per andare a cercare sole lucente, e scansare lo sconcio delle menti nel vento”. Lo sconcio delle menti. E così l’Amore, “Mela avvelenosa ‘a vocca toja, m’arrasse da sempe, a scurcuglià l’ammore” “Mela avvelenata la tua bocca, mi impedisce da sempre di indagare l’amore”. E la Natura: “Da ‘ndrete a li muntagne scennìa a freschezza, de la primma matina, l’acqua de lu mare se vuculiava quieta” “Da dietro le montagne scendeva la frescura, della prima mattina, l’acqua del mare si cullava quieta”.
Poesia come preservazione del lume dell’abbraccio popolare, del senso cosmico della ragione svuotata del suo artificio di morte e ricondotta a palpito di verità nascoste che rischiarano l’aria, mettono appetito di cibo e di vita ma non dimenticano l’origine di tutte le cose: “La spacienza fatta rulore, tu sempe venive pe me mettere ‘mmocca, insieme alla serpa d’ ‘a lingua toja.. na parola stuoteca, na ‘nfruata” “L’impazienza fatta dolore, tu sempre venivi per mettermi in bocca, insieme alla serpe della lingua tua,. .. una parola stonata, un rimprovero”.
Ecco la metafisica dello zero, questo titolo così apparentemente avulso dalla epica dei sentimenti popolari eppure così emblematico: non ci può essere metafisica nel nulla, in uno zero ma, aggiungerebbe la “sullivava”, la bisnonna: in quello che “sembra” uno zero.

Giorgio Linguaglossa

Che un libro di poesia sia costretto ogni volta a ricominciare da capo non è una novità. Ogni testo ha ansia di de-marcarsi dal precedente e da tutti i concorrenti, siamo nel bel mezzo di una rivalità non dichiarata tra tutti i libri concorrenti al concorso dell’oblio del contemporaneo; come dire, oggi il miglior modo per allontanarsi dalla ridda delle scritture «del corpo», «dell’anima», dell’«esperimento privato», del «quotidiano», dello «spirito» etc. è quello di scrivere in dialetto ma in un dialetto reinventato e ricordato, ripescato dall’oblio e cancellato, il dialetto campano parlato dai nonni e dai genitori nella casa di campagna della famiglia di Fortuna Della Porta. E così ogni libro di poesia ricomincia daccapo, azzera quanto fatto dal precedente e da tutti i precedenti (dei contemporanei) in una sorta di danza apotropaica di Saturno che ingoia i propri figli. Quest’ultimo di Della Porta ricomincia dalla «metafisica dello zero», ossia comincia là dove la Lingua maggiore ci lascia, ci riporta all’indietro, ricomincia dalla Lingua maggiore ridotta allo «zero». Mentre invece Gramaglie e Frattaglie (del 2011) ci riportava al Futuro con il suo impasto-mescidanza di parlari diversi ma pur sempre di impronta sperimentale, se pur è vero che invece quest’ultimo libro è invece di impronta «sentimentale», perché c’è esperimento là dove c’è Futuro e c’è rammemorazione dove c’è l’oblio del futuro. Così è anche in Fortuna Della Porta. «Capolavoro» sentimentale nel senso di lavoro ultimo che mira al lavoro terminale, alla stazione ultima, cioè «capolavoro» certamente nel senso di tentativo di fissare un’opera nei termini di un raggiungimento, d’una pienezza, ovvero d’un’esemplarità. Ma il fatto è che non ci può essere pienezza là dove c’è frammento e intermittenza, là dove già la lingua adottata è un idioma minoritario e sub-subalterno. C’è ancora la percezione del «coro» in questa composizioni, di una voce recitante che si indirizza alla platea; ma è un ricordo, soltanto un ricordo (sentimentale) perché subito sopraggiunge la voce monologante del ricordo che raddoppia e rimuove il «ricordo sentimentale». È la maledizione della adozione della lingua in dialetto dei nonni, un dialetto che ha bisogno di continue dialisi e trasfusioni di sangue per essere vivo, o meglio, quasi vivo, o meglio, quasi morto.

Monica Cito

«Venite, tuccateme ‘o core/aiutatem’a fa na poesia/’mpupazzata a festa»
(dalla prima bandella di copertina)
Fortuna mi mancava, le sue dediche semplici su libri complessi ed intensi, le sue parole come fave secche sgusciate al tac mortale della carezza incisa, la sua poesia assoluta sul tempo che scorre “scostumato” e l’andirivieni della culla entro la quale tutti noi dondoliamo sino alla morte.
Mi mancava la forza dell’esistenza che due soltanto hanno prodotto in Italia: Fortuna ed Alda Merini, e secondo me – non per amicizia e basta – Fortuna è superiore anche a quest’ultima, perché manipola le parole come operaio plastico, bimba ostinata al das, per dar forma olistica al vivere.
Frantuma e sospende, in quest’opera, lo spazio-tempo ossessione di sempre. Parcellizzato e filigranato in ricordi da “vecchietta” quasi-semplice, come lei sola sa fare nell’essere assolutamente ermetica ed assolutamente filigranata ed architetto dei luoghi minuziosamente rimembrati e mai descritti; perché c’è sempre tempo tempo tempo per ricordare l’ambiente ed il particolare e non ve n’è più più più quando si rimane soli.
Non so se quest’ultima è l’ossessione di Fortuna; so che è la mia e rimane stampata ogni volta nel sonno e nelle veglie, meglio riagganciata alla pelle dopo e durante la lettura di tutte quante le sue poesie.
Se c’è scrittore, è lì dove l’estasi rapisce e costringe al sospeso, in fluide volate sul mondo, su tappeti d’oriente e per noi sud, in attesa d’un mondo migliore.
Adesso necessita un vagone di libri di Fortuna, un vagone stracolmo delle sue pagine intense; libri a peso nello stomaco sospeso sul margine arrendevole delle forze, l’attesa e la distesa infinita appena trascorsa delle ore-giorni, l’angoscia, il non potere più il non volere più il non esserci più, infine.
Fortuna mi mancava e non mi manca meno in vernacolo, nel suo particolare miscuglio di tutto quanto è andato: liceo, università, fanciullezza; latino, greco e tutte le letture, ad una ad una sospese come noi nel vortice delle poesie d’autore; assolute mortelle masticate piano, ingoiate tardi, fuse al sangue della dimestichezza: estatiche.
Penso che Fortuna abbia fatto bene a dedicare la sua vita a scrivere, perché i libri di Fortuna fanno bene ad esistere, perché li si legga e si tremi e si tema la vita, che soltanto così, e spesso ingiusta per i più, val la pena d’essere vissuta; è vita e basta, come la vera scrittura che la descrive e non c’è, secondo me, miglior poeta oggi di Fortuna Della Porta.
Cosa sia questa scrittura meglio di noi lo diranno i posteri. E quanti silenzi e verità nasconde per perdonare libero il passato e cedere all’assoluto dell’esserci sempre: anche questo approfondiranno i posteri. Adesso c’è l’assoluta contemporaneità di questa giovane donna di nome Della Porta, nata a Nocera Inferiore senza data stampigliata apposta in una nota biobibliografica sobria e alta. Come TE, Fortuna, GRAZIE!
Giovane nell’assottigliare e sminuzzare principi, credo impregnanti la pagina, laicità assoluta d’una fede superbamente soggettiva, calda, arguta calata nella sensualità misteriosa e argentee allusioni, sempre: perché «chi sono» non ve lo dicano i posteri, e rimanga la poesia, come scelto dal dolce narcisismo pudico e dal fiato costante dell’amore.
Penso che, come ogni donna, Fortuna nasconda sogni inconfessabili e libertà mentali inesprimibili, ebbrezze spontanee e filigrane entro le quali nascondere perle rubate ai mari.
Ma, come poeta, Fortuna strabuzza gli occhi all’oggetto e lo rende carne. È qui la differenza tra semplici nostalgie ed inarrendevole ardore.
La divergenza assoluta, la guerra delle infinite stagioni di mezzo che si occupano dei nostri corpi dopo i quaranta; l’attesa dell’esserci ogni giorno e del cotidie fumante d’odori erboristici, misture che prendono corpo dal passato nella memoria di oggi, e tutt’una la vita procede indefessa verso una meta segnata e dolorosamente attesa; impotente scorrere di finitudine nostra, alla quale non si vuol credere. Mai.
…  E anche questa volta, non ho saputo descrivere ciò che nel libro si canta: la filosofia.
   

Rita Pacilio

Per riuscire a valicare l’architettura creativa del poeta bisogna premunirsi di uno spiccato spirito duttile e astuto; diventare una Penelope ermetica e silenziosa che si lascia attraversare, con pacata follia e virtù amorosa, dagli innumerevoli versi come stratagemmi o corteggiatori che le balzano incontro. Così come Ulisse che si svela ora uomo, ora luce sacra, la poesia di Fortuna Della Porta, nel suo ultimo lavoro per la collana Gral, LietoColle, 2012, arriva incarnazione densa del mito e reinventa il destino umano con la capacità di dare lettura del rovescio di una storia che ritorna per le generazioni liberate dalla polvere del passato. Per noi, lettori/Penelopi, il linguaggio qui assume il ruolo epifanico di un’apparizione che non si limita a suggerire verbalità fonetiche dei dialetti campani, ma traccia guizzi di sguardi snodati simili a esercizi asimmetrici in riferimento a memorie infantili, a cadenze, a canti quasi corporali, come ballate rappresentate in una mimesi che sembrano ricordare Valéry e le sue ‘transitions’. Ci si trova di fronte a una poesia che rimodula la trama stilistica: il significato trascende lo stesso atto poetico sormontando ogni rituale magico che rischia di intaccare il reale e i rapporti interpersonali. Sono le lingue che formano i paesaggi intimi e gli spazi culturali su cui l’uomo ha prodotto le intenzioni più ambigue e segmentate delle proprie esperienze. Le traduzioni linguistiche hanno tentato di oggettivare e omologare le diversità emozionali e pensanti di numerosi individui che, nella lingua, avevano già scritto la propria sorte con tentativi, spesso maldestri, di conservarne, il quadro intellettuale. Della Porta è una voce narrante del venturo dell’umanità e, del suo presente, ne denuncia i moderni individualismi e le stereotipate convenzioni. Attinge alle esperienze assimilate per creare un’altra inevitabile quotidianità: considera la poesia ‘seme’, ‘costruzione’, ‘matrice che permette il cambiamento possibile’ conservando il pensiero e il ‘modo di esistere’ del passato. Il mutamento sociale è nell’atteggiamento del tempo che passa inesorabile, quindi, che non può svanire senza aver lasciato in noi la traccia della passione vitale verso l’estetica del frammento, della conoscenza, dell’accumularsi dei saperi che ci consentono di sfuggire ai miseri limiti della materialità e della superficialità.

Gino Rago

In questa settima prova poetica -Metafisica dello zero- Fortuna Della Porta fa ritorno agli sfarzi della Parola non meticciata né contaminata dal grigiore diffuso della koinè massmediale: una parola "parlante", viva e carica di possibilità rivelatrici, ma altresì presidio della libertà e della dignità dell'uomo, smarrito, in questa stagione decadente, chiassosa e volgare della Storia in cui le storie personali, quotidiane, s'annegano e si disperdono.
Per tale carica semantica ed emotiva, giustamente Lidia Gargiulo avverte il lettore, in prefazione, che "…Metafisica dello zero non è pensato per la confraternita dei cultori del dialetto, ma per ogni lettore di poesia…", ancorché l'autrice torni alla lirica in dialetto campano, ma sempre fedele ad un esito estetico dell'opera come risultato di una doppia possibilità: un impianto dinamico e un impegno contemplativo, come se il destino umano e i misteri che avvolgono la nostra vita (in una Weltanschauung  assai cara alla Susanna Tamarro del recentissimo "Ogni angelo è tremendo") dipendessero inaggirabilmente dalle tre domande d'ogni tempo: Dove si nasce? Quando si nasce? Da chi si nasce?
Dinamismo e contemplazione che se per un verso rendono visibile ciò che non lo è, per l'altro rendono conto delle pulsioni sottostanti all'atto creativo, tendendo alla grandiosità dell'arte religiosa, se il fondo ideologico di F.D.P. -lungo l'asse pascoliano- crepuscolare, con respiri tra i versi della colloquialità sabiana- supera il dubbio  sulla oggettiva consistenza del mondo che l'autrice sente come epifania del divino, con un guasto betocchiano di magrezza di immagini e di chiarezza figurativa quasi primitivistica. Ma sempre in una permanente "sorpresa" su paesaggi, uomini, alberi, piante, animali. (esemplare "un cavalluccio all'acqua") come presenze nei luoghi dell'infinito e schegge lanciate nell'eternità; perché per il poeta ogni oggetto in sé chiude e irradia luce…

Labirinti

Giuliana Lucchini B

Una personalità letteraria che si definisce a taglio di diamante, sfaccettata, punte di lancio in tutte le direzioni: irraggia, raggiunge, ferisce occhio e cuore. Poesia, prosa, racconti; romanzo, teatro, recensioni, saggi. Tempo breve. In pochi anni, tanti libri e interventi pubblicati, cartacei, virtuali, e-book. Di corsa. Di getto. Senza sostare. Vive e va, con la sua verità, intensamente. L’abbiamo già detto. Dalla sorgente che è in lei stessa, il suo segno scrittorio, propulsore di energia, fluisce sul campo come un fiume, a più passaggi obbligati. Trascina. Sconvolgente fra rocce, la voce chiara o oscura, ma categorica. Una rappresentazione del suo carattere deciso. L’acqua pura, o inquinata, è strumento del vivere sociale contemporaneo: acqua- natura che esprime nell’andare, comunque sia, un desiderio di visibilità. Oggettivo il bene e il male lungo la direzione del percorso. Il gioco astuto. Sostenuto da una vena ironica che mette in discussione il dramma del caso e il fastidio di ciò che è noia quotidiana. La fiducia nella libertà di movimento sta nel gesto inventivo, di scarto improvviso, di poesia. Vita veloce che passa nello spirito eterno del mondo. Ubbidiente l’acqua non oltrepassa il letto che disegna, il mare non invade oltre la spiaggia. Razionale e criptica, la scrittura poetica di F.D.P. esprime l’amore della lingua, un piacere puro, figura ginnasta del fluido pensiero. E pretende la sua parte di presenzialismo. Anche per quanto riguarda la prosa. Così la scrittrice si rivolge a chi la voglia accogliere, chiede l’ ‘interlocutore’, il complice della sua immaginazione, un lettore estratto fra i tanti possibili. (Se i libri non servono solo a chi li scrive). Lei offre una parola ricca, setacciata per desiderio del bello. E il pensiero armato di Atena, impregnato del caos che ci circonda. Eppure, nella calma - pioggia sottile ad aghi contro il verde, fuor di finestra - si pone anche semplicemente come anima di pianta, protettrice, ombrellifera, imbevuta dell’antica sostanza moderna di Roma. Immobile e mutevole. La lingua che sorge in poesia è infine contenuto di forma e indeterminatezza. Questa è la chiave di lettura per l’accesso all’e-book - a chi lo voglia sfogliare: troverà un solo aspetto della ‘facies’ scrittoria di F.D.P., il libro dell’ultim’ora, appena sfornato, inviato in dono agli amici. Un libro di racconti brevi, metodo diretto, senza frangia, senza sottintesi o raggiri, ma con tutto l’occorrente, ‘suspense’, finale interessante: un campionario di tutti i racconti possibili. Un gioiellino, con le illustrazioni pertinenti di Roberto Di Costanzo, che inneggiano a forze misteriose della macchina del mondo, la radice motrice di tutte le ‘rose’. Vi muovono gli esseri viventi guerra e pace, e l’allegria del tempo godibile, misura mondana del vero.

Giuliana Lucchini B

Un libro di racconti brevi, metodo diretto, senza frangia, senza sottintesi o raggiri, ma con tutto l’occorrente, ‘suspense’, finale interessante: un campionario di tutti i racconti possibili. Un gioiellino, con le illustrazioni pertinenti di Roberto Di Costanzo, che inneggiano a forze misteriose della macchina del mondo, la radice motrice di tutte le ‘rose’. Vi muovono gli esseri viventi guerra e pace, e l’allegria del tempo godibile, misura mondana del vero.
 

Ragnatele

Lina D'Alessandro

Un " mistero" aleggia, dall'inizio alla fine, nel romanzo. Ma non è determinante.
Il lettore non è coinvolto in un giallo, non è interessato all'indagine sul responsabile di un atto criminale, sul come e perché è accaduto.
Dimentichiamo presto la caduta rovinosa di Arianna, la paralisi, lo stato comatoso in cui precipita.
Veniamo catturati da brandelli di coscienza, ricordi che, in ordine sparso, si ripresentano alla mente della protagonista, prendono corpo e diventano pezzi di vita dolorosa e sanguinante.
Riaffiora un amore mai passato, l’amore per Lorenzo, adolescente come lei, incapace di fronteggiare l'ostilità dei genitori di Arianna che la costringono ad interrompere una gravidanza che i due giovani avrebbero voluto portare avanti. Insieme.
Stessa sorte toccata, decenni prima, a Carlotta, sorella del padre di Arianna: adolescente, era rimasta incinta e, costretta dalla famiglia ad abortire, si era per sempre negata all'amore. La zia difende la nipote, la protegge, ma nulla può contro le indiscutibili decisioni del fratello.
Ogni giorno Elisa, fedele amica, si reca in ospedale per raccontare ad Arianna pezzi del loro passato, trascorso una accanto all'altra, in simbiosi, come due gemelle. Spera che apra gli occhi e ritorni a lei.
L'aiuta Andrea, innamorato di Arianna, convinto che prima o poi lascerà il marito e accetterà il suo amore.
I personaggi si raccontano, mettono a nudo il loro animo, rivivono pezzi delle loro storie.
Incastrati in vite difficili e dolorose, cercano di spiegare le loro scelte.
Ranieri, marito di Arianna, che tutti ritengono responsabile della caduta della moglie, vive come un macigno il matrimonio con una donna che è " un pezzo di marmo.  Non mi ha mai fatto la cortesia di una litigata... mai una replica, una parolaccia, un sano battibecco per poi far pace fra le lenzuola. Così bella e così irraggiungibile e glaciale."
Incompresi, introversi, solitari, abbandonati, i personaggi confessano le proprie debolezze, i sogni, i fallimenti, gli amori perduti, il vuoto degli affetti, azioni e decisioni prese da genitori autoritari, da padri-padroni che hanno determinato percorsi di vita dolorosi e lacerazioni inguaribili.

Vincenzo D’Alessio

Ritrovo dopo alcuni anni la scrittura di Fortuna Della Porta nel romanzo Ragnatele edito dal Gruppo Editoriale GEDI nell’ottobre del 2017, il quinto della ricca produzione letteraria dell’autrice.
Ho avuto modo di apprezzare l’originalità della scrittura, fluida e accattivante, nella raccolta poetica La sonnolenza delle cose, (LietoColle 2010) recensita su Farapoesia a dicembre dello stesso anno.
Arianna è la protagonista della storia e, come l’antica figlia di Minosse, ci guida in un tragitto sotterraneo alla ricerca del mondo della memoria nel riverbero della luce del presente incalzante.
Nell’analogia con la grotta platonica del Libro VII della Repubblica, la scrittrice ci lascia comprendere quanto ardua sia la strada della conoscenza del genere umano che, in questo romanzo, prende nomi, abita luoghi e nutre affetti nei confronti della protagonista: “Da stamani perdo il controllo e ho di nuovo le allucinazioni. Mi trovavo in una grotta e non riuscivo a uscirne” (p. 119).
I personaggi protagonisti dall’infanzia alla fine dell’esistenza di Arianna, sono guidati dal filo lucente dell’avventura nei meandri dell’economia, della violenza, degli appuntamenti con l’invalicabile Destino.
La gioventù spensierata, nella comunità meridionale dove la protagonista nasce, è la parte più bella e l’ordito più dolce delle sfere sensoriali alle quali il lettore è chiamato a partecipare avventurandosi nell’immaginario viaggio in treno: “(…) E se vengono dal sud, le persone ti offrono pranzo colazione e cena a seconda dell’orario tirando fuori pane elastico e bucherellato e dolci secchi che sembrano impastati dagli arabi” (p. 39).
La violenza sulle donne muove la scacchiera degli avvenimenti a partire dall’aborto procurato per volontà dei suoi genitori ad Arianna, la morte improvvisa in mare del vero amore della sua vita Lorenzo, per finire alla tragica caduta dalle scale nella sua casa, dalla quale nasce l’incipit del romanzo: un giallo intessuto di rosa.
Le pagine trascinano il lettore lungo sbalzi temporali che danno l’idea della costruzione di quelle ragnatele che si formano nella mente umana, come in quella di Arianna, e che si attivano nel momento estremo dell’incoscienza, della prevalenza del mondo interiore, per assurdo scollegato dalla realtà che procede.
L’eutanasia è l’altro elemento prevalente del racconto che ai giorni nostri occupa le pagine dei giornali e che sembra giunto ad un punto saldo di legalità.
L’energia vitale della protagonista, amata dagli amici, dagli studenti, dalla gente comune per la semplicità e l’amore con le quali si accosta alle vicende della vita quotidiana, si affianca all’incomprensione del marito, Ranieri, preso dalla foga dell’arrivismo e dell’indifferenza di fronte alla figura femminile.
Due stridenti facce della società contemporanea costretta a sopravvivere con la mancanza dei valori morali e religiosi decaduti dopo l’avvento di quel falso benessere definito da troppe voci come “ripresa economica degli anni Settanta”.
Nel dialogo interiore che la protagonista assume durante il coma emerge la volontà di non arrendersi all’incontro con la Morte: “(…) Non voglio. Non sono pronta. Mi manca ancora qualcosa perché possa dire che mi basta quanto ho vissuto. Vorrei prima superare le ragnatele della memoria e sapere esattamente chi sono e dopo potrei rinunciare alla resa della mia dignità in questo letto. Potrei decidere di arrendermi” (p. 120).
Mentre il dialogo della mente si svolge, come filo conduttore del romanzo, intorno ad Arianna i personaggi si contendono l’esistenza considerando le proprie relazioni sociali, le istanze future e il consolidamento delle mancate prospettive che ora sembrano possibili valutando le condizioni della protagonista: una diretta presa di coscienza sul fine vita.
L’autrice, tramite una coprotagonista del romanzo, Elisa, lascia trapelare le attese e il valore del suo libro: “(…) Matteo, il mio bellissimo figliolo, ha presentato un articolo a una rivista ed è stato accettato. Ecco, te lo mostro, Si tratta di una intervista a una scrittrice che ha pubblicato un piccolo libro. Un giallo, si capisce. A me non piace molto quel genere, neppure a lui. Lo so perché ne abbiamo parlato qualche volta e insieme a me si domanda perché al giorno d’oggi si scrivono e si vendono solo polizieschi. Amo le storie romantiche, mi fanno commuovere” (p. 77).
Molti altri sono i temi d’attualità compresi nelle pagine di questo lavoro come la sorte degli immigrati: “(…) Se mi fermo a vagliare le ingiustizie, i massacri… Il dolore… Interi continenti perennemente sull’orlo di una guerra: popoli così vicini, appena oltre il mare, affamati e noi che potremmo restiamo indifferenti… col mare impietoso che li ingoia se solo si affacciano a tentare” (p. 36). E quella degli anziani che formano la maggior parte della popolazione del nostro paese: “(…) Matteo ha già la valigia pronta e io mi accingo a vivere come una vedova senza figli e tra poco avrò bisogno di una badante e sembrerò una di quelle vecchiette che tiranneggiano la propria badante mentre fanno la spesa al supermercato” (p. 79).
C’è una uscita dall’insidia delle ragnatele tessute dal Destino inconsapevolmente in ognuno di noi, l’autrice ancora una volta l’affida ad un luminare della Scienza, il dottore Crisafulli che ha assistito Arianna negli ultimi istanti della sua esistenza: “(…) Crisafulli entrò a questo punto e si sedette sul letto. «Sapete, ho appena avvertito mio figlio, che poco prima dell’incidente ha discusso la tesi con lei. Non ci voleva credere… Mi ha detto che non appena riuscirà a pubblicare la tesi metterà sul frontespizio la dedica ad Arianna Rispoli. L’ho sentito con la voce incrinata. Forse ne era un po’ innamorato…»” (p. 210).